Il libro “La vita quotidiana come rappresentazione” di Erving Goffman evidenzia l’innata capacità umana di modificare i propri atteggiamenti in base alle condizioni in cui si è immersi. L’autore descrive infatti le persone come degli attori e gli ambienti in cui esse si trovano (come ad esempio strade, case, aule universitarie, bar, discoteche etc) come un palcoscenico, in cui i comportamenti diventano rappresentazioni teatrali. Per Goffman non è tanto importante ciò che viene comunicato verbalmente, ma ciò che si trasmette con il linguaggio corporeo ed indiretto, il quale può tradire ciò che si afferma, ma può anche sostenerlo. Identifica dunque due categorie di individui, ovvero quelli che definisce i cinici, intendendo persone non convinte della propria recitazione e non interessate all’opinione del pubblico, e i sinceri, coloro cioè che credono nell’impressione comunicata. Riflettendo su queste due figure è importante sapere che sono molto di più di due estremi di un continuum. Prendendo ad esempio una recluta, questa inizialmente segue la dura disciplina militare per evitare punizioni fisiche, per poi in fine adeguarsi ai regolamenti per non screditare l’organizzazione cui appartiene e ottenere il rispetto dei propri commilitoni. Un atteggiamento che dunque prima si faceva cinicamente, è diventato sincero.

Erving Goffman (fonte immagine: google immagini)

Una persona, tanti attori

Come afferma Park: “Probabilmente non è un caso che la parola persona nel suo significato originale, volesse dire maschera. […] Alla fine la concezione del nostro ruolo diventa una seconda natura e parte integrante della nostra personalità. Entriamo nel mondo come individui, acquistiamo un carattere e diventiamo persone”. C’è quindi una distinzione fra “il vero io” e il ruolo che si impiega nella società, ma se è vero questo è anche vero che una persona possa indossare più maschere? Basti pensare come ci si comporta in un ambiente familiare, come può essere casa propria o il pub a cui si è soliti andare, e come ci si comporta in un contesto formale o sconosciuto. Riprendendo le due figure introdotte da Goffman, ogni individuo è in grado di essere cinico e allo stesso tempo sincero. Se si prende ad esempio un individuo che il sabato sera salta, balla e urla in discoteca e il lunedì dopo è al lavoro in giacca e cravatta, non è possibile distinguere quale delle due sia la vera personalità, si può anzi affermare che questa sia rappresentata da entrambe le “maschere” che porta, per quanto diverse e contrastanti che siano fra loro. Quest’ipotetico individuo infatti, cambia cinicamente il proprio comportamento in base al contesto in cui si trova, ma può identificarsi e sentirsi a proprio agio in entrambi, senza che debba fingere.

Una punta d’ipocrisia in ognuno di noi

È possibile sfruttare quanto fino ad ora detto per comprendere i comportamenti che ogni giorno noi stessi attuiamo. Se si considera infatti come ci si comporta con gli amici che si conoscono da una vita, con gli amici d’università o in famiglia, è possibile notare delle sostanziali differenze. Questo significa che siamo tutti degli ipocriti? In realtà questa versatilità umana è funzionale per permettere agli individui di ambientarsi ed è anzi necessaria. Quando pubblichiamo una storia instagram, ad esempio, vogliamo comunicare una sensazione a chi ci “osserva”, che però verrà inevitabilmente recepita in modo diverso dagli osservatori, in quanto essa è affiancata alla concezione che ogni singolo follower ha della nostra personalità, che è diversa per ognuno di esso. Ciò viene spiegato molto bene in “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello, il quale afferma che, anche inconsciamente, per ogni individuo corrispondono infinite personalità. Si può dunque affermare che il nostro “vero io” non è altro che l’insieme di tutte quelle maschere che indossiamo, rendendoci particolari e diversi a chiunque incroci la nostra via. Ciò non significa essere persone false, potremmo anche non accorgerci di queste nostre “metamorfosi”, e ci fa riflettere su quanto sia difficile trasmettere ad altre persone le infinite sfaccettature della propria personalità. In conclusione, citando le parole di Nesli ne “Il vento dei ricordi”: “Se fingo di essere un’altra persona / anche se per una sola volta / anche quella conta”, è forse utile capire come può essere sfruttata a proprio vantaggio questa abilità umana, arricchendo non solo la conoscenza di noi stessi, ma anche l’incredibile eterogeneità dei rapporti umani.

Pietro Salciarini

 

 

 

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