Il Superuovo

Fa ridere ma anche riflettere: capiamo l’umorismo con Pirandello e il ragionier Fantozzi

Fa ridere ma anche riflettere: capiamo l’umorismo con Pirandello e il ragionier Fantozzi

Fa ridere, ma anche riflettere. 

Maschere e gran risate celano qualcosa di più profondo. Da sempre il teatro come forma di intrattenimento strania lo spettatore da quella che è la realtà. Durante lo spettacolo c’è un momento di sospensione, quasi mistico, che termina con la fine della rappresentazione, dopo la quale lo spettatore ritorna alla propria vita. Ma qual è la realtà più degna, quella fenomenica o quella dell’autenticità dell’arte? Il teatro tra catarsi e imitazione cerca di contaminare le due realtà, ma quasi mai il messaggio viene colto. Ed ecco che non abbiamo più tanta voglia di ridere.

Giggino Pirandello a Stoccolma

Durante la premiazione per il Nobel è solito che ogni vincitore tenga un discorso impegnato di ringraziamento, a maggior ragione il Nobel per la letteratura e per la pace. Sono di gran pregio i volumi che riportano questi discorsi di ringraziamento, raccolti ovviamente per anno, fatte salve le annate in cui il premio non fu assegnato (vedi WW1-2) o rifiutato. Oltre a questi casi c’è una sola altra eccezione: il Nobel per la letteratura del ’34, assegnato al nostro siciliano. Pirandello, davanti alla commissione dell’Accademia di Svezia, si limitò a prendere tra le mani la medaglia d’oro, fare un grande inchino e riaccomodarsi al suo posto in platea, senza aprire bocca. Visto il significato politico che aveva acquisito il premio Nobel, Pirandello, in quanto accademico d’Italia avrebbe dovuto rendere omaggio al regime fascista. Non a caso al ritorno in Italia, nessun funzionario pubblico lo accolse. Indossò una maschera di gratitudine, indifferenza e silenzio per sedersi al suo posto, per non destare scalpore e malcontento. Maschera indossata, teorizzata.

Maschera e…

Una maschera per la famiglia, una per il lavoro ed una per il salotto, ma nella solitudine sei nessuno.

Questa la spiegazione più concisa del titolo del romanzo del 1925 “Uno, Nessuno e Centomila”. Maschere diverse a seconda della scena da interpretare, come su un palcoscenico, quello della vita in questo caso (Pirandello fascista, Pirandello indifferente). I cambi di ruolo dei protagonisti dei suoi romanzi sono tanto drammatici da metterci in soggezione, poiché troppo spesso i monologhi di Vitangelo Moscarda e Mattia Pascal ci suonano bizzarri quanto profondi ma familiari. Ciò a dimostrare il legame tra maschera e persona, non a caso in latino persona significava maschera. Questi cambi di ruolo ci fanno sorridere, letti con banalità li definiamo “atti di follia”, basti pensare alla novella “Il treno a fischiato”. Ma dopo il riso, sotto i baffi, spunta qualcos’altro grazie alla riflessione.

Umorismo e Grottesco

Per Pirandello alla base della concezione e della ricezione di un’opera d’arte si trova la riflessione, che lui chiama “umorismo: il sentimento del contrario”. Ciò che si considera strano, fuori dall’ordinario, inusuale provoca in noi un percezione contrariante, chiamata da Giggino “avvertimento del contrario” ossia il comico: rido di una situazione strana. Poco dopo subentra il momento di riflessione, in cui questa percezione viene interiorizzata, lì si trova il “sentimento del contrario” ossia l‘umorismo e la sua tragicità. Prendiamo dal saggio “L’Umorismo” l’esempio più chiaro e lampante per spiegare tutto ciò.

Vedo una vecchia signora coi capelli ritinti, tutti unti, goffamente truccata e vestita con abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella veccia signora è il contrario di ciò che una vecchia e rispettabile signora dovrebbe essere. […] Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a sembrare un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, acchittata in tal maniera, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima. La riflessione mi ha fatto andare più addentro a quel primo avvertimento: da quel primo avvertimento del contrario ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umorismo.

“L’Umorismo” del 1908 era il prologo dell’approdo di Pirandello alla produzione teatrale (1910 circa) dove le poetiche della maschera e dell’umorismo -chiamato poi dalla critica grottesco– meglio si prestavano.

Ragioniere

Paolo Villaggio ha dato vita ad una maschera straordinaria e ribelle: il ragionier Ugo Fantozzi. Nell’immaginario collettivo italiano la maschera di Fantozzi rappresenta alla perfezione il ruolo dello sfigato e dello sfruttato: ma ci riguarda ancora la sua impresa?

Una “distopia incendiaria” così Villaggio stesso definisce la saga fantozziana: sfruttamento e subalternità si susseguono nelle vicende di Ugo Fantozzi che da personaggio comico diventa drammatico. Simbolo di umiliazione che si fa portavoce di una critica sociale dura e radicale verso una società piramidale, consumistica, infernale, metafora grottesca di un mondo che fa di tutto per tentare la scalata. Una tragicommedia la cui comicità non fa affatto ridere.

E noi

Ridiamo delle sfighe di Fantozzi e del suo sfruttamento, ma con un occhio attento consideriamo inaccettabile la sua sottomissione sociale, ma nessuno ha il sincero coraggio di “identificarsi positivamente” con quella maschera. Eppure queste storie potevano fungere da strumento di consapevolezza e da spinta verso la liberazione. Senza la riflessione e il sentimento del contrario, quella condizione disgraziata di Fantozzi viene naturalizzata e vista come pura scena comica. L’incapacità di soffrire con Fantozzi, di capire che è uno di noi, perché lui rappresenta noi -abitanti della società consumista, capitalista- uccide la sua dignità, la nostra dignità. Il messaggio di Villaggio non è stato colto, niente più prese di coscienza e lotte di classe, ma confusione perpetua del bene con ciò che in realtà è male, paradiso e inferno. Non ci resta che ridere, per non piangere.

Nel 1975, in un’intervista rilasciata alla televisione svizzera e resa nota solo molto tempo dopo in Italia, ecco il maestro che parla e ci zittisce.

https://youtu.be/sv8oiLC4hSs

 

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