Il Superuovo

harley quinn e la signorina else: la fantasmogorica rinascita si fa nude e coi brillantini

harley quinn e la signorina else: la fantasmogorica rinascita si fa nude e coi brillantini

Cos’hanno in comune Harley Quinn e la Else di Arthur Schniztler? Uomini che sono casi umani e oufits a dir poco icastici.

Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Si diceva così, no? Ma cosa succede quando la donna in questione è una Über-donna e l’uomo diventa quella crostatina al cioccolato schiacciata in fondo allo zaino che portavamo a scuola? In quel caso, la donna è sicuramente vestita con dei disco pants argentati e un magliettone bianco. O forse, è solo nuda.

Harley Quinn come style inspiration per quando si ritorna single

Harleen Quinzel, la conoscono tutti. Saranno i codini sbarazzini che ha in testa o la mazza da baseball indiscretamente minacciosa, ma, impegnata o single che fosse, Harley non ha mai smesso di essere una vera e propria icona di stile, quasi come Miuccia Prada che, nella Festa dell’Unità, vendeva le salamelle. In questa storia, vige il principio del “dimmi in che relazione sei e ti dirò che armadio hai”. Infatti, finché Harley è costretta a tuffarsi nelle acque chimiche di un impianto industriale altamente tossico per un fidanzato (anche quello tossico), il suo vestiario si limita ad un’orrenda tutina nera e rossa e ad una magliettina striminzita con la scritta, iconica per carità, Daddy’s Lil Monster. Eppure, è proprio nel momento della difficoltà e della solitudine, quando Harley è senza Joker, quando deve imparare a camminare sulle proprie gambe in una Gotham che vorrebbe farsi delle ciabatte di pelo con i suoi capelli colorati, che lei si mostra nella sua forma più smagliante. Calzini di paillettes arancioni e viola, una giacca fatta di stelle filanti colorate e di strisce di avvertenza che recitano Caution! e, poi, un blazer blu elettrico fiammeggiante abbinato a dei pantaloni skinny gialli sono solo campioni degli outfits riot che indossa. Perché? Perché è così che Harley manifesta la sua intrinseca rivoluzione, a trecentosessanta gradi. Non si tratta più di vestirsi come piace all’uomo. No, si tratta di portare, anzi indossare con fierezza lo stigma sociale della donna single, autosufficiente ed indipendente, che non ha bisogno di non apparire perché non ha nessuno al suo fianco. Ricordate, una donna “cazzuta” indossa sempre shorts di jeans e bretelle retroriflettenti.

La signorina Else, come un’ape che perde il pungiglione, muore quando la vedi nuda

E, se parliamo di casi umani, la signorina Else ne ha uno proprio in casa: suo padre, quello che a Pasqua non regala l’uovo di cioccolato ai figli. Gioco d’azzardo, ricatti sessuali e debiti, questa è la trama del romanzo di Schnitzler che sembra procedere sulla falsa riga di una soap latinoamericana. Insomma, come ci si aspetta da un perfetto romanzo psicologico di fine Ottocento scritto da un autore austriaco, Else tiene in mano le redini del plot perché è il suo sesso che, in realtà, comanda. Ha la possibilità di estinguere i debiti del padre, che speriamo sia almeno fortunato in amore, solo mostrandosi nuda di fronte al villain di questa storia, il signor Von Dorsday. Scommetto che Dorsday è uno di quelli che per due fischi non si spingerebbe mai a dire che si tratta di catcalling, ma questa è tutto un’altra polemica. La giovane, come da copione, ha un potere indescrivibile. Da una parte, si rivela e si rende vulnerabile, è soggetta all’essere maschile che le si impone; dall’altra, è hardcore, riconosce che in questo modo potrà sempre ottenere quel che vuole, benefici, omaggi, lussi. Forse, potrà davvero recitare in una soap latinoamericana, you never can tell. Però, non poteva mancare il plot twist in stile Trono di Spade: Else muore. Non muore il suo fisico, non appassiscono la sua bellezza o la sensualità. Appassiscono la dignità, la decenza ed il pudore di una ragazzina strappata alla fanciullezza. Una ragazzina che aveva ancora la possibilità in potenza di farsi scoprire, da adulta, dall’uomo che sarebbe potuto essere il suo amore. E invece…

Un abito, un significato

Nessuno riflette mai abbastanza sull’effettivo potere che ciò che si indossa ha. Credete che Julia Roberts in Pretty Woman avrebbe mai conquistato Richard Gere senza quel magnifico abito rosso? Oppure che Audrey Hepburn avrebbe ugualmente raggiunto e superato la perfezione senza il tubino nero, il diadema o il croissant riflessi sulla vetrina di Tiffany? Mi viene da pensare alle donne che, cambiato lo status (su Facebook o in letteratura) in “single”, hanno sfoderato in gran segreto la migliore arma che potessero conservare: un vestito attillato e un Silk-épil nell’armadietto del bagno. Lady D e lo storico, storicissimo “Revenge Dress” con il quale comunicò alla royal family del tradimento del principe (dell’inettitudine) Carlo. Britney Spears che ricicla l’abito da sposa indossato alle nozze con Kevin Federline per una passeggiata con il successivo fidanzato. Hester Prynne che sfoggia, con la stessa grazia dissacrante di Lil Nas X che fa la pole dance, la lettera scarlatta “A” di adultera. O di “Assolutamente on fleek” perché, alla fin fine, il rosso in crochet non passa mai.

Guai a chiamare “sottona” o “vergine cuccia” una donna che il giorno dopo si farà trovare vestita di latex, mentre legge Orgoglio e pregiudizio.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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