Il nostro attivismo ormai si risolve sempre più spesso nell’indignazione. Le istruzioni per l’uso sono facili da seguire:
- aggirati su Facebook
- trova un post che racchiuda una notizia (poco importa che sia falsa)
- ricondividila sulla tua bacheca e specifica alla tua cerchia di amici di condividerla se sono indignati
Possiamo imputare tutto questo all’analfabetismo funzionale, ai social e all’informazione online che purtroppo lo assecondano. Ma temo che la radice profonda vada ricercata nel nostro moralismo psicologico, quel gusto insopprimibile di puntare il dito contro chi non si attiene a valori che non sono così stringenti per noi stessi. Sul tema donna poi, e le questioni ad essa legate, dalla violenza alla parità di genere, l’indignazione si mescola all’ipocrisia.
Possiamo considerare il movimento Me Too e l’imminente Supercoppa italiana in terra islamica come esempi di un femminismo a orologeria: la nostra coscienza a corrente alternata sulla figura della donna. Senza distinzioni di genere.
Orchi e principesse nella società dell’immagine
Ce la ricordiamo tutti l’ultima vicenda della Hollywood a luci rosse scoperchiata dai media. Nel 2017 Asia Argento denunciò il potente produttore Harvey Weinstein per molestie sessuali subite diversi anni prima. Non si trattò di una novità assoluta per questo personaggio. Già nel 1998 Gwineth Paltrow accennò qualcosa sulla sua reputazione, in linea con le diverse voci riguardo la pratica di casting couch, ovvero i provini “comodi” sul divano. Nel 2015 la modella italiana Ambra Gutierrez lo accusò di palpeggiamento inappropriato. Ma fu la testimonianza di Asia la miccia che avrebbe rapidamente portato sia alla rovina della carriera di lui, sia a una nuova vita di lei nello show business. La nube di silenzio attorno a questo e altri scandali simili cominciò a dissiparsi, fino a rivelare ben 93 donne che egli avrebbe molestato o peggio. Ecco quindi la rivincita delle principesse dello spettacolo contro l’orco malefico, unite sotto l’hashtag del #MeToo

L’effetto Weinstein si è propagato da Los Angeles all’Italia come un domino, e da bravi surfisti dell’indignazione non potevamo certo mancare un’ondata così importante.
Ci uniamo pubblicamente all’appello di attrici affermate che solo dopo anni denunciano le molestie subite, anche se pensiamo che in fondo erano consenzienti, e la possibilità di una carriera valeva bene quel prezzo. Perché nulla scalfirà il pregiudizio secondo cui una donna piacente si fa strada nello spettacolo col talento che nasconde in mezzo alle gambe.
Prendiamo anche a generici stupratori. Li condanniamo ma talvolta pensiamo che la vittima se la sia andata a cercare. Sennò perché era vestita così? Cosa faceva lì a quell’ora della notte? Era ubriaca? E altre riflessioni da bar.
Femminismo nel pallone
Sempre a proposito di bar, luogo principe dell’indignazione (Stefano Benni docet), molti di noi vi accorreranno stasera per assistere a Juventus-Milan, valevole per la Supercoppa. Una partita che si disputerà in Arabia Saudita, in cui la libertà femminile è molto limitata, in accordo con la legge musulmana. Le donne non hanno diritto a un equo processo, non possono aprire un conto corrente, non possono allontanarsi da casa da sole e fino al giugno scorso, non potevano nemmeno guidare. In questo, comunque, molti di noi sarebbero segretamente d’accordo, a giudicare dalle radicate convinzioni sulla donna al volante.

Uno scenario che stride parecchio con l’ultima trovata dei giocatori della serie A per esprimere il proprio No alla violenza sulle donne. È forse questo il massimo del femminismo a cui possiamo ambire? Senza contare poi che la nostra primordiale considerazione della donna, inserita nel calcio, non va oltre la stima per un oggetto d’arredamento: veline fidanzate di calciatori che addobbano i salotti del postpartita, sexy tifose allo stadio ben inquadrate, opinioniste di bell’aspetto.
Diciamo che nella sfera pubblica della democrazia occidentale del terzo millennio ci opponiamo alla “medievale” sottomissione della donna nel mondo islamico. Però l’idea di avere una bonazza remissiva al nostro fianco non è che ci faccia schifo.

Noi rivoluzionari che puntiamo al pareggio
Un segnale di protesta, oltre che di coerenza, potrebbe partire da uno sciopero generale dei telespettatori: che nessuno si sintonizzi sulla partita! Uno share nullo perlomeno brucerebbe a chi ha speso milioni per organizzazione e diritti TV. Ma è una forma di resistenza di cui non c’importa. Preferiamo l’indignazione a portata di clic, senza rinunciare all’intrattenimento. Un buon compromesso per la nostra coscienza, sia che riguardi il femminismo sia che riguardi qualsiasi questione. Un po’ come scendere in campo avendo firmato per il pareggio.
Luca Volpi