Hunger Games: quando la violenza diventa accettabile

La storia

Per chi non conoscesse Hunger Games, si tratta di un racconto ambientato in un futuro post-apocalittico, dove guerre e catastrofi naturali hanno portato alla quasi totale estinzione del genere umano.

I sopravvissuti si sono riuniti nella nazione di Panem, ma il clima all’interno di questo stato è tutt’altro che pacifico. Infatti, Panem è divisa in 12 distretti, diretti dal regime totalitario di Capitol City, la capitale. Tale città amministra la giustizia e la legge,  frutta sulle risorse degli altri distretti, amministrandole e distribuendole , anche se in modo assai poco equo e avendo cura di mantenere il maggior profitto possibile per sé .

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I giochi

In passato, i distretti hanno provato a ribellarsi alla dittatura di questa città, ma il tentativo fallì catastroficamente. Per punire i distretti e allo stesso tempo ricordargli chi comanda, Capitol City creò gli Hunger Games (i giochi della fame): un reality show in cui 12 ragazzi e 12 ragazze vengono selezionati ogni anno per ingaggiare una lotta all’ultimo sangue. Tale combattimento è fomentato dalle varie trappole mortali poste nell’arena in cui i partecipanti vengono rinchiusi. Solo uno può uscirne vivo.

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Katsin si offre volontaria per partecipare ai giochi al posto della sorella, dal film “Hunger Games”

Per massimizzare l’effetto di tale punizione sui distretti, essa viene trasmessa in diretta nazionale e viene pubblicizzata come se fosse un fantastico show. Prima di metterli nell’arena, i partecipanti vengono truccati e fatti sfilare, la loro vita privata viene raccontata nei minimi dettagli. Vengono fatte vedere come se fossero delle star e devono cercare di accattivarsi il pubblico, perché quelli che ci riescono hanno più probabilità di ottenere degli aiuti durante il “gioco”.

Anche il massacrante combattimento nell’arena viene documentato fotogramma per fotogramma.

Com’è possibile che tale gioco sia socialmente accettato?

Dal punto di vista umano, tutto ciò è terribile. I partecipanti, anche se sopravvivono, vengono traumatizzati. Rimangono segnati per sempre dalle vite che hanno dovuto togliere e dagli orrori che hanno visto. Tuttavia, gli abitanti della capitale non solo non se ne accorgono, ma anzi, gioiscono del vedere le numerose uccisioni e vedono il programma come un magnifico reality show.

Cosa avviene nella testa di queste persone?

Me contro Te

Prima di tutto dobbiamo tener presente che lo stile di vita degli abitanti di Capitol City è totalmente diverso da quello dei distretti: hanno tanto cibo da scoppiare, si adornano di tatuaggi dai colori più assurdi, si tingono e si fanno operare per rendere il loro aspetto il più eclettico possibile. Al contrario, la maggior parte delle persone nei distretti lotta per non morire di fame. Anche nei distretti più ricchi, non si rasenta neanche lo stile di vita della capitale.

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Selezione dei tributi. I due ragazzi selezionati stanno n piedi ai lati della presentatrice (di Capitol City)

Questo fatto crea una categorizzazione, una divisione tra il “noi” e il “loro”. È provato che le persone sono più inclini ad aiutare e a provare empatia per gente che viene percepita come pari, dove entra il gioco una sensazione di similarità. Percependosi come immensamente superiori e incredibilmente diversi, l’obbligo morale dei cittadini della capitale è di molto attutito.

Inoltre, una divisione così netta facilita la disumanizzazione dell’altro. I partecipanti ai giochi non sono più visti come persone complesse, con sentimenti, sogni ed emozioni, ma come semplici giocattoli.  È lo stesso meccanismo che le nazioni usano durante le guerre per convincere i soldati che sia giusto uccidere i loro avversari: il nemico viene dipinto come un mostro, un animale, un qualcosa di disumano che bisogna sterminare.

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Immagini di manifesti per la propaganda anti-comunista

Distorsione della realtà

Oltre alla disumanizzazione, entrano in gioco altri meccanismi di auto-giustificazione. Questi meccanismi sono ragionamenti non-razionali che vengono messi in atto da chi sta compiendo una violenza verso un’altra persona. Servono per mantenere l’idea che si è delle brave persone e spostare la colpa su qualcun altro.

In questo  caso possiamo vedere una forte colpevolizzazione della vittima: anche se quelli estratti sono ragazzi innocenti, nati decenni dopo la rivolta, vengono incolpati per quello che gli succede. Viene vista come una punizione per la ribellione. È il classico ragionamento del carnefice:” guarda cosa mi hai fatto fare” o “mi comporto così perché tu mi hai provocato”. Per sopportare l’idea di commettere una violenza, il carnefice ha bisogno di convincersi che l’altro se lo sia meritato.

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Inoltre, l’entità della violenza viene fortemente sminuita. Con il fatto che i partecipanti vengono trattati come delle star e sono costretti a risultare gradevoli, il pubblico della capitale si convince che questi ragazzi non possano stare così male, fino ad arrivare al punto di pensare che si tratti di un onore. Inoltre, anche i termini che vengono usati per riferirsi a loro attenuano la visione della scena: i soggetti vengono chiamati “tributi” o “partecipanti ai giochi”, mai “condannati a morte” o “vittime costrette a massacrarsi a vicenda per sopravvivere”.

Infine, c’è la diffusione di responsabilità. Ogni singolo abitante di Capitol City è sia complice e che testimone dell’orribile violenza: questo frammenta la colpa su migliaia di persone, quindi ognuno si sente responsabile sono in una minuscola parte di ciò che succede. Inoltre, possono pensare che se tutto ciò fosse sbagliato, qualcuno li avrebbe fermati.

L’effetto del gruppo

In una situazione di dubbio, guardiamo gli altri per vedere come agire. Questo comportamento è dettato dal fatto che gli esseri umani sono degli animali sociali e come tali sono portati a seguire il gruppo e a cercare di integrarsi con gli altri.

Prendiamo l’esempio di una persona che debba andare in bagno e debba scegliere tra due porte. Nessuna delle due porte ha un insegna, come faremo a capire qual è quella che ci serve? Se non c’è nessuno, potremmo scegliere di andare per tentativi, ma nel momento in cui vedremo una donna uscire da una delle due porte daremo per scontato che quello sia il bagno delle donne. Non staremo a ragionare sul fatto che magari quella donna ha scelto uno dei due bagni completamente a caso, tenderemo a fidarci del suo giudizio.

Foto di Kitty Genovese

Purtroppo, tendiamo a seguire l’esempio degli altri anche in situazioni molto più gravi: Kitty Genovese fu uccisa davanti al suo stabile alle 3 di notte, mentre alcuni vicini (il numero varia da 12 a 37 a seconda delle fonti) avevano visto o sentito diversi momenti dell’attacco dai loro appartamenti, senza intervenire realmente. Questo tragico evento non è dovuto al fatto che i vicini fossero tutti psicopatici, anzi, erano persone perfettamente normali. Tuttavia, chi assisteva alla scena, sapeva che c’erano anche altre persone che sentivano e non intervenivano. Ogni testimone quella notte era spaventato e confuso, poiché non capiva bene cosa stesse succedendo. Vedendo che nessuno faceva niente, ognuno si convinse di aver capito male o che se ci fosse stato da intervenire qualcuno l’avrebbe fatto, giusto? Sbagliato. Kitty Genovese quella notte morì senza essere soccorsa, nonostante il colpo finale le sia arrivato una ventina di minuti dopo l’inizio dell’aggressione.

Tornando agli Hunger Games, immaginiamo un intera città che, pur assistendo nel dettaglio a un massacro, vede che tutti gli altri non fanno niente. L’omogeneità con cui tale violenza viene accettata porta a pensare che in realtà non ci sia niente di male. Ovviamente qualche sovversivo c’è, ma la classe dirigente sta ben attenta a non far trapelare nessuna informazione a riguardo, altrimenti si rovinerebbe l’effetto.

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Conclusioni

I meccanismi di cui abbiamo parlato (distinguere in gruppi, disumanizzare e colpevolizzare la vittima, sminuire gli effetti, distribuire la colpa e prendere come esempio il gruppo) non fanno altro che giustificare la perpetuazione della violenza, entrando in un circolo vizioso in cui si commetteranno atti sempre peggiori, giustificandosi sempre di più.

Tali meccanismi non sono messi in atto solo in Hunger Games, ma sono presenti in praticamente qualsiasi violenza di gruppo: dal bullismo a scuola ai grandi genocidi.

Come evitare di cadere nella trappola?

Per evitare di creare un clima come quello sopra descritto è essenziale lavorare sull’empatia e sull’immedesimarsi nell’altro. Chi è bravo a capire come si sentono le altre persone e riesce ad immedesimarsi in loro, sarà meno portato a fargli del male poiché sarà molto difficile che li  disumanizzi o giustifichi atti violenti.

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Anche solo essere a conoscenza dell’esistenza di questi meccanismi aiuta a sfuggirne. Se una persona è a conoscenza che la mente umana lavora in questo modo e sa riconoscere i primi segnali del pensiero irrazionale (perché l’auto-giustificazione è irrazionale), troverà più facile resistere alla pressione del gruppo ed evitare di giustificare comportamenti violenti.

Anche nel caso in cui una persona empatica e consapevole di questi meccanismi si trovi all’interno di questo circolo vizioso, sarà più facile che se ne renda conto e ne esca.

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