Il film “La Banalità del Male”, vede come protagonista la filosofa e teorica politica Hannah Arendt e mostra le avversità che essa ricevette riguardo alle sue considerazioni sul processo ad Eichmann. Fu infatti accusata di difendere il tenente colonnello delle SS, ma in realtà fece un’analisi molto attenta e accurata, anticipando l’esperimento dello psicologo sociale Stanley Milgram (per maggiori informazioni a riguardo, cliccare qui). Arendt sostenne che il male perpetuato da Eichmann, come anche dalla maggior parte dei Tedeschi corresponsabili della Shoah, fosse dovuto non alla malvagità dei singoli individui, ma da una mancata consapevolezza di cosa comportassero le loro azioni. Pur considerando la sentenza corretta, la filosofa infatti affermò che la condanna fu raggiunta con i mezzi sbagliati, in quanto il gerarca nazista fu giudicato con le leggi di Israele, mentre secondo lei era necessario portare il discorso ad un livello più alto, che riguardasse l’intera umanità, in quanto con lo sterminio degli Ebrei, si era tentato di eliminare la pluralità degli uomini, eliminando una parte di essi. Pluralità che non sta solo alla base dell’esistenza umana, ma è anche parte fondamentale del pensiero di Hannah Arendt riguardo alla politica.

Che cos’è la politica?

Per Hannah Arendt la politica si fonda innanzitutto sulla pluralità, in quanto quest’ultima tratta della convivenza e comunanza dei diversi. In questo senso critica fortemente il fatto che gli organismi politici tendano a creare un’affinità fra gli individui che annulla la diversità. Quest’ultima invece, è necessaria in quanto la politica non è parte dell’essenza umana, ma nasce fra gli uomini, è quindi frutto dell’interazione fra la pluralità di questi. In base a questo, la filosofa designa la polis greca come esempio di massima politica, dove ogni cittadino sceglieva e si prendeva le responsabilità delle scelte fatte, che invece è in netto contrasto con la relazione che oggi c’è fra governanti e governati e, soprattutto, in netto contrasto con il dominio burocratico oggigiorno imperante, dove regnano l’anonimità degli uffici, la delega e una sorta di dominio dispotico “del signor Nessuno”, in quanto non si sa a chi parlare o presentare reclamo in caso di necessità. Dunque Hannah Arendt ha una concezione di politica molto alta, che si basa sulla diversità dei singoli individui e, quindi, sulle emozioni e passioni di quest’ultimi.

La politica ha ancora senso?

Hanna Arendt prende in considerazione l’esperienza dei regimi totalitari, che pretendevano di politicizzare l’intera esistenza degli uomini, privandoli della loro naturale libertà. Questo è un passaggio fondamentale per la filosofa in quanto per lei il senso della politica è, appunto, la libertà stessa. Su questa si basa ogni possibile azione umana e non è possibile prescindere da questa per avere una “vera” politica. Kurt Sontheimer nella prefazione di un frammento ritrovato di un articolo di Hannah Arendt afferma che “non ci si può accontentare della scomparsa storica di fascismo e comunismo, ma occorre mantenere la consapevolezza che la limitazione della libertà e la repressione della spontaneità umana e la corruzione del potere attraverso la violenza, sono una costante minaccia anche per la politica dei sistemi cosiddetti liberali”. Ciò ribadisce il concetto che la filosofa dà alla libertà, che non è il libero arbitrio, per il quale si intende una scelta fra elementi dati, ma rappresenta la spontaneità degli individui che semplicemente agendo riescono a “creare” politica. Infatti se si fa riferimento al termine greco archein, questo è traducibile sia con “cominciare” che con “governare”. In questo contesto la Arendt introduce il termine miracolo, dove per esso non intende un mero atto religioso o ultraterreno, ma esso rappresenta, dal punto di vista dei processi delle probabilità statistiche, un’infinita improbabilità, ovvero una cosa inspiegabile per via causale, e identifica come miracolo ogni nuovo inizio. Quest’ultimo è dato proprio dall’agire umano, positivo o negativo che sia. Ovvero l’uomo, misteriosamente, in questo senso compie miracoli, riesce a creare nuovi inizi. Identificando questi ultimi con la libertà stessa, che è alla base della politica, la Arendt afferma dunque che l’agire umano stesso è alla base della politica. Quest’ultima affermazione è un monito per oggigiorno, in quanto la filosofa invita gli uomini, in quanto agenti, a partecipare attivamente alla politica, a creare nuovi inizi, a cambiare le cose.

Pietro Salciarini

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