Disse una volta Hegel che “l’Europa è un leone affamato”. In effetti è così: l’Europa non ha lasciato in pace il genere umano nemmeno per un giorno. La storia europea è fatta di guerre, conflitti, contraddizioni. Non è un caso se tutti i pensatori  dell’occidente europeo abbiano dato grande importanza al momento del conflitto, non solo quando parlavano di politica. Pensiamo a Hegel, a Fichte e, soprattutto, a Marx. L’identità di Europa nace, come messo in luce da Federico Chabod “come l’io degli ideologi, che non può definirsi se non in contrapposizione a qualcos’altro.” L’Identità di Europa, nata dal perenne confronto con altre identità, si compone di alcune parti essenziali e imprescindibili: la cultura cristiana, come magistralmente fatto notare da Novalis nello scritto dal titolo emblematico “Europa o Cristianità”, e la cultura, piaccia o no, di tendenza “socialdemocratica”.  Analizziamole entrambe, e vedremo poi che, per quanto certamente diverse, esse hanno tre parole in comune, che però sono alla base della cultura europea, sin dal origine. Parole comuni e famosissime, che purtroppo stanno oramai perdendo il loro significato: libertè, egalitè, fraternitè.

 

“Europa o Cristianità”– Le radici cristiane d’Europa

 Mettiamo subito in chiaro una cosa: cultura cristiana non significa assolutamente che sia necessario, per essere europei, essere credenti. O meglio, lo scopo di Novalis, era più o meno quello: egli credeva che l’Europa poteva salvarsi soltanto attraverso un ritorno alla cristianità medioevale. Chiaramente la visione di Novalis è da inquadrare nel romanticismo e dunque nella tendenza a considerare il medioevo come momento-modello della storia. Bisogna però, nel nostro ragionare di Europa e Cristianità, prendere le mosse da due punti cruciali della riflessione di Novalis: il primo l’abbiamo già messo in luce, secondo il nativo di  Wiederstedt, infatti, non vi può essere Europa senza cristianità; il secondo punto cruciale è il valore che dobbiamo dare all’ “o” di Europa “o” Cristianità. Per dirla altrimenti, il titolo va intesco come Europa oppure Cristianità, Europa ovvero Cristianità, oppure  Europa quindi cristianità? La verità è che tutte queste determinazioni devono essere tenute insieme: sarebbe da sciocchi ignorare il valore avversativo della preposizione “o”. L’identità di Europa si è formata anche e soprattutto nello scontro tra sacro e profano, pensiamo ai vari conflitti tra impero e papato, o alla riflessione di Marx e Feuerbach. Non meno importante è però l’idea di identità, o meglio, la relazione di implicazione tra Religione ed Europa. Pensiamo a Hegel, se l’occidente è la terra della cultura, della filosofia, essa lo è perché “afferra con la forza del concetto ciò che era solo rappresentato dalla religione.” Hegel arriva addirittura a dichiarare che “tutta la dialettica è contenuta nel de trinitate dei di Agostino”. La cultura europea, dunque, non può prescindere dal suo rapporto con la cristianità, e può relazionarcisi in due modi: affermando che “la critica della religione è il presupposto di ogni critica” (Marx) o che “L’ingresso di Dio nel mondo è lo Stato”.

 Autore importante: Novalis, e il suo libro La Cristianità ovvero l’Europa (1793).  Novalis: nostalgia dell’Europa medievale, che trova nella comune fede cristiana il proprio equilibrio e necessità di una nuova Cristianità.  William Blake: visione più laica.  Né il passato né il futuro sono vincolati alla fede cristiana.  Sono numerosi i pensatori che continuano a immaginare la futura Europa.  A cavallo tra ’7 e ’800 il tema più caldo è rappresentato dalla pace: da una pace stabile e duratura. Novalis.

 

La lotta per la giustizia- Le radici socialdemocratiche d’europa

 La parola “socialdemocrazia” è relativamente moderna. Con essa comunque vogliamo intendere tutti quelle richieste, manifestazioni, popolari che hanno avuto per oggetto la nascita di uno stato sociale, basato su principi democratici. Avvenimenti di questo genere, in Europa, sono innumerevoli. Sono probabilmente la vera costante dell’occidente. Da Thomas Muntzer, ai Paesi Bassi, per arrivare al 1789 e poi ai moti del 1818, 1830 e 1848. Insomma, se come diceva Hegel “l’Europa è un leone affamato” per quanto riguarda la sua politica estera, per quanto riguarda la sua struttura interna, essa sembra essere dominata da quella che Kant aveva definito “insocievole socievolezza”. Ci conviene forse citare il filosofo tedesco:  per antagonismo intendo l’insocievole socievolezza degli esseri umani, cioè la loro tendenza a entrare in società che però è connessa con una resistenza pervasiva la quale minaccia costantemente di dividere questa società. […] Così avvengono i primi veri passi dalla rozzezza alla cultura, che consiste propriamente nel valore sociale dell’uomo; così vengono a poco a poco sviluppati tutti i talenti, formato il gusto, e addirittura, tramite un rischiaramento [Aufklärung] continuato.” La continua lotta, che Marx definirebbe di classe, e comunque i vari successi ottenuti in queste lotte, hanno fatto capire agli uomini europei che è possibile dialogare con l’autorità costituita ed è possibile, con le proprie forze, ottenere un miglioramento del benessere sociale: è qui che nasce la grande cultura socialdemocratica. Quando si sente l’esigenza di una comunità di liberi ed uguali. Liberi ed uguali: abbiamo detto due delle tre parole sopra citate, manca la terza: la fratellanza.

Libertè, egalitè, fraternitè– tre parole, due culture

 Dire che la Rivoluzione francese sia l’evento più importante per la costruzione del mondo in cui viviamo sarebbe da un lato banale e dall’altro esagerato. Possiamo però tranquillamente affermare che nella Rivoluzione francese si vanno a fondere per la prima volta i due grandi aspetti della cultura europea: quello Cristiano e quello socialdemocratico. Ma, si potrebbe obiettare, Marx non era neanche nato, e i giacobini condussero una grande lotta contro i cristiani e la religione in generale! Non c’entra nulla. La Rivoluzione francese è quel momento che permetterà a quelle due culture di impiantarsi nei secoli  successivi, per dirla con Kant “nulla può essere disgiunto se non è stato almeno una volta compreso in un’unità.” Tutto ciò è chiarissimo nello slogan della Rivoluzione del 1789: libertè, egalitè e fraternitè. Alla libertà e all’uguaglianza, principi di carattere sociale, di piena derivazione Rousseauiana (Rousseau nel contratto sociale definiva libertà civile e uguaglianza come il fine dello stato), e all’epoca per niente scontati, i giacobini aggiunsero un principio intrinsecamente cristiano: fraternità. Siamo tutti fratelli, in quanto figli dello stesso Dio. Ma perché è stato fatto? Perché libertà e uguaglianza, se non sono sorretti da un rapporto di filia, di amicizia, sono necessariamente contraddittori: io voglio essere libero per essere diverso da un altro, non per essere uguale a lui, e tendenzialmente voglio superarlo. Se dunque non vi è un principio di fraternità a fare da collante tra libertà e uguaglianza, cade il senso di ogni rivoluzione.

 

Forse per la rinascita di Europa, che ci vedrà protagonisti questo 26 Maggio, c’è bisogno proprio di questa fraternità. Tra di noi e fuori dai “confini” dell’Europa.

 

Giuseppe De Ruvo

 

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