
Da Bayna a Toto Cotugno
Serata cover di Sanremo: la serata più attesa dal pubblico dell’Ariston. Accostamenti improbabili ma ben congeniati, da Skin ai Santi Francesi, dalla Bertè a Venerus, dai La Sad a Donatella Rettore, fino al duetto che ha commosso tutti, quello di Vecchioni con Alfa.
Ce n’è stato uno, però, per il quale l’aggettivo adatto è centrato: quello di Ghali e Ratchopper. E chi sono costoro? Ratchopper è una delle voci più importanti della scena rap tunisina che Ghali – di lui non penso ci sia altro da aggiungere – ha deciso di portare con sé in uno dei suoi più importanti traguardi. Quale la canzone che il ragazzo un po’ italiano un po’ tunisino ha deciso di portare? Un medley perfettamente riuscito tra una canzone cantata in arabo, Bayna, e il brano che rappresenta la penisola intera: L’Italiano di Toto Cotugno. Brani che parlano entrambi di identità, nel primo la si ricerca con la tensione di chi non si sente a casa da nessuna parte, una nave senza porto direbbe Dante – facendo riferimento, tra l’altro, alla stessa Italia –, nel secondo la si porta in palmo di mano e va a coincidere con tutte quelle caratteristiche che fanno dell’italiano un simbolo.
Mi è capitato di leggere online frasi di utenti che avevano colto il profondo amore e commozione di Ghali per l’Italia, sottolineando come il nostro paese sarebbe un posto migliore se tutti lo amassimo come fa il rapper. Condivido. Ma non tutti sono di questa opinione, purtroppo. Sempre negli stessi spazi virtuali, c’era chi sottolineava che, cito testualmente: “Sanremo è il Festival della canzone italiana”, perdendo completamente lo snodo di tutta la questione: il contesto socioculturale in cui il Festival nasce e in cui necessariamente si muove.
Quello di Ghali era un grido proprio a questo, alla possibilità che sembra, grazie a lui, un millimetro meno remota di concepire l’essere umano di oggi come intreccio di cultura, identità, paesi, usanze. Non esiste un aut aut, piuttosto un et et.

L’apolide Amelia
Sarebbe stata in prima fila tra le poltrone di Sanremo per Ghali anche un’autrice quanto mai distante dal suo mondo e dal nostro: Amelia Rosselli, punto di scontro di tre nazioni diverse che, a un certo punto, è esploso.
Nasce a Parigi nel 1930. Iniziamo con un’infanzia non facile: assiste alla morte del padre e dello zio, i fratelli Rosselli direttori di Giustizia e Libertà, da parte delle milizie fasciste iniziando così a perdere i primi punti di riferimento. Cambia città per studi e motivi personali diverse volte, passando da Londra, terra natia della madre, ad oltreoceano per gli studi, fino ad approdare in Italia intorno agli anni ‘50. Qualcuno potrebbe avanzare un semplice dubbio: ma Amelia è nata e cresciuta prevalentemente in occidente, in paesi ricchi, ha studiato, è andata al college e sapeva tre lingue che, al giorno d’oggi, le avrebbe garantito più di un lavoro. Eppure, è morta suicida nel 1996 perché non sopportava più la sua condizione di apolide. Ha provato, come Ghali, a trovare una casa tra quei testi, a costruire un tetto, un pavimento, una cucina con i versi e le parole che la accogliessero mentre lei scappava dai suoi incubi.
Familiare come un estraneo
Proprio così: mostri che parlano in lingue che non si conoscono accerchiano i sogni di chi non ha spazio in nessun luogo e l’esibizione convinta di Ghali ne è la prova: l’uomo ha bisogno di sentirsi parte di una comunità, di una cerchia, di una nazione, ma chi ne ha più d’una?
Chi ne ha più d’una vede il volto “familiare di un estraneo”, ci dice Ghali in Bayna.
Proporre più lingue, più culture, più modi di espressione è portare se stessi, nella propria totalità, agli altri, al pubblico, ai lettori: è cercare di dare una forma unitaria a quella forma un po’ picassiana con gli occhi in Tunisia e la pancia in Italia o con le braccia a Parigi e la schiena in America. Ghali, seppur tra la polemica gratuita sollevata negli ultimi giorni, ci sta riuscendo. Amelia purtroppo no. Come sarebbe successo oggi, anche la Rosselli non fu capita e tacciata di pazzia e sofferente le peggiori forme di lapsus. Spoiler: i suoi errori linguistici non erano sviste o problemi derivanti la commistione di tre lingue che convivevano, erano degli esperimenti per rompere le regole di lingue già formate e creare uno spazio linguistico in cui non sentirsi estranea ma che conosceva a fondo e la rispecchiasse.
Penso che Ghali stia provando la stessa strada e, per ora, con bellissimi risultati.