Filosofia del cattivo gusto: tra Trash e Kitsch

Origine del Trash

Innanzi tutto bisogna partire dal termine Trash. Esso è traducibile in italiano come spazzatura , venne impiegato per la prima volta negli anni Sessanta in occasione dell’uscita del film Trash, prodotto da Andy Warhol, la cui trama trattava delle peripezie di una coppia di tossici a New York. Del doppiaggio italiano del film si occupò Pier Paolo Pasolini, il quale decise di scegliere doppiatori principianti e senza alcuna esperienza recitativa per ottenere l’effetto Trash. Di conseguenza il termine divenne famoso anche in Italia per denotare la riproposizione degradata di modelli estetici elevati. Ma solo negli anni Ottanta tale pratica si trovò a diffondersi indomita tramite quello che ai tempi era il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza: la televisione. Si ebbe così una rapida ascesa del genere dell’intrattenimento mediante show demenziali. Negli anni Novanta e nei primi Duemila l’evoluzione trash della televisione si completò: i dissidi amorosi di Uomini e Donne, le performance dei partecipanti a reality show come il Grande Fratello, dove per quattro mesi le telecamere sono puntate sulla quotidianità di quindici personaggi, messi lì dentro allo scopo di mostrare il peggio di sé ventiquattro ore al giorno, dando vita all’apoteosi totale della pornografia del litigio.

Filosofia del trash

Il trash stesso non è altro che un’espressione di un grottesco che ha la pretesa d’esser preso sul serio, ove non si scorge traccia di quel bello classicamente inteso. Siamo dunque di fronte a una rivoluzione antropologica che si intreccia e fonde indissolubilmente con una rivoluzione dell’estetica del brutto. Succede ad esempio che vengano inscenati in un film (o ripresi in un reality show) dei comportamenti già socialmente  diffusi ma vengono rappresentati in una versione tanto amplificata e parossistica da trasformarli in fenomeni. Dal punto di vista filosofico il Trash è tutto quel dominio di concezioni diametralmente opposto alla complessità. Ed è questo il segreto della sua disarmante capacità di comunicazione, il semplificare tutto, anche il modo di vedere la realtà in quanto avviene tramite categorie interpretative riduttive della stessa. Esso presenta analogie interessanti con il pensiero di Hannah Arendt riguardo il sorprendente e senza-tempo successo nella creazione di qualsivoglia ideologia populista, in passato come oggi. Ciò che, in breve, secondo la Arendt, garantisce successo all’avvento del regime totalitario, è il suo identificare un problema/nemico da cui fa dipendere le sciagure del suo tempo, e offrire al popolo, che in questo caso è invogliato a ragionare di pancia, una soluzione ancora più banale per affrontarlo

Filosofia del Kitsch per Kundera

Sembra indubbio che il Kitsch non sia che l’altra faccia della medaglia del Trash, nonché sua componente ideologica fondamentale nell’interpretazione data dall’intellettuale ceco Milan Kundera nel romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984). Il termine Kitsch, nato intorno al 1860, nasce dal bisogno di definire un’opera artistica contraffatta, eccessivamente adornata e dozzinale. In tedesco il verbo kitschen letteralmente significa costruire mobili nuovi con pezzi vecchi. In arte può dunque definirsi un’imitazione sentimentale, esagerata e superficiale (che scade nel cattivo gusto) dell’originale, volta a soddisfare una domanda commerciale più che un’esigenza culturale, una vera e propria inflazione del senso estetico.
Kundera, nel suo romanzo, allarga tuttavia il significato di Kitsch a un livello metafisico, in quanto l’opera d’arte può essere considerata a buon diritto espressione visibile di una categoria interpretativa del mondo appartenente all’uomo.

Secondo la sintesi brutale che ne fa Kundera definendolo la negazione assoluta della merda” Il concetto di Kitsch acquisisce un significato metafisico dal momento che rappresenta una concezione della realtà superficiale che elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che di essa è essenzialmente inaccettabile. Il Kitsch nasce dunque dalla fede indiscutibile che il creato sia assolutamente giusto e l’uomo assolutamente buono: ma poiché la Creazione ha sempre qualcosa di inaccettabile, che Kundera riassume simbolicamente nella defecazione, si cerca in tutti i modi di mantenere viva la fede di vivere nel migliore dei mondi possibili, che Kundera chiama «l’accordo categorico con l’essere».

 

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