Giacomo Leopardi e Francesco De Gregori: la creatività nell’arte come canalizzazione della sofferenza

Il dolore è il seme dell’arte? La melanconia leopardiana ne è il motivo primordiale, ma le tristi storie di De Gregori meritano di essere raccontate.

arte e sofferenza

Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori: tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose, quando l’occhio dell’uomo sano vi si affissa, sono invece per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a se stesso privo di orpelli e di colore. Ammesso che sia vissuto fino a quel momento in qualche pericolosa fantasticheria, questo supremo disincantarsi attraverso il dolore è il mezzo per strapparlo ad essa: è forse l’unico mezzo. (F. Nietzsche). Parole tremende, laceranti, forti, che si potrebbero attribuite alla condizione di salute di Nietzsche. Eppure, rivelano molto di più: costituiscono, infatti, un’acutissima analisi della sofferenza come mezzo e conseguenza del concetto di visione applicabile all’arte (o alla filosofia, in questo caso) e alla creatività umana, più in generale. Non c’è linearità nella creatività, vi sono picchi immensi, che sia la gioia sovrumana del vedere o l’abisso illimitato del soffrire. L’artista è dotato di una sorta di capacità di trasvalutazione del senso che proviene da elementi interiori e solo talvolta esteriori, ha la facoltà (e il gusto, in alcuni casi) del visionario. La creatività è, inoltre, un mezzo, un meccanismo eccezionale, un ausilio per la ristrutturazione del dolore, per la canalizzazione della sofferenza. E’ anche vero che spesso ci piace pensare che l’arte, per giungere all’apice della sua facoltà espressiva e della genialità che vi si cela, abbia bisogno di una mente straziata e di un cuore ferito, aderendo all’archetipo del poeta tormentato e del romanziere che scrive freneticamente nelle notti di delirium tremens. Tuttavia, oltre alla sofferenza, c’è una realtà psicologica che delinea in modo più profondo e delicato le personalità di questo tipo: che si tratti di dolore o meno, nessun artista ha una mente ordinaria. La sofferenza è, senza dubbio, un catalizzatore per l’espressione artistica, ma lo sono anche la paura, la felicità o la rabbia, sebbene il dolore trovi nell’arte un rifugio assai catartico, laddove il soggetto può ritrovare se stesso, ascoltarsi, nuotare nei suoi abissi di incertezza e fondersi con i propri buchi neri per uscirne rafforzato e sollevato. I demoni ballano sempre con noi, non scompaiono mai del tutto, l’arte ne è la voce.

Il poeta della melanconia: Giacomo Leopardi

In pochi artisti, letterati, così come in Giacomo Leopardi, vissuto, poetica e ideologia formano un tutt’uno armonico. E’ il bambino geniale dei sette anni di studio matto e disperatissimo, il giovane che voleva fuggire per sempre da Recanati, il suo borgo natio selvaggio, il giovane che soggiornò a Roma e ne rimase deluso, per poi tornare a Recanati e di nuovo allontanarvisi per sempre. È il poeta del vago e dell’indefinito, del pessimismo storico e del pessimismo cosmico, della poesia viva, delle sensazioni palpabili. E’ il poeta che non parla semplicemente ad una donna, non parla semplicemente di una giornata di festa né solo del fascino della luna: fa entrare il lettore nel suo mondo, quello dell’immaginazione che finisce col trovare sempre una connessione e un punto d’incontro col reale, a riprova della verità delle sue affermazioni. Nel Leopardi bambino e adolescente c’era un connubio di candore infantile, di piacere del gioco, ma già un’indole sensibilissima alla fantasticheria, indole in lui sviluppatissima prima della malattia, che avrebbe solo acuito, tra slanci delusi, innamoramenti brucianti e adesione incessante alla vita, la sua lontananza dall’ordinario e la sua emarginazione intellettuale. La sua malattia era infinitamente più grave e complicata di quel che si può pensare: oltre che di rachitismo, il giovane poeta soffriva di tubercolosi ossea (o morbo di Pott), una malattia metamorfica, mimica, il primo dei drammi che distrussero la vita di Leopardi, colpendolo nelle apparenze, che tanto amava e che tanto sfruttava come mezzo e fonte di poesia, di metapoesia. Soffrendo indicibilmente ogni giorno della sua vita, egli credeva che la causa fosse una sola, gli studi matti e disperatissimi dell’adolescenza. Non sapeva che non era colpevole di niente. La colpa era soltanto della natura maligna.

arte e sofferenza
Giacomo Leopardi (29 giugno 1798, Recanati – 14 giugno 1837, Napoli)

Eppure, Leopardi non avrebbe potuto vivere senza il proprio dolore, che quasi divenne compagno fedele, input poetico, fortunatamente egli era vivo, poiché la sofferenza appartiene ed è connaturata a colui che ancora è in grado di sentirla. Nell’insensibilità al dolore, l’uomo perde il sentimento e il dono della poesia, non sente più né la natura né la bellezza, l’immaginazione diventa fredda e smarrisce persino l’angoscia per la nullità delle cose. Non c’è poesia senza la ribellione al dolore, quando la percezione della bellezza si scontra con la consapevolezza della sua fragilità. Il nulla di Leopardi è molto peggio della sofferenza e del dolore, perché non può fruttare, men che meno in poesia. La noia è la fine delle passioni, il vuoto dell’anima, la noia è sterile e fine a se stessa. Per Leopardi, leggere era già scrivere e scrivere era una forma di lettura e per capire un testo era necessario diventare quel testo, pensando con la stessa profondità dell’autore, privando il testo dell’autore stesso: di qui il carattere universale e catartico (per noi che la leggiamo e per lo stesso Leopardi all’atto creativo) della poesia leopardiana. In Giacomo Leopardi, la melanconia, il dolore, la sofferenza e il graduale pessimismo divengono bellezza, divengono poesia.

Oltre le apparenze: Alice di De Gregori

Probabilmente il punto di forza delle canzoni di De Gregori risiede proprio del loro essere solamente abbozzate, non vi è mai una minuziosa descrizione della scena e nemmeno un’introduzione e una conclusione della storia che viene raccontata, della quale sono solamente tratteggiati i contorni attraverso immagini sfocate o frasi frammentarie, colte quasi per caso, dall’occhio e dalla sensibilità di un artista. Datata 1973, dal testo (di seguito) apparentemente criptico, Alice è uno dei capolavori di un giovane De Gregori:

Alice guarda i gatti

E i gatti guardano nel sole

Mentre il mondo sta girando senza fretta

Irene al quarto piano è lì tranquilla

Che si guarda nello specchio

E accende un’altra sigaretta

E Lillì Marlen, bella più che mai

Sorride e non ti dice la sua età

Ma tutto questo Alice non lo sa

Alice guarda i gatti

E i gatti muoiono nel sole

Mentre il sole a poco a poco si avvicina

E Cesare perduto nella pioggia

Sta aspettando da sei ore

Il suo amore ballerina

E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’

E il tram di mezzanotte se ne va

Ma tutto questo Alice non lo sa

Ma io non ci sto più gridò lo sposo e poi

Tutti pensarono dietro ai capelli

Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto

Ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa

Non è così che se ne andrà

Alice guarda i gatti

E i gatti girano nel sol

Mentre il sole fa l’amore con la luna

Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello

Ma è convinto che sia un portafortuna

Non ti chiede mai pane o carità

E un posto per dormire non ce l’ha

Ma tutto questo Alice non lo sa

E io non voglio più e i pazzi siete voi

Tutti pensarono dietro ai capelli

Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto

Ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa

Non è così che se ne andrà

Che se ne andrà

Che se ne andrà

Che se ne andrà

Che se ne andrà

Non è così

Che se ne andrà

arte e sofferenza

Come si evince già ad una prima lettura, ogni strofa racconta un episodio a sé ed ognuna è indipendente dal resto, ma un filo conduttore c’è: Alice. La sofferenza, questa volta, non appartiene direttamente all’autore, ma a terzi, di cui egli si fa portavoce. Una serie di storie coesistono, ma senza consapevolezza reciproca e, soprattutto, senza che esse possano lasciare il segno su Alice. Mentre Alice, infatti, è pensierosa, immobile, ma osservatrice, il mondo gira, pur senza fretta. De Gregori comincia col presentarci Irene che, al quarto piano di un edificio in qualche parte del mondo, si specchia e, forse in preda allo sconforto, si accende l’ennesima sigaretta, riflette sé stessa e probabilmente scorge anche la propria interiorità, la propria malinconia. Lili Marleen è una canzone tedesca divenuta famosa in tutto il mondo durante la seconda guerra mondiale, tradotta in moltissime lingue, il cui nucleo narrativo è la storia di un soldato che, in diversi momenti durante il servizio militare, pensa alla sua fidanzata. Irene è tormentata dall’amore che trasuda da quella canzone, così lontano da quello che riceve e da quello che ha per sé stessa, motivo per cui viene messa in risalto la bellezza della stessa Lili, ma tutto questo Alice non lo sa. Alice non sa cosa sta facendo Irene, men che meno i motivi che la spingono a comportarsi in quel modo e a desiderare di essere qualcun’altra, Alice è un po’ tutti noi. Nel ritornello è la volta di uno sposo che urla davanti a tutti di non volersi più sposare, destando lo stupore dei presenti, eppure ha già deciso che non abbandonerà né la sposa né il nascituro, perché la sposa è incinta e lui lo sa. Nella seconda strofa si parla di un certo Cesare, quello che, ad un occhio più attento, risulta essere proprio Cesare Pavese: è noto l’episodio per cui egli si ammalò di pleurite, rimanendo a lungo sotto la pioggia per aspettare una cantante e ballerina di varietà in un locale frequentato da studenti, della quale si era perdutamente innamorato. Ma Alice è ignara di tutto e continua a fantasticare, tant’è che i gatti volteggiano nel sole e questo fa l’amore con la luna. Ai suoi pensieri si contrappone un personaggio di cui non viene specificato neanche il nome: sappiamo che è un mendicante, è arabo e nasconde un cancro indossando un cappello, ma ci scherza su, a tal punto da considerarlo un portafortuna. Alice è totalmente inconsapevole, non conosce tutto quello che le accade intorno e probabilmente non le interessa nemmeno, ha piuttosto un punto di vista alternativo, sogna un mondo diverso, in cui le convenzioni non esistono e tutto è rovesciato: mentre si susseguono e si concatenano piccoli e grandi drammi, lei , più o meno ingenuamente, alza gli occhi al cielo e si perde nel bello del semplice che riesce a cogliere e che trasforma in visioni, in un’evasione dall’ordinario che non conosce, ma di cui conosce la natura.

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