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Dylan Dog come un Socrate moderno: la ricerca della verità e l’ironia filosofica

Tra un’indagine paranormale e una freddura di Groucho, Dylan Dog cerca sé stesso, proprio come faceva Socrate con i suoi interlocutori. 

L’affascinante detective londinese, Dylan Dog, è capace di insinuare nel lettore molte domande. Con il suo charme e la sua ironia prova ad imitare al padre della filosofia, Socrate, nella sua missone di ricerca della verità.  Una verità che presuppone il conosci te stesso, un esercizio costante in Dylan.

L’indagatore dell’incubo

Dylan Dog è un cult del fumetto italiano, creato da Tiziano Scalvi. Il primo numero uscì nel 1986, e, dopo qualche settimana di flop, fece il botto, facendo il tutto esaurito nelle edicole. L’omonimo protagonista, Dylan Dog, di mestiere investigatore privato, si occupa di casi paranormali, che lo vedono impiegato a fronteggiare lupi mannari, zombie, spiriti e ogni tipo di creatura. Tuttavia il fumetto non è assolutamente banali, anzi, i mostri che affronta Dylan non sono altro che lo specchio dei più angoscianti dilemmi umani, dalla morte alla solitudine. Oltretutto entra in gioco la complessa psicologia di Dylan. Le sue origini ignote, il suo passato alcolismo spingono Dylan ad auto-analizzarsi, a chiedersi di sé. Una profonda ricerca interiore che non finisce mai, sempre insoddisfatta, messa in discussione. Dylan affronta tutti questi temi con una ironia tragicomica, ma sottile, che porta il lettore stesso a mettere in discussione le regole canoniche imparate sui manuali di filosofia, rendendole nuove, interessanti, provocatorie.

-“Guarda che tutto quello che ci circonda, comprese queste sedie, è una produzione della mia mente, una creazione del mio pensiero”

-“Beh, visto che le hai pensate tu
stesso, potevi anche pensarle un po’ meno dure”.¹

Il fine di Socrate

Dylan cerca sé nei mostri che affronta, cerca risposte, cerca verità. Proprio come faceva Socrate. Il vero scopo di Socrate non era quello di insegnare una sua dottrina o ridicolizzare retoricamente i suoi interlocutori, Socrate voleva trovare la verità. Attraverso le sue domande cercava di trovare un vero sapiente che potesse insegnargli qualcosa. Il metodo confutatorio, l’elenchosveniva usato da Socrate anche sulle sue personali credenze, costantemente, per consolidare quelle stesse credenze, o in caso di falsità di queste, cercarne di nuove. Tutto in un processo infinito, costante, che lo accompagna fino alla morte. Anche Dylan compie questo processo, il cui emblema è il modellino galeone che non riesce mai a completare. L’unica certezza veramente fondata è quella che gli rivela l’oracolo a Delfi: Socrate è il più saggio degli uomini proprio perché sa di essere ignorante.

“Socrate diceva non so niente, proprio perché se non so niente problematizzo tutto. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell’ovvio: non accettiamo quello che c’è, perché se accettiamo quello che c’è, ce lo ricorda ancora Platone, diventeremo gregge, pecore.”

Umberto Galiberti

 

Eirōneía e Maieutica

L’ironia, tratto arcinoto di Socrate, punta a smascherare le credenze fondate nei suoi interlocutori. Così l’ironia pungente di Dylan, il suo british humor, prova il suo scetticismo, il suo ridere davanti alla pretesa assolutizzante di molti. L’ironia è anche riso di sé stessi, della propria condizione, perché testimonia una triste consapevolezza della limitatezza dell’esperienza. La maieutica, l’arte della levatrice,  è un altra tecnica socratica molto celebre, che consiste nel crescere e portare alla luce negli altri una loro personale verità. Questa arte presuppone una condizione molto particolare nella levatrice: quella di non poter partorire, di essere sterili. Paradossalmente, chi fa partorire la verità negli altri non ha dentro di sé verità.

la ragione è appunto questa, che il dio mi costringe a fare da ostetrico, ma mi vietò di generare. Io sono dunque, in me, tutt’altro che sapiente [… ] Ed è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensí proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d’averli aiutati a generare, questo sí, il merito spetta al dio e a me”²

In realtà la maieutica viene nominata una sola volta, nel Teeteto di Platone. Teeteto, si trova ‘gravido’, ha le doglie, perché gli è giunta voce di un quesito che Socrate poneva riguardo al problema della conoscenza. Afflitto da questo problema, si trova nello stato di dolorosa aporia, una condizione per il quale non si riesce a risolvere un dilemma e ma ne percepisce il tormento. Interviene allora Socrate, che liberandolo dal dolore delle doglie attraverso delle riflessioni, fa partorire a Teeteto una credenza, che fa lo stare in ‘pace filosofica‘, espressione di Wittgenstein. Questa verità partorita non è assoluta, definitiva, può a sua volta essere messa in discussione, ma permette di liberarsi dal cruccio dell’aporia. Proprio così fa anche Dylan, che libera coloro che lo ingaggiano ad investigare dalla persecuzione di mostri e creature, che in realtà rispecchiano le paure umane più antiche: la morte, la solitudine, l’annullamento. Paradossalmente però, anche in Dylan non c’è una conclusione vera e propria. La fine di ogni episodio è una non fine, magari il mostro risorge, lo spirito ritorna a vagare nella zona del crepuscolo. Si connette tutto circolarmente, torna il tema della limitatezza, dell’impossibilità di dare una risposta definitiva. Ma questo lo sanno benissimo sia Socrate che Dylan. Ma questa condizione è una vera condanna? Se Dylan smettesse di costruire il galeone, forse non perderebbe di senso il mondo?

 

1 Dylan Dog, Nr. 1, L’alba dei morti viventi

2 Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 276-279

 

 

 

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