Filosofia sui concetti di punizione e colpa in S.T Coleridge e Iron Maiden

Due concetti sui quali, filosoficamente, si ha molto da scrivere, vengono ripresi nel legame tra S.T Coleridge e gli Iron Maiden, grazie a “The rime of the ancient mariner”.

Iron Maiden- Onstage

Quando, come espiazione al proprio peccato, si deve ripetere per l’eternità ciò che di sbagliato si è compiuto, ecco che questa punizione diventa davvero pesante da sostenere psicologicamente; ovvero: “Il vecchio marinaio e la narrazione eterna della sua colpa“.

Colpa e punizione in filosofia

Innanzitutto bisogna affermare che “colpa” e “punizione“, sono due idee prese direttamente dalla giurisprudenza, a livello laico, oppure dalla religione o, e questo è il nostro caso, dalla filosofia del diritto. È quest’ultimo campo da cui andremo ad attingere per il semplice fatto che si crea una discussione intorno a questi due termini, mentre negli altri ambiti no: nel diritto in sé, chi commette un illecito e ha, quindi, una colpa, viene punito da terzi (giudice); lo stesso vale per la religione. Essa, alla fine, non è altro che un diverso tipo di diritto in cui il giudice è non umano e i delitti commessi vengono valutati secondo canoni differenti.
Nella filosofia del diritto, invece, si hanno da fare alcune doverose specificazioni che vanno a specificare e delineare meglio i due concetti espressi.
Si ha una colpa nel momento in cui si compie un atto illecito, o dal punto di vista della legalità o da quello della moralità (è un “o” logico non un “aut- aut”), nei confronti di un altro uomo oppure  di qualcosa. Essa, infatti, ha sempre bisogno di una seconda persona (o di un oggetto) che percepisca un torto e che venga danneggiata ai sensi della legge, anche se quest’ultima proposizione non è sempre vera: potrei buttare a terra una bottiglia mandandola in frantumi e, poco dopo, potrebbe passare un ciclista che, finendo sui cocci e forando, cadrebbe: in questo caso avrei colpa nei confronti del ciclista, ma non verrei raggiunto dalla legge. Di fatto, nonostante le eccezioni possibili, rimane una considerazione insindacabile: deve esserci un altro che venga danneggiato dal mio agire, affinché abbia un qualsiasi tipo di colpa: non posso rubare a me stesso o insultarmi, provocandomi rabbia per l’insulto ricevuto da me stesso ecc. Non posso nemmeno parlare di colpa se mi suicido (magari di fronte ad un dio, ma non per la logica e la giurisprudenza) perché non ci si ammazza mai in risposta ad un torto fatto a noi stessi nei confronti di noi stessi; ma, ammettendo pure che sia possibile, non si passerebbe comunque dal braccio della legge, poiché saremmo in ogni caso noi stessi i nostri punitori e quindi l’insieme di danneggiato-colpevole-giudice-punitore, uniti tutti nel medesimo individuo, sarebbe circoscritto e mai uscirebbe dalla nostra persona e, soprattutto, la conclusione sarebbe la morte. Il giudice di sé stesso non è mai un giudice, non essendo imparziale, perciò nemmeno la punizione arbitraria che il sé-giudice dà al sé-colpevole, è valida.
Il concetto di punizione è più semplice. La base è la medesima: da definizione data poc’anzi, si deduce che non si può, rispetto alla legge, punirsi da soli; una pena è inflitta ad un individuo che possiede una colpa verso un altro uomo, da una terza persona con il potere di farlo (infatti una punizione data ad un individuo che ha una colpa, da colui che subisce il danno di quel torto, si chiama “vendetta“).
Di conseguenza anche la punizione è considerata come rapporto regolativo e fenomeno sociale.

S.T Coleridge- la COOLtura

The rime of the ancient mariner: un colpevole pentito e punito

Anche in Coleridge con “The rime of the ancient mariner“, esiste un meccanismo di colpa e punizione in cui, si diceva, quest’ultima consiste nella ripetizione, da parte del marinaio, a tutti coloro che passano, del suo misfatto.
Andiamo, però, con più ordine cominciando con il narrare brevemente la vicenda.
Prima di tutto c’è da parlare del carattere più generale: si tratta di una ballata (rime=ballata), cantabile (non a caso si farà riferimento alla versione degli Iron Maiden). La spiegazione sul significato è controversa, nel senso che non si ha la certezza su cosa volesse rappresentare l’autore; si ritiene che: 1) o si tratta di una normale storia di un naufragio; 2) o tutta la storia sia, in realtà, una metafora che riguarda anche la vita di Coleridge; 3) o, infine, una visione, poi messa per iscritto dallo stesso, sotto l’effetto di oppiacei, utilizzati per curare i reumatismi. Ovviamente la più suggestiva è la terza opzione; la più probabile è la seconda.
C’è anche da riferire un fatto importante: tra la colpa e la punizione, esistono vari passi intermedi: la sofferenza e la redenzione. Questo si nota chiaramente con la vicenda, che ora si andrà a riassumere.
Un anziano (ndr: vecchio; letterale: antico) marinaio, con “Glittering eye”, “Skinny hands” e una “long grey beard”, incontra dei gentiluomini che sono diretti ad una festa di matrimonio e riesce a fermarne uno, ipnotizzandolo.
Lo scopo è quello di raccontargli la propria storia, benché, probabilmente, di “scopo” non si possa parlare, considerando che è obbligato a farlo e non ha libertà personale.
Al principio i marinai rimangono incagliati nel ghiaccio (l’antesignano del Titanic, insomma) dopo una forte tempesta. I membri dell’equipaggio restano tutti, comprensibilmente, spaventati. Nel momento di massima disperazione, però, compare dal cielo un albatros che si posa sull’albero maestro del vascello. Viene subito ritenuto un segno positivo e, infatti, la nave riparte fino a che il vecchio marinaio non decide, senza apparente senso, di uccidere l’uccello.
Dopo questo delitto, inizia la parte del pentimento, dal momento che si risente per il gesto appena compiuto.
Inizia il periodo di maggior sventura per l’equipaggio: la fame e la sete si affacciano e restano con loro per lungo tempo.
Il vecchio, incolpato del tutto, viene costretto a mettersi al collo il cadavere dell’albatros.
Intanto una nave abitata da due spiriti (Morte e Vita-in-morte) scommettono sulla sorte dell’equipaggio, giocando a dadi.
Vince Morte e uccide tutti ad eccezione del marinaio, il meno innocente di tutti.
Comprende, vedendo i cadaveri dei compari, che la sua punizione è molto peggiore della morte perché deve convivere con sé stesso e con l’effetto della sua colpa.
Ad un certo segno, riempito di gioia a causa della visione di mostri marini, vede l’albatros staccarsi dal collo e inizia a piovere (che va ad indicare una sorta di battesimo e riconciliazione con l’universo e Dio).
Successivamente i membri dell’equipaggio risorgono e dapprima sono ostili al marinaio, poi cambiano idea.
A quel punto il vecchio sviene e si ritrova ad assistere ad un dialogo tra compagni dello Spirito Popolare.
Alla fine un vento propizio riporta tutti a riva e il marinaio espia la propria colpa raccontando, come si diceva, a tutti, la propria storia per sempre, ogni volta che il suo animo è travagliato.
Il giorno dopo il ragazzo fermato inizialmente, non ricorda nulla ma si sente “sadder and wiser“.

Iron Maiden: la versione musicale di Coleridge

Nella versione cantata dagli Iron Maiden si ripercorre tutta questa storia e si fa notare, in maniera particolare, il fatto che il vecchio sia stato punito, e così tutti i suoi compagni, a causa dell’uccisione di una creatura di Dio (dopo, comunque si allegano video e testo).
È un tipo di colpa molto diversa rispetto a quella trattata inizialmente perché si va direttamente alla sua radice e alla sicurezza, almeno letteraria, che sia un misfatto oggettivo, dal momento che a giudicare e punire è Dio stesso.
Anche se ci sono tutti i processi (sofferenza e pentimento) a cui si faceva riferimento sopra, è da notare che il meccanismo generale è sempre valido: si fa un torto sempre a qualcuno, che sia un essere umano o una divinità. Di fatto serve qualcuno che lo percepisca o che, comunque, vada a regolare i danni fatti a persone o cose.
In questo caso il problema sta nel fatto che colui che subisce il torto, è anche colui che poi deve decidere come far espiare al colpevole il proprio delitto.
Diciamo che non è stata una mossa particolarmente furba quella di ammazzare un albatros, creatura di Dio.
È come se si andasse a casa di un giudice e la si incendiasse; in più il dettaglio più strano: è come se si incendiasse tale casa solo per vedere cosa succede. Infatti, si affermava, nel gesto del marinaio non si ritrova un senso.
Questa storia, però, è ancora più intricata di quanto si pensi, perché la nostra analisi su colpa e punizione in riferimento  a “The rime of the ancient mariner”, che sia nella versione letteraria o in quella metal, cantata, è a posteriori (e non può essere altrimenti) e riguarda la parte soggettiva; no, non del marinaio ma di Dio.
Infatti se Dio, soggettivamente, nella narrazione, non si sentisse colpito dal fatto, la storia si concluderebbe in altro modo, ma senza punizione. Infatti, prima di tutto, non esisterebbe la colpa: se Dio non si ritenesse offeso, non vi sarebbe una azione da punire, proprio perché la colpa del marinaio ha a che fare con Dio soltanto.
Ora che si è analizzato il tutto, ecco il testo e il video (lyrics video).

 

È chiaro che si tratta solo di un racconto, di una ballata, e che il tutto era funzionale al proseguimento della storia, ma ognuno di questi cavilli, è fondamentale per capire, in generale, il meccanismo di punizione e colpa.
In ogni caso si tratta di un lavoro magistrale e, a mio parere, molto è stato fatto anche dagli Iron Maiden che non solo hanno riscritto il testo, riassumendolo e rendendolo personalizzato, per così dire, ma hanno aggiunto anche la parte musicale; cosa non da poco, anche se con il sostegno di una sicurezza canora come Bruce Dickinson.

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