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Forestierismi: ecco l’utilizzo che ne facciamo e il parere di alcuni autori

Forestierismi: ecco l’utilizzo che ne facciamo e il parere di alcuni autori

Forestierismi e lingua italiana: che rapporto hanno? Ecco cosa si intende per forestierismo e come questi entrano a far parte della nostra lingua e uso quotidiano. 

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Molto spesso utilizziamo parole che non rientrano nel lessico italiano, eppure non ce ne rendiamo nemmeno conto. E’ come se la parola avesse perso la sua trasparenza e di conseguenza ci ritroviamo ad utilizzarla in tutte le possibili accezioni senza più percepire il suo “statuto estero”.

 

Cos’è un forestierismo?

Per definizione (da Treccani online):  [parola, locuzione, o anche costrutto sintattico, introdotti in una lingua da una lingua straniera, sia nella forma originaria, sia con adattamento alla struttura della lingua d’arrivo]. Si tratta, in sostanza, di una parola di origine straniera che entra a far parte della nostra lingua. Quando si parla di forma originaria o adattamento invece, si fa più che altro riferimento alla grafia della stessa e di conseguenza anche alla pronuncia: vengono -per esempio- mantenute lettere che non sono presenti nel nostro alfabeto o ancora, una particolare costruzione che non è tipica dell’italiano (terminazione in consonante etc…)? Oppure la parola entra senza subire mutazioni? Degli esempi che possiamo fare in merito sono la parola lanzichenecco che deriva dal tedesco Landsknecht o la parola jazz che è invece entrata senza modifiche. Ci raccontano Serianni e Antonelli però -nel loro Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica- che la sorte di parole come jazz o altre di questo genere, non è poi stata così semplice, ed è per questo che ci riallacceremo ad uno dei periodi più drammatici per l’Italia, sia dal punto di vista storico che culturale: il Ventennio Fascista.

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Cesure e riadattamenti: il Ventennio Fascista

La dominazione e la propaganda fascista fanno ormai parte della cultura generale italiana. Un periodo che non ha lasciato molto spazio alla lingua, anzi, ne ha tolto quanto più possibile. L’obiettivo era censurare tutte le parole estere e riadattare quelle che invece erano insostituibili, quelle parole dunque, che la nostra lingua non aveva, per diverse ragioni. La parola jazz prima citata in esempio era stata riadattata ed era diventata *giazz. Così parole come pedicure dal francese che se riferito a donna diventava *pedicura e al maschile *pedicuro. Naturalmente questi sono solo alcuni dei casi che possono essere citati, in quanto questa italianizzazione non investì solamente parole di uso comune ma l’onomastica in generale, sia nel suo ramo della toponomastica (o toponimia) che si riferisce ai nomi di luogo, sia nell’ambito della l’antroponomastica (o antroponimia) la quale fa invece riferimento ai nomi propri.

Perché utilizziamo i forestierismi?

Prima guardare al pensiero degli intellettuali che si sono interessati, bisogna chiedersi: perché utilizziamo i forestierismi? Uno dei principi cui guarda non tanto la lingua ma la conversazione ordinaria è quello dell’economicità; accanto a questo quello della facilità. Una parola straniera è infatti i taluni casi molto più semplice di quella già presente o semplicemente molto più evocativa. Bisogna considerare anche la fascia di utilizzo: parole come motorino potrebbero essere utilizzata al posto di scooter, eppure, non raramente, viene utilizzata la seconda perché -potremmo dire- ha un altro fascino. Così aumenta il loro utilizzo.

In molti hanno cercato di spezzare questa tendenza proponendo idee puriste che vertessero al solo utilizzo della lingua italiana. In questo caso arrivano in aiuto le idee di Machiavelli, per esempio, o di Cesarotti. Quest’ultimo infatti fu molto diretto nel distruggere l’idea dei puristi, visto che nel suo Saggio sopra la filosofia delle lingue dichiarò apertamente che “nessuna lingua è pura”. L’aveva preceduto di qualche secolo Machiavelli che nel suo Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua affermò che:

non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza averene accattato da altri, perché, nel conversare gli uomini di varie provincie insieme, prendono de’ motti l’uno dell’altro. Aggiugnesi a questo che, qualunque volta viene o nuove dottrine in una città o nuove arti, è necessario che vi venghino nuovi vocaboli, e nati in quella lingua donde quelle dottrine o quelle arti son venute; ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.

Cosa ne penserebbero altri intellettuali?

La questione sulla lingua non è qualcosa da declinare solo in chiave cinquecentesca: se il Cinquecento è stato il secolo in cui vennero fatte diverse proposte sulla costruzione della lingua scritta e della codificazione grammaticale, non bisogna dimenticare che il problema della lingua parlata non era ancora stato risolto. La tendenza letteraria della nostra lingua -come già detto- soprattutto nella scritto è presente grazie (o a causa, che dir si voglia) alla proposta fatta da Bembo nelle sue Prose della Volgar Lingua (1525) che dopo una riflessione vede come riferimenti Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa, con un preciso riferimento alla prosa latineggiante delle cornici. I fattori di unificazione si fecero avanti relativamente presto. Tra Cinque e Ottocento il teatro, il melodramma, la Chiesa e la letteratura di consumo furono dirimenti per l’acquisizione di un’ipotetica lingua parlata, ma per comprendere meglio i risultati ci sposteremo in un’ottica Novecentesca con Zanzotto e Pasolini. Entrambi due pilasti della nostra letteratura e del pensiero che hanno giustamente individuato i problemi in seno alla lingua prima ancora che questi avessero una forma tangibile per il resto.

Pasolini in una conferenza diventato saggio Le Nuove Questioni linguistiche (1954) individua la profonda fattura del nostro sistema: da un asse letterario Roma-Firenze ci stiamo spostando verso il triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Potrebbe sembrare un passaggio di poco conto, ma in realtà ha il suo peso a livello linguistico, perché la lingua in questo caso sta cambiando il proprio orientamento: da letterario a aziendale.

Zanzotto invece individua il problema della penetrazione della nostra lingua nell’inglese americano, proprio perché l’enorme azione culturale esercitata dall’America sull’Italia stava avendo i suoi risultati. La proposta -già considerata fallimentare dallo stesso- vedeva anche l’utilizzo di una lingua di nessuno, una lingua che doveva essere costruita, proprio per non far prevalere l’uso di una sull’altra. Una grande riflessione che cela dietro più che una preoccupazione linguistica, una preoccupazione politica.

Oggi usiamo i forestierismi?

La risposta è molto semplice: sì, li usiamo. Li usiamo giornalmente e provengono da diversi ambiti e campi: dai social, dalla moda, dalla musica. L’ambito musicale infatti ha largamente contribuito a far penetrare nuove parole all’interno della lingua italiana e non solo, ha ampiamente aperto l’orizzonte della traduzione, anche per semplice curiosità. In questo caso saranno citati due soli gruppi musicali e alcuni titoli -o espressioni- che possiamo ritrovare nelle loro canzoni che sono ormai entrate a far parte della nostra cultura. Nel brano “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd troviamo una frase ormai iconica, “we don’t need no education” più volte utilizzata in ambito scolastico e che ben si sposa con alcune proteste che sono state fatte in questo senso. Ancora possiamo citare i Queen con alcuni titoli delle loro canzoni, ormai più che funzionali: “we are the champions”, “the show must go on”. A questo punto verrebbe da chiederci: soprattutto negli ultimi due casi, in quanti tradurremmo le espressioni in italiano?

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