È giusto uccidere una persona per salvarne cento? Usura, sangue e ambizione: ce lo spiega Dostoevskij

Potrebbe anche essere un’ardua impresa il voler capire perché le persone, pur di arricchirsi, sono disposte a far soffrire altre persone. Affermare che l’uomo è cattivo e avido è troppo semplice.

Sulla scorta di quanto è successo di recente nel Salernitano e ad Avezzano, e consultando uno dei romanzi decisivi per la narrativa ottocentesca e novecentesca, vale la pena chiedersi: sarebbe giusto uccidere chi fa del male per cercare di diffondere più bene?

La cronaca

Lo scorso 13 giugno, nel Salernitano, è stato arrestato un usuraio, colto in flagrante mentre riscuoteva 200 euro in contanti. Ufficialmente risultava indigente, e quindi aveva ottenuto anche il reddito di cittadinanza. In realtà praticava l’usura e per questo è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Sala Consilina. Dalle indagini condotte da militari, è emerso che il pregiudicato aveva prestato ad un ex imprenditore 41enne del Vallo di Diano mille euro, pretendendo dopo tre mesi la restituzione del triplo della somma. La vittima, in passato, vendendo diversi beni propri e dei suoi familiari, aveva saldato allo stesso usuraio un prestito di tremila euro lievitato nel corso di un semestre a circa diecimila euro. L’indagine, scaturita dalla denuncia della vittima, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Lagonegro (Potenza). Inoltre, senza la necessità di andare lontano, lo scorso 9 maggio, ad Avezzano in Abruzzo, le Fiamme Gialle hanno arrestato, pure in flagranza di reato, un presunto usuraio colto nell’atto di aggredire, prima verbalmente e poi fisicamente, un commerciante del posto. Le indagini della GDF hanno riportato che l’attività criminosa, in atto da tempo anche ai danni di altri soggetti, ha provocato il collasso finanziario dell’azienda che, con l’incalzare delle richieste di denaro sempre più esose, non è riuscita a far fronte alle istanze di pagamento pretese dall’usuraio, né a quelle, legittime, dei fornitori.

Delitto e Castigo di Dostoevskij

Il romanzo, pubblicato nel 1866, è ambientato a San Pietroburgo e racconta di Rodion Romanovič Raskol’nikov, un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente  chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza fare nulla; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. Ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione… ». Per mancanza di denaro Raskol’nikov ha interrotto gli studi. Sognatore solitario, respinge la morale collettiva. Considerandosi un uomo fuori dal comune, un superuomo, vuole provare i limiti della sua libertà con la pratica del male e la trasgressione sprezzante dell’ordine morale. Così un giorno Raskol’nikov, assistendo ad una società in cui il primo mezzo per arricchirsi è soffocare chi è economicamente meno adagiato, essendo lui stesso soffocato dal dovere e dal lavoro per aiutare la madre e la sorella, e vedendo quotidianamente i maltrattamenti praticati da una vecchia usuraia Alëna Ivànovna, pensa:«non sarebbe giusto uccidere chi nuoce perfidamente la società, se così facendo si eviterebbe la sofferenza a molte persone e il bene progredirebbe maggiormente?». Altresì, commettere questo atto, sarebbe anche un modo per dimostrare a sè stesso che egli non è un fallito.

«Se un giorno, Napoleone non avesse avuto il coraggio di mitragliare una folla inerme, nessuno  lo avrebbe preso in considerazione, avrebbe fatto attenzione a lui, e sarebbe rimasto uno sconosciuto».

Il romanzo racconta la premeditazione dell’omicidio, conferendo particolare attenzione ai risvolti psichici di Raskol’nikov. Ma i suoi disegni criminali  non si svolgono come previsto: certamente uccide l’usuraia, ma assassina anche la sorella di costei, poiché sfortunatamente giunge sulla scena del delitto cogliendo il protagonista in medias res. Inoltre, il bottino è molto più esiguo di quanto previsto. Questo fallimento gli fa prendere coscienza che la libertà e l’indipendenza morale che ricercava sono perse. I suoi sogni di “superuomo” lo abbandonano e Raskol’nikov scopre l’umiltà: è soltanto un uomo. Preso da una forte sensazione di colpevolezza, si reca varie volte presso il giudice istruttore Porfirij Petrovič e desta così i suoi sospetti. Benché il giudice sia convinto della colpevolezza di Raskol’nikov, Profirij intende ottenere riscontri certi. Raskol’nikov si avvicina allora  lentamente e senza accorgersene a quelli anche che prima tentava di  dominare col suo disprezzo. Fa  la conoscenza di Sonia, una giovane prostituta. È commosso dalla sua innocenza: essa vende il suo corpo per fare fronte alla miseria del focolare familiare. Raskol’nikov confessa il suo crimine a Sonia, che lo spinge a consegnarsi alla giustizia. È condannato alla deportazione in Siberia, ai lavori forzati. 

Ucciderne uno per salvarne cento?

Il filo d’Arianna che lega i recenti fatti di cronaca sopra citati e il romanzo di Dostoevskij non è semplicemente l’attività usuraia, bensì la sofferenza che percorre l’uomo non appena, per forza di cose, è costretto a relazionarsi con il dio denaro. Dostoevskij, infatti, non scrive questo libro con il senno dell’inventore di storie. Dostoevskij scrive la storia di Raskol’nikov in quanto è la storia dei suoi tempi. È la storia di quella Russia, e forse dell’ecumene, che dopo Napoleone, sente scuotersi nelle sue viscere della straordinaria fragilità dei principi morali che induce a terribili delitti. Per la felicità e il presunto ordine del cosmo l’uomo sarebbe disposto ad uccidere talvolta. Ma Dostoevskij ci insegna che non vi è felicità nel comfort, la felicità si acquista con la sofferenza. Il concetto dell’uccidere la vecchia e avida usuraia per salvare altre vite dallo strozzamento e dall’asservimento alla fine del racconto si mostra per quello che è: un’utopia. Non vi è in questo, paradossalmente, alcuna ingiustizia secondo l’autore. La conoscenza e la coscienza della vita, sentita direttamente con il corpo e con l’anima, ovvero con il processo stesso del vivere, si acquistano con l’esperienza del pro e contra che occorre provare su di sé con sofferenza. Tale è la legge del nostro pianeta. Ciò non significa che per l’uomo-Raskol’nikov non c’è nessuna gioia o riscatto. Per Raskol’nikov il riscatto porta il nome di Sonia. Raskòl’nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, sorella dell’usuraia, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente e a confessare. Raskòl’nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonia lo segue in Siberia, dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un’occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l’amano sinceramente. È qui che Raskòl’nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla. Il vero bene si contempla amando che, rispettando l’etimologia del termine amore, significa togliere alla morte e non darla. Gli unici veri usurai di cui il mondo ha bisogno sono quelli dell’Amore: prestiti ricambiati che ricuciono le ferite del mondo, e non le sue tasche.

Filippo Triolo©

 

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