È giusto che la società vesta l’identità della donna? Tornatore e Pirandello rispondono

Le protagoniste delle opere di Tornatore e Pirandello vittime della propria bellezza e delle maschere create da pregiudizio e maldicenze

Mariangela Melato in una scena di “Vestire gli ignudi”

 

Il film premio Oscar “Malena” di Giuseppe Tornatore e la commedia “Vestire gli ignudi” di Luigi Pirandello sono incentrate sul ruolo della donna in una realtà sociale molto piccola in cui i cittadini sono animato da una mentalità chiusa e dal pregiudizio. La bellezza e l’emancipazione femminile sono gli elementi centrali su cui sono incentrare due opere estremamente attuali. L’identità dell’individuo viene delineata da schemi sociali e l’ “abito rispettabile” che ciascuno ricerca per sé spesso viene macchiato da una sovrapposizione di immagini imposte dagli altri che sono estranee alla sua vera essenza.

G. Tornatore, regista di Malena

Il peso della bellezza

La tranquilla vita di Malena e di suo marito in un piccolo paese della Sicilia viene sconvolta dallo scoppio della seconda guerra mondiale che obbligherà quest’ultimo al fronte. La bellezza della donna non passa inosservata e fa di lei il sogno erotico di tutti gli uomini del paese, compreso il piccolo Renato che incomincia a pensarla ossessivamente. Il fanciullo proietta sulla donna le proprie fantasie, mescolando al mero desiderio fisico un alone sacrale: una combinazione letale tra purezza e peccato, tra l’ardente passione e un desiderio di affetto quasi materno. La notizia della morte del marito la renderà preda delle maldicenze delle altre donne, invidiose della sua bellezza. Le critiche e il pregiudizio macchiano la sua immagine, abbandonandola nella solitudine e nella disperazione più totale in cui piomba in seguito alla morte del padre. Le emozioni di Malena e la sua profonda frustrazione vendono eclissati dall’immagine squallida e non veritiera che proiettano su di lei i suoi concittadini. Acciecati dal suo fascino esteriore, nessuno si cura della sua dimensione interiore, della sua sofferenza, del suo desiderio di amore:  nessuno vuole andare oltre l’apparenza tranne Renato. Povera e senza alcun aiuto economico, Malena è costretta a prostituirsi e ciò le consentirà anche di salvarsi dal contingente di soldati nazisti poiché si concederà a loro. Le frustrazioni e le critiche delle donne sfociano in un attacco violento e drammatico. In una scena carica di pathos la bellezza di Malena viene strappata via dalla cattiveria delle concittadine che, animate da odio e disprezzo, sferzano contro di lei calci e pugni e le strappano i capelli con disumana ferocia. Il branco che sovrasta il singolo, un individuo solo ed indifeso, sottoposto ad una violenza inaudita giustificata da una mentalità colma di pregiudizi ed apparenze. Calpestare l’altro mostrando la limitatezza di chi trova forza soltanto nel gruppo e in schemi mentali prestabiliti cui aggrapparsi per mascherare la propria immensa insicurezza e infelicità. Malena si ritrova costretta a fuggire, per fare poi ritorno solo anni dopo, in compagnia del marito che in realtà era sopravvissuto. Grazie ad una missiva inviata al coniuge Renato riesce a salvare la storia d’amore dei due, la loro dignità e, soprattutto, la sua amata musa.

L. Pirandello

Vittima o carnefice?

La protagonista della commedia in tre atti “Vestire gli ignudi” è Ersilia Drei, donna che non ha mai avuto il coraggio di assumere una forma ben definita, vestendosi dell’immagine che le attribuiscono gli altri. La giovane governante di una famiglia abbiente intraprende  una storia d’amore con il tenente Laspiga ma, lasciata da quest’ultimo, diventa l’amante del padrone di casa a cui presta servizio. Mentre si lascia possedere dal console Grotti, la figlioletta a cui doveva badare perde la vita, causando in Ersilia un indelebile senso di colpa a cui cerca di porre rimedio provando a suicidarsi. In ospedale, mentre crede ormai di essere prossima alla morte, rivela di aver compiuto il gesto estremo perché estremamente afflitta dall’abbandono di Laspiga. Entrambi gli uomini tornano da lei, ormai riluttante ad accoglierli perché tutto è cambiato: le circostanze mutano, cambiano i sentimenti e gli stati d’animo, l’individuo presente non è più quello del passato. Si fa difficoltà a riconoscere ciò che è stato perché tale immagine presente si catapulta sull’individuo come un elemento estraneo, proveniente da fuori, derivante da quella persona che non esiste più: non si riesce a far spazio a questo fantasma perché il soggetto stesso è “cangiato”. Ersilia decide di liberarsi della “forma” che aveva assunto, origine di tanti turbamenti per se stessa e per gli altri. La donna era riuscita a coprirsi di un “abitino decente” dovuto al verosimile suicidio per amore ma ora, in punto di morte, è nuda, privata di quella dignità e di quel decoro che le sono sempre stati cari.

Alla ricerca dell’identità

L’uomo lotta costantemente contro la “forma”, contro le maschere artificiali che regolano i rapporti interpersonali e che costituiscono un blocco a quel flusso ininterrotto che è la vita. L’individuo è costituito da una sovrapposizione di maschere che non coincidono mai con ciò che prova intrinsecamente: è inafferrabile, volubile, animato da desideri indicibili è un “fantasma” che condensa in sé una serie di realtà psichiche e sentimenti discordanti. Ersilia e Malena sentono addosso le responsabilità di un’esistenza che non hanno mai percepito come propria, sentono il peso di un’identità imposta dall’esterno. Alla ricerca di un “abito” rispettabile finiscono per macchirsi di disonore e per rendere concreti i sospetti infamanti degli altri. La fragilità delle donne e il loro fascino ammaliante costituiscono un terreno fertile per la cattiveria e per le tendenze manipolatrice della società.

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