È morto Piero Terracina: scopriamo il valore della sua memoria nelle opere di Levi e Bassani

Si è spento l’8 Dicembre Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz. Scopriamo il valore della sua testimonianza in Levi e Bassani.

A5506, così lo ricorderebbero nazisti e fascisti, usando il codice impressogli sul braccio al suo ingresso nel campo di sterminio di Auschwitz, ma grazie alla sua instancabile lotta per ricordare le tragedie che lui, Pietro Terracina, dovette vivere insieme ad altre sei milioni di persone nel corso del genocidio nazista, oggi il suo nome e quello di molte altre vittime potrà vivere in eterno, insieme alla testimonianza di quanto in basso possa cadere la morale umana, fino quasi a scomparire. Perché non solo i nomi meritano di essere ricordati, ma anche i fatti, in modo che nessuno possa provare a replicarli, conoscendo già gli esiti a cui portano.

Una vita vissuta per il ricordo

Piero nasce a Roma, città a cui rimarrà per sempre legato, il 12 Novembre 1928, ma la sua vicenda ha inizio il 7 Aprile 1944, quando viene arrestato assieme alla sua famiglia, composta dai genitori, la sorella Anna, i fratelli Cesare e Leo, lo zio Amedeo e il nonno Leone David. Dopo un breve soggiorno nel carcere di Regina Caeli prima e nel campo di Fossoli poi, la famiglia Terracina è trasportata in treno fino al campo di sterminio di Auschwitz, e il viaggio rappresenta la prima grande esperienza che Piero ricorda, perché Piero ricorda che in quel vagone erano in 64, ricorda che i bambini piangevano e non c’era nessuna cautela igienica perché si viaggiava nei propri escrementi, e ricorda anche l’indifferenza dei militari delle SS. Una volta scesi i giovani sono divisi dai genitori e dagli adulti, e qui Piero ricorda quelli che saranno gli ultimi saluti della madre, dati insieme alla benedizione alla maniera ebraica, e gli ultimi saluti del padre, dati dalla distanza alzando il braccio, come se i figli se ne stessero andando in un normale giorno di scuola, scuola che in realtà a loro era stata tolta da anni a causa delle leggi razziali. Piero ricorda l’essere stato gettato assieme a degli estranei, le percosse date loro, e ricorda il breve scambio di parole avuto “con un altro sventurato”: “Dove sono i miei genitori?” “Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì.” Piero rimarrà nel campo di sterminio per quasi un anno, infatti sarà salvato il 27 Gennaio 1945. Solo lui però della famiglia Terracina: nessuna traccia di Anna, nessuna traccia di Cesare e Leo. Ed è anche questo che spingerà Piero a intraprendere la sua instancabile missione di divulgatore della memoria, ricordare coloro ai quali era più vicino, e ricordare così che tutti gli ebrei, in fondo, sono stati vicini in quella tragedia.

Il ricordo di Primo Levi

Piero Terracina non era solo quando fu salvato da Auschwitz, infatti, fra i 20 nomi degli ebrei italiani, oltre al suo ce n’è un altro che oggi è noto ai molti, quello di Primo Levi, il grande scrittore che della memoria e del ricordo fece il tratto distintivo della sua opera più famosa, “Se questo è un uomo”. Il romanzo si presenta come un’autobiografia dell’esperienza di Levi nel campo di sterminio, per cui come un’opera il cui scopo finale è proprio quello di lasciare un ricordo, una memoria ai lettori presenti e futuri, differenziandosi quindi da Piero Terracina che svolse la sua attività prevalentemente parlando. Il tema della memoria in Levi è onnipresente e raggiunge il culmine quando il protagonista, per aiutare i suoi compagni di sventura a sopravvivere alla disperazione, allieta le loro serate radunandoli in una stanza e recitando tutti i brani della Divina Commedia che ricorda. Oltre al valore simbolico che tutta l’opera dantesca ricopre per tutto il romanzo, e qui non è da discutere, ciò che lascia il segno è il valore che viene dato alla memoria, è solo grazie a questa che l’uomo riesce a sopravvivere e a sopportare la disumanità del campo in cui è stato imprigionato, ed è questo il valore che non deve mai morire perchè, morta la memoria e il suo valore, muore anche il concetto di umanità. E ad opporsi a questo concetto si pongono i nazisti stessi, che volendo elminare la razza ebrea si presentano come cancellatori della storia, e senza storia non vi può certo essere memoria, per cui i nazisti divengono anche esempio di disumanità anche su questo piano.

Il ricordo di Giorgio Bassani

Un altro volto chiave per il concetto di memoria nella letteratura ebrea è Giorgio Bassani, nato a Bologna il 4 Marzo 1916 e morto a Roma il 13 Aprile 2000, che nei suoi romanzi e racconti mostra la reazione del mondo, rappresentato dalla città a lui più cara, Ferrara, e dei diretti interessati, gli ebrei. Nel suo romanzo più importante, “Il giardino dei Finzi-Contini“, si racconta la storia del protagonista, un io narrante senza nome e dei suoi rapporti con la famiglia omonima. Tutto il romanzo si presenta all’insegna del ricordo poiché nel prologo è lo stesso io narrante a dire che queste memorie sono state scritte per ricordare la famiglia ebrea vittima della persecuzione, anche dopo che questa era avvenuta a distanza di molti anni. Un altro racconto significativo è “Una lapide in Via Mazzini“, in cui il protagonista è Geo Josz, ebreo sfuggito alla persecuzione ma di cui si erano perse le tracce, facendo pensare ai ferraresi che questi fosse stato ucciso dai nazisti: il ritorno di Geo, dopo una calda accoglienza e una curiosità dei cittadini, viene via via dimenticato e Geo, dacchè gli si chiedeva di raccontare la sua esperienza, è abbandonato e isolato di nuovo da una società che dopo aver visto tali orrori ha preferito dimenticare per tornare alla sua vita leggera e senza pensieri, costringendo Geo a farsi portavoce del valore della memoria anche a costo di divenire antipatico alla città di Ferrara, poiché Geo era rimasto l’unico superstite di una tragedia a cui non tutti credevano.

I ricordi di chi se ne va

La morte di Piero Terracina lascia un vuoto incolmabile per la memoria ebrea e della shoah, ed è anche per questo che la stessa senatrice italiana Liliana Segre in questi giorni ha parlato della sua preoccupazione per una storia che in tutti i costi si sta cercando, tramite la forza dei ricordi, di non ripetere, ma alcuni gesti sembrano lasciare segnali ambigui, troppo. È di qualche giorno fa la notizia che il comune di Schio ha rifiutato di apporre fra le sue mura delle pietre d’inciampo, delle piccole targhette poste sulle porte d’ingresso delle case con su scritti i nomi delle vittime del genoicidio. Queste notizie, che si spera rimarranno solo casi isolati e irripetuti, pongono dei dubbi sul fatto che l’uomo abbia deciso di accettare i ricordi lasciati dai testimoni diretti, ma per coloro che hanno invece deciso di accettare il fardello di prenderli, quei ricordi, le parole di Piero e gli scritti di molti altri scrittori, rimangono lì, in attesa di essere raccolti e di essere passati a loro volta alle generazioni future.

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