Il Superuovo

Un grido che spesso viene zittito: la depressione raccontata dalla Merini e da Sylvia Plath

Un grido che spesso viene zittito: la depressione raccontata dalla Merini e da Sylvia Plath

Raccontiamo una malattia tanto invisibile quanto invalidante, tramite parole, versi, strofe e tele di chi l’ha vissuta in prima persona.

Edvard Munch, “Malinconia”, 1891-1896

La depressione è una malattia che coinvolge una notevole percentuale della popolazione ma che spesso viene sottovalutata e soprattutto stigmatizzata, addentriamoci in questa cupa visione della vita.

CHE SADICA PUNIZIONE AVERE UN CERVELLO CHE NON SI RASSERENA MAI

Qualcuno definì il depresso come un uomo in perfetta salute che ha una malattia mortale. Per quanto si tenda ancora oggi a sottovalutare la depressione e, più in generale, i disturbi psichico-comportamentali, riducendoli ad abitudini legate ad una scarsa forza di volontà, è bene ricordare che si tratta invece di malattie complesse e profondamente invalidanti. Alla base del disturbo depressivo si possono trovare infatti tanto fattori psicologici, ambientali e sociali quanto fattori biologici: tra essi si citino come esempio i neurotrasmettitori della serotonina, dopamina e noradrenalina. “Sono terrorizzata da questa cosa nera che dorme dentro di me” scriveva Sylvia Plath, una delle più grandi poetesse del secolo scorso, nonché la prima a vincere il premio Pulitzer dopo il decesso, avvenuto per sua stessa mano; del resto lei stessa diceva che “morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa”. Tra le poesie più angoscianti della Plath si annovera “Tulipani”, perfetta descrizione della mente depressa: nel 1961, la poetessa venne ricoverata in ospedale per l’asportazione dell’appendice, ebbe quindi modo di prendere una pausa dal mondo, così frenetico e angosciante, rilassando la mente in una candida stanza di ospedale. Bianchi sono i raggi di luce che si riflettono nella stanza, bianche sono le lenzuola, bianche sono le sue mani, bianca è ora la sua mente libera dai pensieri. D’improvviso però, la quiete viene bruscamente interrotta da una visita di parenti che le portano in dono un mazzo di fiori: tulipani rossi. “Io non volevo fiori, volevo solo giacere a palme riverse ed essere tutta vuota” scrive la poetessa che viene inghiottita di nuovo dal marasma di pensieri che attanagliano la sua mente. La bianca sterilità della stanza d’ospedale è ora sconvolta da quel rosso acceso, “i tulipani sono troppo rossi, mi fanno male”; la sua malattia torna così a fare capolino, in un momento di quiete in cui tutto andava bene, riaprendo una ferita dolorosa e sanguinante; si sente come se questi tulipani, questo pensare continuo, le rubassero l’ossigeno, come se la sua mente cercasse costantemente di ucciderla mentre il suo corpo disperatamente di sopravvivere.

Vincent Van Gogh, “Sulla soglia dell’eternità”, 1890

“FA FINTA DI CANTARE MA IN EFFETTI SI LAMENTA”

A descrivere magistralmente l’animo di chi soffre di depressione fu Alda Merini, nella sua poesia “Il depresso”. La straordinarietà del componimento si trova proprio nel dare voce all’intersezione di sofferenza che si instaura fra il soggetto malato e chi lo ama, così che la comprensione del fenomeno ne venga amplificata. La Merini svela il dolore psichico provato da chi viene colpito da frequenti attacchi depressivi: “il depresso è un’anima instabile, luttuosa, morta” consapevole del fatto che il proprio stato d’animo influenza anche chi gli sta intorno e chi si dà un gran da fare per vederlo sorridere: motivo per cui il depresso spesso tende a mascherare i propri sentimenti per proteggere i suoi cari, non a caso la poetessa scrive che “fa finta di cantare ma in effetti si lamenta”. La malattia fa la sua comparsa in giovane età per coloro che sono destinati ad averla come compagna per tutta la vita, “si comincia da bimbi ad essere depressi” e si prosegue fino all’età adulta, sino a quando il depresso, senza accorgersene, uccide chi lo circonda tentando di salvarlo e, dopo aver distrutto tutti i suoi eroi, “finalmente ride”. Si tratta naturalmente di una felicità triste e di un riso disperato. Per quanto Alda Merini sembri descrivere il depresso come un anti eroe, sa bene che a lui non è attribuibile alcuna colpa; la poetessa infatti aveva un grandissimo rispetto per la depressione che, inoltre, per moltissimo tempo ebbe modo di provare in prima persona.

LA VITA E’ MORTE PER CHI E’ MALATO

E’ infinito il numero di personaggi legati alla letteratura, alla musica, alla pittura e a tutta l’arte che hanno sofferto e soffrono di depressione, fino all’atto estremo del suicidio. “Can you show me where it hurts?” – (Puoi farmi vedere dove fa male?) Chiedono i Pink Floyd in “Comfortably Numb”, “non posso spiegarlo, non capiresti, questo non sono io, sono diventato profondamente insensibile” è la risposta. Munch, il più grande esponente dell’espressionismo nordico, nel dare vita al suo più celebre capolavoro, “L’urlo”, venne assalito dallo stesso dolore che il protagonista della canzone dei Pink Floyd non riesce a spiegare, dipingendo su tela quello che sentiva, egli rivelò che camminava lungo la strada “quando percepii un brivido di tristezza, un dolore lancinante nel petto e una stanchezza mortale. I miei amici continuarono a camminare e io fui lasciato tremante di paura. E sentii un urlo infinito attraversare la natura”. Non si tratta di sola tristezza ma di uno scoraggiamento generale verso la vita e le sue pulsioni felici e, più di tutto, il terrore di non poterne guarire, di non riuscire mai a percepire lo spettro completo dei colori. Nel “Cantico dei drogati”, De Andrè, si chiedeva “chi e perché mi ha messo al mondo, dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? Come potrò dire a mia madre che ho paura?”, ma perfino un pessimista quale Faber conclude la sua canzone con una nota di positivismo: appellandosi direttamente all’ascoltatore, chiede di insegnargli un modo di leggere la vita diverso dal suo. Se la depressione è malattia, deve esserci modo di guarire, concludiamo anche noi con una nota di speranza, perché lassù deve esserci un sorriso anche per chi, ora, non riesce a farlo.

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