Guida al “Long Covid”: scopriamo i disastrosi effetti della pandemia sulla salute mentale

Covid-19: quali sono gli effetti a lungo termine sulla salute mentale? I risultati di una recente ricerca ci raccontano lo scenario preoccupante della pandemia.

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Fonte: Jose Antonio Gallego Vázquez su Unsplash

In un articolo del 23 Febbraio 2022, il giornale Il Fatto Quotidiano riporta i dati raccolti dal Veterans Affair St. Louis Health Care System (link allo studio condotto), in Missouri: lo studio ha interessato i rischi a lungo termine della pandemia sulla salute mentale, le cui percentuali ottenute sono state ricavate dall’analisi di un bacino di 150mila pazienti risultati positivi al virus SARS-CoV-2.

LE PERCENTUALI

Lo studio era necessario, i numeri sono spaventosi. Uno dei fattori più influenti della pandemia Covid-19, è stato l’impatto sulla salute mentale delle persone. Lockdown, restrizioni al libero movimento delle persone, milioni di vittime: la situazione è nota a tutti e le immagini che, purtroppo, ci hanno accompagnato in questi due anni di crisi mondiale sono strazianti. Nessuno era preparato ad un evento di tale portata.

Eppure, i problemi legati alla situazione pandemica potrebbero non terminare in concomitanza della fine dell’emergenza sanitaria. Il recente studio condotto in un ospedale del Missouri sugli effetti del “Long Covid” mostrerebbero dati di una seconda, pericolosa ondata “pandemica”. Un esempio tratto dai numeri raccolti: fra gli intervistati ex-positivi il rischio di sviluppare una qualsiasi forma di sofferenza psichica ha una probabilità del 60% in più rispetto a coloro che non hanno contratto il virus. Oltre ai disturbi ansiosi (la percentuale si aggira intorno al 35%), il campione studiato ha dimostrato un’incidenza maggiore di patologie come depressione (39% di probabilità in più) e stress, così come l’abuso di sostanze, oppioidi (con un’incidenza del 76% maggiore) e simili.

Fonte: Jannes Klingebiel su Unsplash

COSA È IL LONG COVID

Il gruppo di ricerca non è ancora riuscito ad identificare ufficialmente una fonte per gli effetti catastrofici del virus sulla salute mentale, ma ne ha ipotizzate due: oltre alla possibilità di un’alterazione biologica che possa aver colpito il cervello ed il suo normale funzionamento, l’esperienza frontale del virus rivestirebbe un ruolo cruciale. In parole più semplici, si potrebbe parlare di trauma-Covid.

L’isolamento, la famosa “quarantena”, la paura di contagiare e di essere contagiati, il lutto dei propri cari: tutti i fattori conseguenti alla diffusione della pandemia da Sars-Covid-2 palesano una rilevante influenza sullo stato d’animo delle persone. Così, lo speranzoso senso di comunità manifestatosi nella primavera del 2020 rimane un lontano ricordo, in un presente dove il Long Covid potrebbe essere il sintomo di una ferita che rimarrà aperta per molto tempo.

LA FILOSOFIA DELLA SOLITUDINE

Dice Aristotele:

“Chi è felice nella solitudine, o è una bestia selvaggia o un Dio”.

Seppur la citazione qui riportata sia stata vittima di atroci semplificazioni, oltre ad aver vissuto un utilizzo fin troppo inflazionato, potrebbe essere utile per introdurre l’argomento della solitudine per la filosofia. Ebbene, l’isolamento (sociale e fisico) non è certamente l’unico effetto della pandemia, ma non è nemmeno l’ultimo. Forse il più rilevante proprio perchè il più insolito nella vita post-moderna, dove gli uomini diventano utenti, trasformandosi in nodi di una fitta rete di iper-connesioni.

Per Aristotele, la solitudine è dis-umana. L’essere umano aristotelico coincide con l’essere sociale; la comunicazione con l’altro è un elemento primordiale, istintivo, essenziale alla vita dell’uomo. Egli, per natura, tende all’aggregazione ed a costituirsi in una società – “società”, da “socius” onde “sociare”, in italiano “unire”.
Simile è la posizione del fronte darwinista, dove la strategia vincente per tutti gli animali è quella della cooperazione e della socialità – elemento riportato in particolare nelle tesi di Pyotr Kropotkin, teorico evoluzionista ottocentesco.

Volendo immettere nel discorso un altro grande pensatore, ma di qualche secolo in ritardo rispetto ad Aristotele, si potrebbe riportare un’altra famosa citazione:

“La solitudine offre all’uomo altolocato intellettualmente due vantaggi: il primo d’esser con sé, il secondo di non esser con gli altri”.

Questa volta l’autore è Arthur Schopenhauer. Una visione ben diversa rispetto a quella dello Stagirita, ma di uguale importanza. La filosofia moderna e contemporanea introduce una seconda natura della solitudine, anche positiva. Oltre alle parole di Schopenhauer, che richiamano alla solitudine per il raggiungimento della tranquillità d’animo, si potrebbe ricordare anche il pensiero del fenomenista Edmund Husserl.

Respingendo le accuse di solipsismo, quella branca della filosofia secondo la quale “il soggetto pensante non può affermare che la propria individuale esistenza in quanto ogni altra realtà si risolve nel suo pensiero” (definizione dell’Oxford Languages), Husserl riconosce il momento della solitudine come punto di partenza per la costruzione di un’intersoggettività (o anche, “empatia”) di livello maggiore. La percezione dell’alter ha origine dall’Io, che riconosce l’esistenza altrui in una risoluzione positiva del “solipsismo”.

 

 

 

 

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