Il Superuovo

“Favolacce” porta a compimento la tragedia mancata de Gli Indifferenti di Alberto Moravia

“Favolacce” porta a compimento la tragedia mancata de Gli Indifferenti di Alberto Moravia

Il nuovo film dei registi romani, vincitore di 5 nastri d’argento, ci mostra il lato grottesco dell’Indifferenza.

L’opera seconda dei fratelli D’Innocenzo, registi in rampa di lancio nella cinematografia italiana, è una minuziosa e realistica riproduzione di un microcosmo di soggetti allo sbando, con famiglie in eterna competizione, rigorosamente celata, e un’infanzia rovinata dalla distrazione letale di chi dovrebbe preservarla. L’opera prima di Alberto Moravia (iniziata all’età di 18 anni) è l’antecedente illustre della rappresentazione di quella stessa società, figlia di un’epoca diversa ma creatura della medesima visione del convenzionale. È il clima di costante menzogna, di passività, del falso agire di personaggi imbruttiti, deformati e ambigui ad accomunare Favolacce (2020) dei fratelli D’Innocenzo e Gli Indifferenti (1929) di Alberto Moravia.

La storia vera è ispirata ad una storia falsa

L’inizio del film è emblematico, con la voce narrante che traccia già le linee guida del racconto e con la prima scena (speculare all’ultima) che racchiude in sé il significato e il valore della pellicola.
Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispiratacon queste parole il narratore (fantomatico scrittore del diario ritrovato che racconta la vicenda) getta delicatamente le carte in tavole, in attesa di voltarle, di rivelare la loro faccia bianca, vuota, senza figure né numeri, e ci prepara alla falsità. La falsità di quelle immagini che turbano perché verosimili, la falsità nei comportamenti dei personaggi, nelle azioni portate a termine malvolentieri ma che dimostrano il contrario.
Nella prima scena, una delle famiglie assiste inespressiva alla tragica cronaca di un telegiornale, con visi e sguardi assorti, assuefatti, indifferenti perché distanti, come distante è lo spettatore del film, debitamente tenuto in disparte nelle scene più concitate, deliberatamente insignito della corona dell’Indifferenza, attraverso l’abile uso di campi lunghi e false soggettive. Falsità e Indifferenza, gli ingredienti fondamentali di questa minestra difficile da digerire. E la Noia, ovviamente, come terzo elemento ad avvicinare la pellicola al romanzo di Moravia. Il racconto del narratore è lo sfogo di un annoiato dalla vita, annoiato come Michele e Carla, giovani protagonisti oppressi da una noia che è tema fondamentale del romanzo moraviano e persino titolo di un altra opera dello scrittore romano (La Noia, 1960). Michele e Carla, insofferenti alle sceneggiate della madre Mariagrazia e alla fastidiosa onnipresenza di Leo, ex amante della donna ora impegnato a sedurre la dubbiosa fanciulla, sono gli unici personaggi coscienti della propria inettitudine e capaci di scovare l’Indifferenza insita nella borghesia malsana di cui fanno parte.

Tra Favolacce e Gli Indifferenti c’è di mezzo un dispregiativo

Ma ne Gli Indifferenti questa condizione esistenziale è giustificata dal periodo storico, dalla guerra, che ha pervaso di insensatezza, ha distrutto, ha dissolto edifici ed edificati costrutti mentali, mietendo vittime che di un obiettivo si investivano e si vestivano e riducendo a brandelli gli abiti aderenti e su misura dei superstiti, incapaci di tesserne di nuovi e costretti a rappezzare le loro esistenze da sopravvissuti. Ed inquieta e disturba il fatto che non è una guerra a produrre condizioni identiche tra le uguali villette a schiera della periferia romana, nessun catastrofico accadimento diventa giustificazione, nessun funesto tracollo funge da alibi per quell’indifferenza ancora più spietata, ancora più malefica, quasi diabolica nella sua brutalità e motivo per cui la favola dei D’Innocenzo cade e scade nel grottesco, nell’orrorifico, nel suffisso dispregiativo del titolo, nell’alterazione che è cifra stilistica dell’intera pellicola. Quella del romanzo di Moravia è un’Indifferenza con la i maiuscola, dura e pura e, soprattutto, predominante, un’Indifferenza che potrebbe sfociare nella tragedia, in una svolta violenta, e che rimane, però, un nulla di fatto, un quasi, un per poco, un troppo poco per poterla scongiurare, per poter smuovere quell’apatica stasi, quel ristagno inodore. La vicenda è una potenziale tragedia, una tragedia che non può consumarsi se i suoi personaggi sono incapaci di sentire, se per colpa della loro piattezza la passionalità, la concitazione, il pathos viene fatalmente a mancare.

La tragicità soffocata de Gli Indifferenti esplode nel film dei D’Innocenzo

In Favolacce la tragedia si consuma, il mostruoso si concretizza, la fanciullezza viva, ingenua ma non al punto di credere nelle favole, soccombe alla ferocia di lupi incapaci di vivere in branco e alla bestialità di orchi sotto mentite spoglie, spoglie umane. La fanciullezza, la gioventù, è sia in Favolacce che ne Gli Indifferenti unica condizione di consapevolezza, esclusiva possibilità di una visione lucida, esterna. È una fanciullezza privata del fanciullesco, detentrice di verità originaria ma contaminata perché fragile, sporcata perché candida e corruttibile. Ma Michele e Carla sono ormai entrati in quei meccanismi che meccanizzano, conservano ancora quel giovanile privilegio della lucidità ma non sono più padroni delle loro azioni, invischiati anche loro nell’ipocrisia borghese che respirano, tra scialbi arredamenti ed esistenze ancor più insipide. La borghesia decadente dipinta nel romanzo moraviano e il ceto medio, mediocre e sospeso ritratto dai cineasti romani, mettono a nudo la falsità di un microcosmo che nudo non vuole restare, ma vuole coprirsi, per proteggersi, per nascondersi. È un microcosmo di inadatti alla vita falsamente compiaciuti di una realtà piena di ordinarietà, di maschere, di vanti e di megalomania.
Individui che agiscono per convenzioni, che desiderano essere convenzionali, costretti dalla volontà di apparire e non dalla volontà di fare. Individui che preferiscono giudicare i propri vicini per non rischiare di rimanere faccia a faccia con se stessi, per non realizzare di essere corpi inanimati, giocattoli con una manovella, carrillon dalle melodie anonime. Individui terrorizzati dall’idea di scoperchiare quel vaso di pandora che è la loro vita, quel vaso che contiene tutti i mali o forse il vuoto, o forse entrambe le cose.

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