Il Superuovo

Ecco il viaggio che compie il cuore mangiato in Dante, Boccaccio e De André

Ecco il viaggio che compie il cuore mangiato in Dante, Boccaccio e De André

L’Alighieri, Boccaccio e De André si incontrano; dove? In un cuore mangiato. 

Il topos letterario del cuore mangiato compie un viaggio che dura secoli: noi lo ripercorriamo nella Vita Nova, nel Decameron e nella Ballata dellamore cieco o della vanità.

L’intimità del cuore mangiato ne la Vita nova 

Nove anni dopo il primo incontro, Dante rivede Beatrice: questa volta, la giovane, sorprendentemente, lo saluta e questo saluto ha effetti inebrianti sul poeta fiorentino, che dobbiamo immaginare proprio come un adolescente contemporaneo alle prese con il primo timido sorriso ricambiato.
Come ciascuno di noi ha fatto (o farà al primo sorriso ricambiato e che ci faccia capire che quel ragazzo o quella ragazza che tanto ci piacciono, beh, ci ha in nota), infatti, anche Dante decide di fuggire dalla folla, per ritirarsi nella propria stanza, a ripensare al sorriso di Beatrice e a quel saluto.
Noi, figli degli anni Novanta e Duemila, accompagneremmo questo pensiero con cuffiette e musica; Dante, figlio del XIII secolo, invece, si ritira nella sua camera ascoltando solo i suoni della natura e quelli dei suoi pensieri, melodiosi al punto da farlo addormentare.
Assopitosi, Dante, come ogni innamorato che si rispetti, trecentesco o dei giorni nostri, sogna.
E cosa, anzi chi, sogna, se non lei?
In sogno, difatti, a Dante appare Beatrice, tenuta in braccio da Amore. E che fa Beatrice, fra le braccia di Amore?
Beatrice umilmente si pasce, scrive Dante nel capitolo III della Vita nova, prosimetro che ripercorre il rapporto amoroso fra i due, del cuore ardente dell Alighieri.
Si pasce? E cioè?
Cioè si nutre del cuore del poeta e lo mangia a morsi, affondando i denti in quell’organo che sente palpitare fra le mani.
Ora…quando, dai toni dolci e quasi stilnovisti di apertura, siamo finiti in una sequenza splatter del migliore Tarantino?
In realtà, mai.
Mai perché, nella concezione dantesca e quella medievale tutta, in realtà queste quartine e terzine riportano la fusione più profonda, quasi eucaristica, che due persone possano vantare.
L immagine del cuore mangiato – macabra e cruda, almeno in apparenza – è infatti emblema del più alto grado di intimità che si possa conseguire e, come tale, viene impiegato nella Vita nova. 

Il cuore mangiato come punizione nel Decameron

Mangiare il cuore di qualcuno, ci sta dicendo colui cui il nostro anno è interamente dedicato, visto il settecentesimo anniversario di morte, significa appropriarsi simbolicamente della sua anima e della sua forza, ma…poteva anche essere una punizione e in questa accezione il motivo del cuore mangiato fa la sua comparsa, invece, nel Decameron di Giovanni Boccaccio.
La novella nove della quarta giornata viene interamente costruita intorno alla vicenda del trovatore Guilhem de Cabestanh; Dioneo racconta la storia di tale Messer Guglielmo Rossiglione che dà da mangiare alla moglie sua il cuore di Messer Guglielmo Guardastagno «ucciso da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è seppellita».
E questo racconto, qui sintetizzato con i passi salienti, pare ricalcare fedelmente la leggenda
biografica riguardante la figura del già citato trovatore Guilhem de Cabestanh, vissuto tra XII e XIII secolo.
Si racconta infatti che Guilhem si innamorò di Soramonda, moglie di Raimon di Chateau-Roussillon, e le scrisse poesie fino a farla capitolare (visto l’epilogo, forse, è meglio farle finire nello spam, come cantano i PTN).
Quando, tuttavia, il marito scoprì il tradimento della donna, fece uccidere Guilhem e, estrattone il cuore ancora caldo e palpitante dal corpo, lo fece cucinare, arrostendolo con pepe, sale e spezie. Toltolo dalla padella, lo offrì in pasto allamata, che, ovviamente ignara dell accaduto, lo ingoiò, commentando il pasto dicendo di aver appena gustato una «pietanza buona e saporita».
A queste parole, il marito le rivelò che ciò che aveva appena mangiato era il cuore di messer Guilhem de Cabestanh e, per farglielo meglio credere, le fece portare davanti la testa.
Al sentir pronunciare quelle parole e visto il volto, tumefatto e sfigurato, dellamato ucciso, la giovane perse udito e vista e, una volta ripresi i sensi, dichiarò che, da quel giorno, non avrebbe mangiato più.
Corsa sul balcone, si lasciò cadere giù e morì.
Ecco, dunque, il cuore come pietanza non come fusione, ma come punizione.
Non intimità, ma vendetta. Non unione, ma rancore. 

Il cuore come pegno d’amore nella Ballata dell’amore cieco


Un ultimo caso di cuore ingoiato, questa volta non da una donna, ma richiesto da una donna come pasto per i propri cani, è cantato, in tempi decisamente più recenti rispetto a quelli in cui hanno scritto i due toscani, dal genovese Fabrizio De André che offre, ne La ballata dellamore cieco o della vanità, ulteriore lettura del topos di probabile origine orientale.
Non amplesso, né biasimo, infatti: il cuore richiesto, in questa canzone del 1966, si configura esclusivamente come la richiesta più cieca e fredda di una dimostrazione d’amore.
Un amore, peraltro, non corrisposto che viene alimentato solo dalla vanità della donna che lo riceve e che sfrutta il proprio potere seduttivo fino all’estremo e allo stremo.
Questo quanto canta, in un ritmo travolgente così lontano dal crudo contenuto, Faber:
Fuori soffiava dolce il vento,
tralalalalla tralallaleru,
ma lei fu presa da sgomento,
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato,
quando a lei nulla era restato,
non il suo amore non il suo bene,
ma solo il sangue secco delle sue vene.
E questo l’insegnamento che ci consegna, nellennesima rivisitazione moderna di un motivo letterario antico: solo un amore pericoloso e distruttivo impoverisce, invece di arricchire.
Solo un non amore, quindi, ci priva del sé; il vero amore, invece, lo alimenta e nutre (anche del proprio cuore, certo, ma…alla maniera dantesca, si intende).

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