Il Superuovo

Gli “io” della mente

Gli “io” della mente

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Parlare di io ci risulta semplice, utilizziamo questa parola spesso per identificarci e trovare posto nel mondo. “Io sono a casa” oppure “io non penso che questa affermazione sia vera” e tantissime altre affermazioni che comprendono la parola “iovengono pronunciate in ogni istante, da tutti gli esseri umani del mondo. Ma quando qualcuno ci domanda: che cosa è “io“? Ecco, allora cadiamo totalmente dalle nuvole.

Esistenza o inesistenza dell’io?

Il filosofo scozzese David Hume ci dice che l’io è un concetto inafferrabile, che non può essere percepito sensorialmente. L’io sarebbe quindi un’illusione, una convenzione infondata che rende più semplice relazionarsi. Hume è il filosofo empirista e scettico per definizione, per cui, non c’è da stupirsi della sua risposta. Ma proviamo a chiedere allora ad uno psicologo cosa è l’io. Gli psicologi non sanno ancora darsi risposta, nonostante studino la mente e la psiche umana. Quando si parla di “io“, gli psicologi sono totalmente in conflitto tra loro, tanto da declinare l’io nella definizione (molto più stretta) di ““. Il sé rappresenta una dinamica di auto-determinazione, di individualità e peculiarità. Siamo comunque lontani dal parlare di io, poiché gli psicologi sembrano essere più orientati alla stessa conclusione di Hume.
E le neuroscienze? La neurofiosiologia cerebrale non riesce ancora oggi a trovare un centro dell’io all’interno del nostro cervello. In assenza di centro dell’io nel cervello, le neuroscienze non possono studiare nulla. Se anche i neuroscienziati riuscissero a trovare un centro dell’io e pertanto a studiarlo, arriverebbero comunque alla conclusione che l’io non è altro che un complesso meccanismo elettrochimico fine a sé stesso. Per questo, la questione “io” sembra addirittura esulare dal loro campo di studi. Si ritorna di nuovo, ed anche qui, alla conclusione di Hume.

(David Hume).

 

Quale io?

Ma allora, Hume aveva ragione, tuttavia c’è un interessante particolare. l’io è appunto un qualcosa che non può essere afferrato, che non può essere studiato, un costrutto da cogliere a priori che identifica noi stessi. Ma rispetto a cosa? Può esserci un “io” perché c’è un “altro“. L’alterità è il rapporto che crea il mio “io“, che mi distingue come individuo unico ed a sé stante. Gli psicologi ci risponderebbero che in realtà stiamo parlando del sé. Ma cosa distingue l’io dal sé? Mettendo insieme i frammenti che arrivano da ogni disciplina, vediamo come non vi sia un unico io. E’ corretto affermare che vi sia più di un io: vi è un io corporeo (percezione autentica del mio corpo); un io di localizzazione (so dove mi trovo in questo momento); un io autobiografico (conoscenza del proprio vissuto) e così via. Una divisione del genere è comunque una schematizzazione approssimativa. Molto spesso facciamo infatti esperienza dell’io senza accorgercene oppure, cogliamo l’io in modo intuitivo. Possiamo definirla “magia dell’io“.

(Richard David Precht)

Concludo con una bellissima citazione del filosofo tedesco Richard David Precht, che scrive a proposito: “L’io è un maestro d’asilo assai attento, il più delle volte è con noi osservando, immedesimandosi, rimanendo più o meno concentrato. […] Infatti, se avessimo trovato un apparato dell’io da mettere sotto il naso dei filosofi per dire: “Eccolo qui”, la magia dell’io sarebbe davvero scomparsa. Invece abbiamo un io cangiante, fatto da molti strati, multi-prospettico.

Giacomo Di Persio

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