Il Superuovo

Estraniazione ed immaginazione: conosci i luoghi eterotopi nominati da Foucault?

Estraniazione ed immaginazione: conosci i luoghi eterotopi nominati da Foucault?

Foucault attraverso una sua conferenza radiofonica avvenuta nel dicembre del 1966, ci racconta quello che è il suo pensiero sulla realizzazione degli spazi umani e la loro contro tesi, l’eterotopia. Applicheremo le sue parole per analizzare la costruzione spaziale nel film “The Beach” e non solo.

Foto della spiaggia presente nel film The Beach

 

Viviamo nello spazio, esso non è neutro ha varie sfumature e contorni. Avvolte quello che ci sta intorno non va bene per noi, ce ne sentiamo estranei, ecco che allora il nostro corpo inizia ad immaginare e sognare. Avvolte questi sogni si incontrano, e quando succedono danno vita a nuovi luoghi nello spazio, a delle utopie che si realizzano, dei contro-spazi nel mondo nel quale trovare rifugio, queste sono le eterotopie.

 

 

Foto di un Foucault mentre pensa

Che cosa ci racconta il film The Beach sulla sua costruzione spaziale? 

Il film The Beach con all’interno un giovane Leonardo Di Caprio, narra in breve (allerta spoiler), di Richard ( L. Di Caprio) un giovane turista statunitense che parte per un viaggio in Thailandia, sperando di trovare un posto che mantenga il suo stato “selvaggio” ed incontaminato.  Atterrato a Bangkok si rende subito conto che non è così, e come lo definisce lui stesso è solo un luogo da “succhia dollari”. La stessa sera in albergo incontra il suo vicino di stanza Daffy, un tipo molto eccentrico che gli racconta che esiste un’isola, un posto magico al di fuori dal mondo. Richard non gli crede, il tipo è troppo fuori di testa, ma la mattina dopo lo trova che si è suicidato e appesa alla porta della stanza gli ha lascito una mappa su come arrivare all’isola. Richard incuriosito dall’intera storia decide di partire alla ricerca di questo luogo “magico” insieme ad altri due ragazzi di origine francese, Françoise ed Étienne. Dopo varie avventure riesco a giungere a destinazione. L’isola è un vero e proprio paradiso sperduto dal mondo, abitato da una comunità autosufficiente di viaggiatori che hanno deciso di stabilirsi lì per trovare rifugio attraverso l’estraniazione dal mondo. In un primo momento le cose vanno davvero bene, la comunità è immersa in una serenità unica, e tutti sono felici. Le difficoltà sopraggiungono quando un paio di eventi, la morte per uno e l’invalidità per un altro abitante della comunità causata dall’attacco di uno squalo durante una battuta di pesca, e l’arrivo di un nuovo gruppo di turisti, destabilizza l’armonia e l’esistenza stessa del sogno di vivere in paradiso. L’epilogo della storia lo si ha in un confronto finale tra la comunità stessa ed il lato “oscuro” dell’isola, ossia un piccolo insediamento di contadini che coltivano erba. Il confronto tra le due diverse comunità che abitano quel posto magico, sfocia in terrore. Si ha un ribaltamento del luogo, da posto di paradiso a spazio di paura, sgretolando e mettendo la parola fine al sogno. Il nostro breve riassunto si serve per poter ora effettuare quelle che sono delle considerazioni sul nostro tema principale, ossia la costruzione spaziale nella trama narrativa. Il luogo che fa da fulcro al racconto è l’isola, che rappresenta un rifugio dalla società, un’estraniazione da essa e la costruzione di un nuovo tipo di comunità, la quale però è riservata solo per pochi. L’isola è l’antitesi rispetto al mondo esterno ed alle sue sofferenze che lo circonda, essa infatti è un rifugio dai dolori. La realizzazione di questo progetto utopico di una felicità perenne priva di tormenti ha successo, fino a quando non sopraggiunge la prima morte per un abitante della comunità. La morte ha la funzione di messaggio, allerta che le sofferenze arriveranno anche lì in quel paradiso remoto, ponendo fine al sogno di una felicità continua, e risvegliandoli dall’illusione. Alla fine del racconto l’isola da paradiso si trasforma in un luogo di terrore. Gli abitanti hanno fondato la comunità per vari motivi (scappare dal mondo, cercare un senso, un motivo, un significato, un rifugio, la pace) il motivo di base che lega tutto sono le sofferenze che gli abitanti avvertivano stando nel mondo. L’isola gli da rifugio, fino però a trasformarsi nella sofferenza più grande la morte, ed non una qualsiasi ma ad una morte violenta, il peggior male possibile come ci insegna Thomas Hobbes. Che cosa possiamo dire sulla costruzione di questo spazio e sulla sua trasformazione da paradiso ad incubo? Che rapporto c’è tra l’isola ed il resto del mondo? Cerchiamo di farci un senso attraverso Foucault. 

 

 

 

 

The Beach e Foucault: la costruzione eterotopa in cinque punti

L’isola nel film è una eterotopia, ma cosa significa ciò? E come viene creata?

L’uomo abita nello spazio, ma non tutti gli spazi sono uguali. L’essere umano ha da sempre immaginato nuovi mondi, nuovi luoghi, attribuedogli significati speciali. Alcuni di questi spazi speciali, non hanno tempo né luogo, non sono mai stati realizzati, limitati nella nostra mente, questi sono i cosiddetti progetti utopici che non sono mai sbocciati. Esistono poi degli altri spazi, e Foucault ci parla proprio di questi, delle utopie realizzate ed identificabili sulla carta e nel tempo, antitesi dello spazio circostante. Non si vive in uno spazio neutro e bianco, ma si vive, si muore e si ama in uno spazio quadrettato, vario a cui viene dato un significato, Foucault chiama questi contro-spazi: eterotopie. In breve, il filosofo francese riassume la costruzione eterotopa in cinque principi base: i primi due trattano il rapporto tra società e tempo, in quanto attraverso un’analisi socio-antropologica spiega come da sempre ogni gruppo umano ha costruito le proprie eterotopie e che ogni società può perfettamente riassorbire e far scomparire ogni contro-spazio che crea. Terzo fondamentale è il giustapporre in un luogo reale più spazi che normalmente, risulterebbero incompatibili. Nel quarto principio spiega come le eterotopie hanno un sistema di chiusura/apertura che le isola dallo spazio circostante. Non si può entrare a piacimento, ma proprio come nel film, ci si entra attraverso dei riti. Si arriva così a ciò che c’è di più essenziale delle eterotopie. Esse sono la contestazione di tutti gli altri spazi e si possono manifestare in due modi: creando un’illusione che denuncia tutto il resto della realtà come un’illusione, o come nel caso di “The Beach”, creando realmente un altro spazio reale e perfetto, ordinato e funzionante, quanto il nostro è disordinato, mal organizzato e caotico. Ma basta realmente creare solo un’altro spazio ed riorganizzarlo? Nel prossimo paragrafo prenderemo in esame un parallelismo storico.

 

 

Il “Tempio del popolo” e “The Beach”: un parallelismo degli anni ’70 finita in tragedia

L’uscire dal mondo e dalle sue ingiustizie, cercando di creare una nuova comunità, con il proprio spazio nel quale all’interno regni l’armonia, l’uguaglianza tra i membri e l’abbattimento di barriere razziali, per la riuscita di una costruzione eterotopa finalizzata a trovare la felicità, come avviene nel film, questo progetto non è stata messa in atto solo attraverso la finzione hollywoodiana. Durante la fine degli anni ’50 nello stato americano dell’Indiana, il predicatore James Warren Jones cercò di fondare una comunità, chiamata “Tempio del popolo”. Il progetto utopico di Jones puntava, attraverso l’estraniazione sociale dell’epoca, di fondare una nuova comunità e creare un’armonia sociale. Il movimento si basava su insegnamenti di carattere cristiano e comunista con un forte indottrinamento allo stalinismo. In una fase iniziale la dottrina accolse molti consensi, e si ebbe un incremento importante dei membri, e questo portò, insieme ad alcuni scandali, al bisogno di migrare in cerca di un nuovo territorio. Con i giusti agganci ed appoggi politici, negli anni ’70 si realizzò la fondazione della città comunitaria di Jonestown nello stato sud-americano del Guyana. In un primo momento la comunità prosperò e tutti sembravano felici, vivendo in armonia. Nel novembre del ‘78 la situazione degenera a causa della cattiva gestione di alcuni malcontenti che si vengono a creare. Tutto sfocia in pazzia assoluta, quando lo stesso predicatore Jones da l’ordine di creare un suicidio di massa, nel quale anche lui perde la vita, portando alla morte di quasi un migliaio di persone. Il parallelismo tra il film “The beach” e il “Tempio del popolo” viene da se: entrambe le eterotopie e gli spazi sono stati creati per sfuggire e trovare rifugio da quelle che sono le sofferenze e le ingiustizie che popolano gli spazi del mondo. Sia nella vita reale che nel film, questi luoghi in un primo momento, sembrano avere successo, gli abitanti vivono in armonia e sono felici, il luogo diventa un rifugio dai mali del mondo. Le condizioni però cambino, le cose si evolvono e mutano, niente e perpetuo, le due eterotopie collassano diventando l’incubo dal quale davano riparo. Le sofferenze si trasformano in terrore e pericolo (nel film), e purtroppo in morte nel caso del “tempio del popolo”, mettendo fine a quelli che erano i sogni utopici delle due comunità. 

 

Foto di Jonestown del 1978

 

La creazione dello spazio è dentro di noi: il corpo come creazione del luogo utopico

Cercando di dare un senso a questi parallelismi e arrivando ad una fine, ci aiutiamo sempre del brillante pensiero di Foucault, il quale pensa che la costruzione degli spazi, i sogni utopici e la loro riuscita attraverso le eterotpie le realizziamo noi e sono, come del resto tutto, relative all’individuo. Foucault ci dice che è il mio corpo che è legato altrove, a tutti gli altrove del mondo ed è altrove rispetto al modo stesso. È rispetto a lui (il corpo) che ci sono un sopra ed un sotto, una destra ed una sinistra, un avanti ed un indietro, vicino e lontano. Il corpo è il punto zero del mondo laddove le vie e gli spazi si incrociano, il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo immagino, percepisco le cose al loro posto e anche le nego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino. Foucault conclude dicendo che il nostro corpo è come la Città del Sole, non ha luogo, ma è da lui che nascono e si irradiano tutti i luoghi possibili, reali e utopici. Tutto è già dentro di noi.

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