Il processo Eichmann

Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima.” (Hannah Arendt)

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Eichmann passò alla storia come uno dei principali esecutori dell’Olocausto, avendo coordinato personalmente le deportazioni degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel 1914 entrò a far parte delle SS, l’organizzazione paramilitare del Partito Nazionalsocialista tedesco, e successivamente ne divenne ufficiale. Nel gennaio del 1942, con la Conferenza di Wannsee, i vertici nazisti procedettero attuando la “soluzione finale”, lo sterminio degli ebrei che si protrasse fino al 1945, ed Eichmann assunse un ruolo centrale in questo, organizzando i convogli ferroviari che trasportavano i deportati verso Auschwitz. Alla fine della guerra, essendo riuscito ad ottenere un passaporto falso a nome di Ricardo Klement, Eichmann si rifugiò in Argentina con tutta la sua famiglia. Tuttavia, quando il figlio rivelò l’identità del padre alla ragazza che frequentava, lei raccontò tutto al padre, un ebreo sopravvissuto all’Olocausto, il quale avvertì subito i servizi segreti israeliani. Il processo iniziò l’11 aprile del 1961 con la seguente accusa: «la persona che abbia commesso i seguenti reati: 1) compiuto durante il periodo del regime nazista […] atti che costituiscano crimine contro il popolo ebraico; 2) compiuto durante il periodo del regime nazista […] atti che costituiscano crimine contro l’umanità; 3) compiuto durante il periodo della seconda guerra mondiale, in un paese nemico, atti che costituiscano crimine di guerra […] è condannata alla pena di morte». Eichmann fu ritenuto colpevole di tutte e quindici le imputazioni e fu impiccato nel carcere di Ramla il 31 maggio del 1962.

Fino a che punto è giusto obbedire?

Ciò che è rimasto impresso nella storia di questo processo è stato proprio l’atteggiamento passivo di Eichmann durante le udienze, il quale riconosceva solamente di aver eseguito gli ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra. Quando al processo gli viene chiesto: «Questi ebrei erano destinati ai campi di sterminio? Sì o no?» Eichmann rispose: «Non lo nego. Non l’ho mai negato. Ricevevo degli ordini e dovevo eseguirli in virtù del mio giuramento. Non potevo sottrarmi e non ho mai provato a farlo. Ma non ho mai agito secondo la mia volontà». E ancora: «Questo vuol dire che lei era totalmente passivo?» Eichmann: «Passivo, non direi proprio. Facevo ciò che ho appena detto, obbedendo ed eseguendo gli ordini che ricevevo (…) Io non ero un imbecille, ma ricevevo ordini».

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Un funzionario impotente, un uomo qualunque, un soldato obbediente, forse troppo, chi era realmente Adolf Eichmann? Hannah Arendt lo descrive come l’incarnazione dell’assoluta banalità del male. Eichmann agli occhi della Arendt appare come un individuo del tutto ordinario che, spinto dal desiderio di crearsi una prospettiva lavorativa rispettabile, si è lasciato inghiottire dal nazismo senza rendersene conto, prendendo parte ai crimini del regime senza quasi accorgersene. È come se Eichmann si fosse trovato all’interno di una bolla, dell’enorme bolla del Nazionalsocialismo, all’interno della quale lui rappresentava un prodotto dell’ideologia totalitaria.

Hannah Arendt e la banalità del male

Eichmann non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme.” (La banalità del male)

Per la Arendt Eichmann è l’emblema dell’assenza di pensiero e di responsabilità che si traduce nell’incapacità di focalizzare le conseguenze del proprio agire e nella normalità di obbedire senza chiedersi cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ma in questo caso fino a che punto si può parlare di obbedienza? Eichmann riteneva di essersi ispirato all’etica kantiana della fiducia nell’obbedienza, affermando di aver obbedito alla legge dello Stato. “Ora che mi guardo indietro, realizzo che una vita condotta essendo obbediente e prendendo ordini è una vita rassicurante. Vivendo in questo modo, si riduce al minimo il bisogno che ognuno di noi ha di pensare” (Eichmann). Tuttavia, come precisò la Arendt, l’etica di Kant si fonda, al contrario, proprio sulla facoltà di giudizio e non sulla cieca obbedienza. Tutto il pensiero morale di Kant si basa infatti sull’imperativo categorico, per cui ogni uomo deve in ogni azione riflettere se la massima che guida il proprio agire possa diventare una legge universale. E questo è l’esatto contrario dell’obbedienza, affidando piuttosto un grande compito all’uomo.

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Capiamo dunque quanto sia estesa la portata filosofica di questo processo su un piano etico-morale: non stiamo parlando di uomini particolarmente sadici o feroci, ma di persone terribilmente normali che si trovano inserite all’interno di situazioni controverse e che, per questo, sono portate a fare cose impensabili. I tedeschi non erano per natura sadici, si sono trovati di fronte ad un totale cambiamento degli standard morali. In questi casi il libero arbitrio è molto più a rischio di quanto pensiamo. Spesso siamo così condizionati che neanche ce ne accorgiamo e di colpo non siamo poi così padroni del nostro libero arbitrio, delegando a un terzo o evitando completamente tutte le nostre responsabilità.

 

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