Tocilizumab, il nuovo farmaco utilizzato contro il coronavirus. Perché un farmaco per l’artrite funziona?

Tocilizumab è un farmaco utilizzato per l’artrite utilizzato negli ultimi giorni da alcuni ospedali partenopei per la polmonite da coronavirus.

Proviamo a capire perché un farmaco utilizzato nei pazienti con artrite può essere utile per evitare le terapie intensive provocate dal COVID-19. È in corso l’approvazione del protocollo da parte dell’AIFA utilizzato dall’istituto Pascale di Napoli per condividerlo anche con le strutture americane e di altri paesi.

Connessione Italia-Cina

La corsa verso un punto di svolta contro il corona virus non si ferma e fortunatamente il lavoro è spesso ripagato. La collaborazione tra l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “Pascale” di Napoli e l’Azienda Ospedaliera dei Colli ha utilizzato un farmaco per l’artrite per contrastare la polmonite interstiziale causata dal COVID-19. La collaborazione è in realtà estesa fino in Cina, con la quale l’associazione era in contatto per raccogliere dati sulla sperimentazione di questo farmaco. Il farmaco di cui parliamo si chiama tocilizumab ed è in realtà off-label, non ci sono cioè studi clinici precedenti su pazienti affetti da coronavirus che ne possano assicurare l’assenza di effetti collaterali o efficacia. La somministrazione in più pazienti al Pascale di Napoli ha dato però risultati positivi, attenuando la polmonite acuta provocata dal virus. Il farmaco sarà distribuito gratuitamente agli ospedali che ne faranno richiesta per contrastare i casi più gravi, inoltre il protocollo utilizzato è in fase di approvazione da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) per estendere la condivisione del protocollo anche a paesi esteri. Il tocilizumab è un farmaco immunosoppressore utilizzato nel trattamento dell’artrite reumatoide. Un farmaco immunosoppressore inibisce la risposta immunitaria dell’organismo contro un antigene non-self, ovvero esterno. Questi farmaci si utilizzano ad esempio in seguito ad un trapianto, per evitare il rigetto dell’organi trapiantato e quindi per evitare che il corpo in cui viene immesso lo riconosca come estraneo producendo una risposta dannosa per l’organismo. La domanda sorge spontanea, perché utilizzare un farmaco che inibisce la risposta immunitaria se questa è la nostra principale difesa contro il virus? Sembra un controsenso, ma fra poco sarà tutto più chiaro.

Il virus provoca un’infiammazione

Il nostro sistema immunitario fa uso di mediatori, cioè proteine che passano da una cellula all’altra per indurre specifiche risposte. Dei mediatori fanno parte le citochine, prodotti proteici che agiscono su cellule bersaglio inducendo specifiche reazioni. Tra le tante citochine oggi parleremo dell’interluchina-6, conosciuta anche sotto il nome di interferone beta, una citochina sia pro-infiammatoria che anti-infiammatoria. L’interluchina-6 induce una forte risposta infiammatoria utile a combattere un determinato patogeno. L’IL-6 è prodotta ad esempio dai macrofagi (cellule di difesa aspecifica), tra le prime linee di difesa contro un patogeno, quando infatti entrano in contatto con esso “avvisano” l’organismo della minaccia tramite il rilascio di citochine come l’IL-6 la quale avrà degli effetti necessari a rafforzare la risposta difensiva. Tra questi effetti troviamo il potenziamento dei macrofagi stessi per combattere la minaccia, l’attivazione dei Linfociti B (difesa specifica) necessari per la produzione di anticorpi specifici per il patogeno, sono anche quelle che permettono di ricordare in futuro lo stesso patogeno in modo da effettuare una risposta più efficace e veloce, troviamo poi dei meccanismi per la produzione dell’ infiammazione. L’infiammazione prevede arrossamento (Rubor) dovuto alla vasodilatazione, importante poiché rallenta il flusso sanguigno permettendo ad altre cellule del nostro sistema di difesa di aderire meglio al tessuto infettato, calore (Calor) dovuto all’aumento del flusso sanguigno e al catabolismo attivo nel sito infiammato, gonfiore (Tumor) dovuto all’aumento della permeabilità dell’endotelio vascolare per lasciar passare le cellule dell’immunità, dolore (Dolor) dovuto alla componente edematosa che comprime i nervi sottostanti e al rilascio di sostanza nocicettive capaci di stimolare i recettori del dolore (nocicettori) e infine la Functio lesa che dipende dall’entità dell’infiammazione, essa può compromettere o meno la funzione di quell’organo. Oltre ad agire nel sito dell’infezione le citochine come l’IL-6 hanno anche un effetto a distanza, agiscono infatti sull’ipotalamo che regola la temperatura del corpo inducendone l’aumento e causando quindi febbre, agiscono nei muscoli, mobilizzando proteine ed energia per favorire l’aumento della temperatura corporea, agiscono poi sul fegato attivando le proteine di fase acuta e alcune opsonine che rafforzano la risposta infiammatoria. La proteina C reattiva è una opsonina facente parte della risposta acuta che lega la fosforilcolina, espressa su cellule morte o morenti, ma anche sulla superficie esterna di diverse specie batteriche, permettendo l’attivazione del complemento, un sistema che a sua volta potenzia l’infiammazione.

Perché funziona

Il tocilizumab blocca il recettore per l’interluchina-6, evitando in parte i processi di cui abbiamo parlato. Tutto questo ci fa comprendere come mai è necessario inibire questa parte di difesa che prevede l’infiammazione per evitare casi acuti di polmonite. Il farmaco non si propone come debellatore del virus ma come importante agente per evitarne le sue conseguenze, come una forte infiammazione che porta ad una polmonite grave, rischiosa per la vita, abbassando così il numero dei casi critici. Un metodo preso in considerazione per combattere più direttamente il virus è l’utilizzo del Redmesivir, un farmaco antivirale della classe degli analoghi dei nucleotidi, ovvero farmaci che impediscono la replicazione dei virus bloccando la trascrizione dell’RNA virale in DNA provirale. Questo farmaco è utilizzato già per altre malattie infettive come l’Ebola e la SARS, quest’ultima causata dai coronavirus. È stato utilizzato anche contro il nuovo COVID-19, ad esempio in America un paziente di Washington ha avuto effetti positivi da questo trattamento, ma anche una coppia di cittadini cinesi è guarita allo Spallanzani di Roma con questo trattamento. Sono ancora in corso studi e sperimentazioni per comprovarne l’efficacia.

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: