L’autorità delle esperienze soggettive

Da quando ci siamo accorti che l’universo non ha un significato intrinseco, tocca all’essere umano restituire un colore al cosmo intero. In passato, il senso delle vite e delle azioni degli individui era dato da un autorità esterna, spesso di natura divina. Nell’ultimo secolo, l’umanità ha rivendicato il diritto di infondere il significato nella realtà. L’enorme importanza conferita alle esperienze soggettive ed alle emozioni va a compensare il vuoto che la morte di Dio ha lasciato. Quando un contadino medievale doveva prendere una decisione importante, poco importava cosa sentisse dentro di se. Probabilmente avrebbe interrogato le sacre scritture tramite il parroco del villaggio alla ricerca di una saggia risposta. Oggi, anche nella mente di un credente, la domanda che si fa strada nella sua testa dopo aver chiuso la Bibbia è: “come mi sento a riguardo?“. L’importanza moderna delle esperienze soggettive si riflette anche nell’arte, dai film ai quadri e persino nelle canzoni. I menestrelli medievali se ne andavano in giro cantando le gesta eroiche del cavaliere di turno, del loro coraggio e i loro successi. Ma per quanti nemici uccidessero e da quante battaglie ne uscissero vincitori, nessun significativo cambiamento avveniva in loro. Nell’Iliade di Omero non si fa cenno neanche una volta alle esperienze o alle emozioni dei centinaia di cadaveri ammassati sotto le mura di Troia. Ma per Achille, fiumi di parole scorrono insieme al sangue dei suoi nemici nel descrivere le gesta dell’eroe.

Achille al centro della scena trascina il corpo di Ettore fuori dalle mure della città. Franz Matsch – “Achille Trionfante”

Tra fango e sangue

Poi, è successo qualcosa. Il prode campione è passato in secondo piano. Ora al centro della scena abbiamo una persona comune, un soldato semplice, sul cui volto possiamo leggere le atrocità della guerra. Certo, prima di imbracciare il fucile anche lui sentiva di essere un eroe. Sapeva che stava andando a reclamare la gloria e a difendere la patria. Ma una volta buttato nella trincea, sente solo l’odore acre del sangue, la paura e il fango sotto i suoi piedi. I racconti moderni celebrano il soldato e i suoi sentimenti. Film come “American Sniper” e “Dunkirk” parlando ancora di gesta valorose, ma il focus è rivolto a cosa provano i protagonisti durante la vicenda. Cosa ancora più importante, la guerra li cambia e rivela loro una qualche lezione importante sulla realtà. Anche l’arte racconta una storia diversa. I quadri medievali e rinascimentali osservavano il conflitto dall’alto, con un generale dallo sguardo solenne che dirigeva le sue truppe come una gigantesca partita a scacchi. Dal novecento in poi l’arte ci scaglia nel campo di battaglia, in mezzo alla mischia, e davanti a noi una persona dallo sguardo assente e gli occhi spenti dalla morte intorno a lui.

Lo sguardo assente di un soldato in guerra nell'opera di Thomas Lea - "The 2,000 Yard Stare"
Lo sguardo assente di un soldato in guerra nell’opera di Thomas Lea – “The 2,000 Yard Stare”

Niente eroi, solo persone

Fino al secolo scorso la guerra non riguardava le persone. Tutti coloro che prendevano parte ad una grandiosa spedizione erano solo tessere di un puzzle assai più ampio. Le battaglie si combattevano in nome di Dèi e valori molto più importanti dei comuni mortali. Le luci della ribalta illuminavano generali, condottieri, eroi e sovrani. Ma da quanto l’idea di autorità divina ha iniziato ad affievolirsi, ecco che le persone comuni trovano posto nelle grandi narrazioni belliche. Ora sono le nostre emozioni che danno senso al mondo, e le nostre esperienze giudicano cosa è giusto e cosa è sbagliato.

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