Hacker russi minacciano un attacco informatico: scopriamo la psicologia della privacy

Il gruppo hacker russo “Killnet” minaccia un nuovo attacco informatico. Analizziamo il nostro bisogno di privacy.

man in black hoodie using macbook

Ancora una volta l’Italia si ritrova faccia a faccia con il pericolo di un attacco informatico del gruppo hacker russo “Killnet”, che ci ricorda come i nostri dati nell’era digitale siano estremamente sensibili e il nostro bisogno di privacy non sempre garantito.

Le tante facce della privacy

La privacy è considerata dall’ONU un diritto umano universale, tuttavia questa è un concetto elastico e sfuggente. Alan Westin nel 1967 definì privacy un “volontario e temporaneo ritiro di una persona dalla società o uno stato di solitudine o di intimità di un piccolo gruppo”.

Successivamente, Stephen Margulis, psicologo americano, cercò di defnire in modo più specifico questo concetto, affermando come la privacy sia un “controllo selettivo delle informazioni tra una persona (od un gruppo) e gli altri, il cui fine è quello di aumentare l’autonomia e minimizzare la vulnerabilità”.

Pincipalmente esistono 5 tipi di privacy:

  • privacy informativa, che riguarda la condivisone di determinate informazioni
  • privacy interazionale, ossia il controllo sulla qualità e quantità delle interazioni con gli altri
  • privacy territoriale o fisica, legata al proprio spazio, all’affollamento e al venire fisicamente a contatto con gli altri
  • privacy psicologica, concernente i nostri pensieri, sentimenti e la loro condivisione
  • privacy espressiva, ovvero il livello di espressione della propria identità

grayscale photo of black and white wooden sign

Il bisogno di privacy

Partendo dalla concezione secondo la quale un bisogno può essere spiegato come una motivazione interna provocata da uno stato di deprivazione e volta a sopperire questo deficit, possiamo intendere il bisogno di privacy come un bisogno secondario. Questo perché esso descrive un temporaneo bisogno di una condizione o uno stato in cui la realizzazione di più bisogni diventa possibile.

Westin riteneva che il bisogno di privacy fosse in grado di soddisfare i bisogni di autonomia, rilascio emozionale, autovalutazione e comunicazione limitata e protetta. La privacy è inoltre uno strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi come parte dell’autorealizzazione del singolo.

Dahrl Pedersen, psicologo americano, in seguito testò e ridefinì queste funzioni, affermando come questo bisogno secondario permetta la soddisfazioni di bisogni quali autonomia, fiducia, rinnovamento, riflessione e creatività.

Il bisogno di privacy è universale, in quanto presente in diverse società e culture. Ad esempio, in società primitive come le tribù di Java, dove confini, delimitazioni fisiche come porte, muri o singoli nuclei famigliari non esistono, le persone cercano privacy parlando piano o semplicemente nascondendo in propri sentimenti anche nelle proprie case. Allo stesso modo, i componenti della tribù Tuareg del nord Africa ricercano una simile barriera psicologica coprendo parti del proprio viso con veli.

two women facing security camera above mounted on structure

La privacy nella società attuale

Bisogna inoltre considerare che il bisogno di privacy non è un bisogno “cristallizzato”, che rimane invariato, ma cambia, si modifica nel corso della vita di un individuo. Questo è influenzato soprattutto da esperience di separazione e processi di individuazione, come, ad esempio, esperienze di autonomia o creatività in condizioni di solitudine.

Nell’era digitale, il bisogno di privacy per molte persone è compromesso dall’incapacità utilizzare i nuovi strumenti che ci sono stati dati. Una buona fetta della popolazione, ossia quella più avanti con l’età, o non presta attenzione (considerando la privacy digitale separata da quella reale, anche se queste sono ormai strettamente collegate), o, riconoscendo i propri limiti nel capire i meccanismi di queste nuove tecnologie, e temendo per la propria privacy, decide di privarsene.

Dall’altra parte, soprattutto la parte più giovane della popolazione sperimenta quello che è stato definito “privacy paradox” (ovvero “paradosso della privacy”), che si spiega nell’atteggiamento ambivalente degli individui nei confonti della propria privacy: se da una parte questi comprendono i rischi di condividere informazioni personali sul web, dall’altra vengono sedotti dall’approvazione sociale dei social media o dalla promessa di una personalizzazione dell’esperienza (per esempio, siti che, ottenendo informazioni dai propri utenti, mostrano contenuti più affini ai gusti di un individui).

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