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Gifted: le difficoltà nel crescere una bambina plusdotata e il dibattito sull’istruzione

Gifted: le difficoltà nel crescere una bambina plusdotata e il dibattito sull’istruzione

Che cos’hanno in comune Mozart, Pascal, Picasso e la piccola Mary Adler? Il loro incredibile genio precoce, caratteristico dei bambini gifted e che solo il 2% della popolazione può vantare.

Una storia che si apre con leggerezza e spontaneità, le stesse di una bambina che si prepara ad affrontare il primo giorno di scuola. Gifted – Il dono del talento è un film disarmante, cha avvolgendosi di ironia e spensieratezza, affonda il coltello in profondità nelle ferite più nascoste e dimenticate dell’animo. Sfiora tematiche come l’abbandono e l’isolamento con l’intensità emotiva propria solo dei bambini che, come Mary, si sentono impotenti di fronte all’imperiosità degli adulti.

Tra matematica e gatti ciclopi

Mary, sette anni, occhi vispi, zero peli sulla lingua. Si diverte a passare il sabato sera a casa della sua migliore amica cantando a squarciagola sul tavolo del salotto, le piacciono gli animali (e adora Fred, il suo gatto con un occhio solo), è entusiasta ogni volta che suo zio Frank la porta a fare un giro in barca. E, come la stragrande maggioranza delle bambine di sette anni, non è che proprio salti di gioia all’idea di andare a scuola. Ma ogni persona, grande o piccola, è unica nel suo genere e anche Mary lo è, a suo modo. La sua migliore e unica amica è la vicina di casa di circa quarant’anni, e il motivo per cui non ama andare a scuola è che la considera noiosa e stupida, lo stesso vale per i bambini della sua età. Mary è un piccolo genio, che sa risolvere operazioni matematiche complesse a mente con il metodo Trachtemberg e che discute di politica europea come e meglio di un adulto. Vive con lo zio perché la sua mamma (anche lei mente brillante e genio matematico) si è tolta la vita pochi mesi dopo la sua nascita, ma, dopotutto, è felice del suo sereno e particolare equilibrio. Equilibrio stravolto dall’inizio della scuola elementare, in cui Mary si sente un pesce fuor d’acqua e che secondo le maestre e la nonna (rimasta nell’ombra fino a quel momento) non è l’ambiente migliore per garantirle il livello di istruzione a cui ha diritto. Chi avrà l’ultima parola, lo zio, che vuole che Mary abbia una vita normale e si faccia degli amici, o la nonna, che vuole realizzare al massimo il suo talento innato?

Bambini gifted, oltre il Quoziente Intellettivo

La soluzione, come spesso accade, si rivela essere un giusto compromesso. Prima di approfondire la questione, però, inquadriamo le caratteristiche generali di quelli che sono i bambini “plusdotati” come Mary. C’è da dire che la questione è tutt’altro che definitiva, anzi. È ancora molto acceso il dibattito che stabilisca una definizione univoca di “plusdotazione cognitiva” (o anche “intellectual giftedness”), così come lo è, ancor più genericamente, quello per la concezione di “intelligenza”. Alcuni ricercatori, come Lewis Terman (uno dei primi ad effettuare degli studi sui bambini cosiddetti gifted), ritengono che le capacità cognitive testate con il Quoziente Intellettivo siano condizione necessaria e sufficiente a determinare la condizione di plusdotazione e un conseguente successo in ambito professionale. In seguito ad una ricerca della durata di quasi trent’anni, in cui furono seguiti più di 1500 bambini con un Q.I. superiore a 135, lo stesso Terman dovette ricredersi e orientarsi verso l’opinione che altri fattori, oltre le abilità innate dei bambini, siano determinanti nel loro sviluppo, come il sostegno da parte dei genitori e insegnanti, il contatto con persone altrettanto intelligenti e una forte motivazione personale. Un Q.I. uguale o superiore a 130 è oggi considerato un indicatore della giftedness, ma non di per sé sufficiente a definirla: vanno integrati nell’interpretazione aspetti allo stesso tempo cognitivi, psicologici e relazionali, quindi anche il linguaggio, la memoria, la curiosità, l’empatia, il senso di giustizia e l’impegno. Con il suo talento spiccato per la matematica, la parlantina spigliata, un’emotività acuta e qualche scazzottata per vendicare il progetto di un suo compagno distrutto da un bullo, Mary rientra perfettamente nella categoria gifted. Per questo motivo hanno ragion d’essere entrambe le pretese dello zio e della nonna, che la bambina sia ben accolta dai suoi pari e che riceva l’istruzione adeguata alle sue potenzialità.

Plusdotazione e scuola

Ma quindi qual è la soluzione migliore per Mary e per i bambini gifted di oggi? Proseguire nel percorso scolastico con i propri coetanei o passare direttamente alla laurea nelle migliori università? Come è logico pensare, la risposta è: nessuna delle due, ma il buon, vecchio, sempre efficace “giusto mezzo” aristotelico. Così come negli USA esistono scuole private, specializzate nell’istruzione personalizzata di bambini plusdotati, anche in Italia alcune scuole paritarie si sono attrezzate a riguardo, in entrambi i casi non senza una lauta ricompensa in oro/organi umani. La buona notizia è che dall’aprile del 2019 la plusdotazione è stata inserita tra i Bisogni Educativi Speciali, per cui anche la scuola pubblica ha riconosciuto l’importanza di introdurre dei Piani Didattici Personalizzati per gli alunni che rientrano in tale categoria. Finora le pratiche più utilizzate per valorizzare le capacità intellettive dei bambini dotati erano principalmente due: l’accelerazione e il raggruppamento. La prima consiste nell’accelerare il percorso formativo del bambino, spesso iscrivendolo alla scuola elementare prima del dovuto o, in casi più rari, trasferendolo in classi superiori a percorso iniziato (passando, ad esempio dalla quarta elementare alla prima media). Spoiler alert: questo sarà il lieto fine di Mary, che la mattina frequenterà addirittura la high school con dei brufolosi adolescenti come compagni di classe, mentre passerà il pomeriggio con i bambini della sua età come compagni di gioco. Il raggruppamento è, invece, un programma collettivo, usato perlopiù negli Stati Uniti, che coinvolge tutti gli studenti (indipendentemente dal loro quoziente intellettivo) e che prevede una suddivisione in classi non per età, ma bensì per abilità in ciascuna materia. Per cui una stessa classe di chimica, ad esempio, può essere frequentata da alunni con lo stesso livello di capacità in tale ambito, ma di età diverse. Secondo i dati empirici disponibili fino ad oggi, la prima soluzione risulta essere la più efficace tra le due.

In un mondo ideale, la scuola sarebbe in grado di individuare ogni germoglio di talento che rende ognuno di noi unico e speciale, e di coltivarlo fino a farlo sbocciare in un bouquet di soddisfazioni e successi personali. E invece per alcuni non è altro che uno sterile inverno di occasioni sprecate e di tempo buttato nel vano tentativo di capire dove si è diretti e quale sia il proprio scopo. La spensieratezza dei bambini non fa caso al futuro, non si preoccupa del successo, dei soldi, dell’istruzione, delle pretese degli adulti. Conta solo l’abbraccio di certe persone. Alla domanda sul perché affermasse che lo zio Frank fosse una brava persona, Mary risponde “Perché mi ha voluto prima che fossi intelligente”. Di un genio come lei c’è da fidarsi.

 

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