L’importanza dello Stato di diritto che spesso diamo per scontato: Handmaid’s tale

Handmaid’s tale, serie tv basata su un racconto degli anni ’80, narra di una società distopica, soffermandosi su temi etici e sulla precarietà dei diritti civili, offrendo allo spettatore una riflessione sull’importanza dello Stato di diritto.

June frequentava un uomo sposato, che ha in seguito lasciato la moglie. Nel distopico presente June è costretta a purificarsi facendosi stuprare per compiere il destino biologico di ogni donna: avere figli.
Handmaid’s tale – miglior serie drammatica 2017, tratta dall’omonimo romanzo del 1985 – è molte cose, una di queste è sicuramente la rappresentazione di quanto l’esistenza di uno Stato di diritto non debba essere data per scontata, in una visione del mondo occidentalizzata che poco fa i conti con vicini medio-orientali, dove spesso la possibilità di guidare può essere per le donne un miraggio o una conquista secolare.

Lo Stato di diritto è, con necessaria approssimazione, la normalità, la forma di Stato che riconosce all’uomo diritti, libertà e uguaglianza, investendo in welfare. Si basa sulla separazione dei poteri e quindi su una serie di garanzie che impediscono a un unico organo di assumere decisioni per l’intero sistema. Riconosce e rispetta le minoranze, aborrendo il pensiero unico.

Nel vivere quotidiano o in un’aula universitaria è facile confondere l’affermazione giusnaturalista dei diritti fondamentali come intrinsechi all’essere umano, con l’effettivo rispetto degli stessi. Quest’ultimo deriva necessariamente dalla volontà dello Stato in quanto tale, dalla ratifica di un trattato, dalla tenuta delle citate garanzie.

June Osborne, protagonista della serie

La società descritta in Handmaid’s tale annulla le libertà costituzionalmente garantite in nome di una sicurezza malata e portata all’estremo.
Per cause legate a temi ambientali la fertilità di uomini e donne è ormai una rara eccezione e, tra le pieghe di questa condizione di crisi, si inserisce un gruppo di estremisti e fondamentalisti. Questi sfruttano l’insicurezza di una società minata, inoltre, da attacchi terroristici, che consegna anni di lotte e morti per i diritti umani, sacrificandoli a un altare di controlli, ronde, tradizionalismi e ordine apparente. Una nazione dove un ristretto gruppo di uomini esercita il proprio arbitrio sulla maggioranza, violando la riserva di legge e di giurisdizione.

I frequenti flashback nel passato di June Osborne, protagonista della serie, che corrispondono al presente di un qualsiasi uomo nel 2018, fanno avvertire allo spettatore una sensazione di ingiustizia sociale che parte dallo stomaco, sono il filo che collega il fruitore a una storia non poi così lontana e già raccontata su pellicola nel più noto V per vendetta o nel lavaggio del cervello sotto tortura a cui viene sottoposto Alex in Arancia meccanica.

La facilità con cui la popolazione può acconsentire alla morte dello Stato di diritto può essere esemplificata oggi nei discorsi da bar, in un’ipotetica signora con un tailleur beige che si lamenta di quanto il comune non faccia abbastanza per sanzionare i graffiti dei ragazzi di 13 anni sulla saracinesca dell’edicola, inneggiando alla necessità di telecamere e appostamenti di polizia.
E’ la linea sottile tra lo sfogo della signora e la presenza costante di forze dell’ordine armate in ogni piazza, che in seguito ad attacchi terroristici portano il rispetto della legge a esasperate conseguenze.

Sono gli stessi cittadini a cedere i propri diritti, spinti a manifestare contro la figura del presidente della Repubblica, garante della costituzione, indotti a considerare magistrati imparziali come portavoce del ‘nemico’.

Handmaid’s tale ci ricorda, cambiando nomi e volti come all’epoca fece Verdi nel Nabucco, che è in corso un’inchiesta, condivisa da Repubblica nel maggio 2018, sui campi di rieducazione cinesi, dedicati ai musulmani, traditori dello Stato.

Roberta De Rossi

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