Gesualdo Motta e George Jung illustrano ascesa e declino del self made man

La parabola (infelice) del self made man, ecco cosa insegnano la penna di Giovanni Verga e la macchina da presa di Ted Demme

Mastro Don Gesualdo, romanzo di Giovanni Verga, esce nel 1889 ed è un flop; Blow, film del 2001, regista Ted Demme, riscuote invece un’accoglienza straordinaria.
Cosa condividono, allora, questi due esempi così distanti per successo e tempo?
Insospettabilmente, condividono figura e parabola dei rispettivi protagonisti, ma…procediamo con ordine.

Attrattiva del progresso e interesse economico: ecco la linfa del Motta

 

Protagonista del Mastro Don Gesualdo è un muratore che, a costo di ogni rinuncia a fronte del valore supremo della roba, elevata a dio profano di una religiosità laica e materialistica, riesce, a poco a poco, ad accumulare un’invidiabile fortuna economica, compiendo un salto di status. 
Gesualdo, infatti, ad un certo punto non solo diviene, come scrive Verga, il re della calcina, ma ottiene anche il controllo dell’intera produzione agricola di un vasto territorio, imponendo i prezzi al mercato e, per centrare questo obiettivo, non esita a sacrificare anche il suo affetto più intimo e profondo, ovvero quello per la propria domestica, Diodata, e a sposare una donna aristocratica, Bianca Trao, pur sapendola incinta di un altro.
Il fine di questo matrimonio meramente utilitaristico si rivela unicamente quello di sperare di vincere l’ostilità delle famiglie aristocratiche e di averle, se non come alleate, almeno come presenze neutrali nella gara d’asta per l’affitto delle terre demaniali.
Peccato che la pratica, come spesso accade, diverga dalla teoria e Isabella, figlia non sua, finirà per dilapidare il capitale di Mastro Don Gesualdo, mentre la moglie Bianca, consunta dalla tisi, muore.
A morire, poi, sarà Gesualdo stesso, colpito da un emblematico cancro allo stomaco…e come muore?
Beh, muore tristemente solo, tradito dall’invidia e dalla cupidigia di amici e parenti.
Risulta evidente dunque quanto la sconfitta radicale di Gesualdo, quella che, nella mentalità verghiana, lo rende un vinto degno del ciclo nonostante la fortuna accumulata, si situi, più che sul piano strettamente economico, nella sfera della soddisfazione esistenziale.
Motta può guardare con legittimo orgoglio ai progressi compiuti, alla posizione raggiunta grazie alla roba accumulata e prova ne siano gli stessi appellativi del personaggio che, alla qualifica di manovale, mastro, può affiancare quella nobiliare di don; eppure nulla di tutto questo gli dona la felicità sperata.
Al contrario, le sue ricchezze gli procurano ingratitudini, invidie, ruggini, rancori e rivalità.

 

George Jung, o come sacrificare i sentimenti all’interesse materiale

 

Le stesse invidie, ruggini, rivalità o gli stessi rancori sono ravvisabili in Blow, pellicola fondata sulla reale storia del trafficante di droga George Jung che, sin dalle prime battute, accorgendosi della miseria in cui la famiglia avrebbe versato, promette ad un se stesso appena bambino che mai e poi mai avrebbe condotto una vita come suo padre, uomo zelante e dedito ad una professione che, tuttavia, non lo risparmia dall’ipoteca sull’abitazione e dai continui abbandoni della moglie (anch’ella personaggio verghiano, potremmo dire, ché ci appare, in più di un’occasione, più preoccupata dalle voci del popolino che non dalla reale condizione in cui versano figlio e/o marito).
Certo, diverse sono le modalità dell’accumulo della roba: Gesualdo Motta, difatti, accumula conoscendo la fatica lavorativa, il cui ritmo viene scandito dal sorgere e dal tramontare del sole; Gesualdo conosce i calli sulle proprie mani rugose e i pesi-macigni sulla schiena. George Jung, invece, accumula orientato dal mantra «minimo sforzo, massimo risultato», così in voga anche oggi.
È così di fatto che decide di iniziare a spacciare sulle spiagge della California: solo accorgendosi che si fanno soldi, tanti, battendo cinque a turisti sconosciuti su litorali bianchi di sabbia e rossi di amore.
È così di fatto che decide di iniziare a spacciare sino a diventare uno dei più importanti trafficanti di droga d’America, nomea che gli vale il carcere, più volte, e, altrettante volte, una vita raminga (e infelice).

Qual è allora la lezione, se una lezione c’è?

Differente è dunque il senso di sacrificio che comprendiamo leggendo le pagine dell’autore siciliano o guardando i fotogrammi del film statunitense, ma il contrasto tra essenza e possesso, tra la logica del cuore e quella del profitto, è la medesima e medesima è la lezione di cui siamo eredi: la religione della roba, in un mondo di valori sovvertiti, è incompatibile con la ricerca della felicità, che pur, effimera, pare fare la propria comparsa sotto le mentite spoglie di una villa di lusso., salvo poi rivelarne la vacuità.
Ecco, dunque, la lezione di cui siamo eredi: l’aver piegato un’intera vita alla legge esclusiva dell’interesse la priva di ogni dimensione affettiva.
(Ed entrambi i casi insegnano che no, non ne vale la pena.)

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