Duplice attentato a Tunisi: l’ideologia del martirio nel pensiero sciita

A Tunisi si sono verificati due attentati di carattere suicida: da dove viene la tendenza, sempre più frequente, a farsi martiri all’interno del pensiero islamico? 

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Giovedì 27 giugno si sono verificati a Tunisi due attentati kamikaze rispettivamente davanti all’ambasciata francese e presso la caserma di El Gorjani.

La struttura degli attacchi

Obiettivo degli attacchi, verificatisi in rapida successione, sono state le prime forze dell’ordine appostate a guardia degli edifici: il primo attentato ha causato la morte di un poliziotto e quattro feriti, tra cui tre passanti e un altro agente; il secondo attentatore, pochi minuti dopo il primo attacco, ha invece tentato di entrare nel centro antiterrorismo situato nella caserma di El Gorjani, ma, fermato e accompagnato fuori dalle guardie, si è fatto esplodere sul retro dell’edificio causando il ferimento di quattro agenti.

Il primo martire nel mondo sciita

Entrambi gli attacchi sono stati di natura kamikaze, riportando dunque tra i morti anche gli attentatori stessi; tristemente ormai questa pratica è conosciuta da tutto il mondo, in particolar modo dopo l’attentato simbolo di tale tendenza, ovvero quello contro le torri Gemelle dell’11 settembre 2001.
Coloro che commettono tali attacchi si considerano degli eroi per l’Islam e dei veri e propri martiri: ma questa ideologia del martirio che origini ha?

Essa nasce all’interno del pensiero islamico, in particolar modo nel mondo sciita, attorno alla metà del 600.
Cercando una data di nascita di questa idea, per quanto difficile che sia, sarà utile individuare il primo, o se non altro il più canonico martire in Hussein, secondo figlio di Ali.
Serve innanzitutto spiegare il contesto in cui il mondo sciita si trovava ai tempi: Ali, quarto califfo e primo imam, era finito all’interno di una guerra civile a causa dell’omicidio del suo predecessore, che era rimasto senza colpevoli.

Per questo l’emiro di Damasco, Muawiya, aveva mosso le sue forze contro il califfo, uscendo alla fine vincitore e prendendo il potere di tutta la penisola arabica assieme a parte dell’Impero bizantino.
Così il secondogenito di Ali crebbe sotto la dinastia omayyadi, creata da Muawiya, e sviluppò un’idea di ribellione e rinascita della propria famiglia.
Ricevendo appoggio dagli abitanti di Kufa, Hussein iniziò un viaggio assieme alla famiglia e pochi soldati verso la città dell’attuale Iraq; essendo però avvisato di tale emigrazione l’imperatore omayyade decise di inviare un’armata per bloccare il figlio di Ali.

Trovandosi davanti a un vero e proprio esercito, gli abitanti di Kufa si tirarono fuori dalla promessa di aiuto fatta ad Hussein, lasciandolo così da solo.
L’imperatore mandò quindi un ultimatum e, vedendolo rifiutato, ordinò alle truppe di attaccare sterminando la piccola guarnigione di Hussein assieme a lui steso e la sua famiglia: tale avvenimento, ricordato col nome di Battaglia del Kerbala del 680 d.C., prendendo il nome dal deserto in cui è avvenuta, dà dunque inizio alla tradizione e all’ideologia del martirio nel pensiero sciita.

Sayyid Qutb, fotografato nel corso del processo che lo condannerà a morte

La Fratellanza Musulmana

Facendo un salto di oltre 1300 anni, arriviamo all’espressione più concreta e pratica di tale ideologia all’interno del movimento della Fratellanza Musulmana in Egitto.
Il vero e proprio fondatore di tale corrente è Hassan Al banna, tuttavia è in Sayyid Qutb che essa trova un carattere più marcatamente metodologico: egli infatti ha portato all’interno del movimento cinque principi e precetti che i “Fratelli” avrebbero dovuto seguire.
Tra essi spicca appunto quello riguardante il martirio, che viene definito come “nostro desiderio”: tale elemento è così marcato che molti critici trovano nella fratellanza musulmana il modello che ha dato il via all’idea, ormai consolidata e diventata norma tra i gruppi terroristici, dell’attentato suicida.
La Fratellanza ha avuto la possibilità di istituzionalizzarsi nel 2012, durante le primavere arabe, ma il passaggio da movimento a partito politico è fallito a causa della forzata islamizzazione totale dell’Egitto.

Tuttavia è chiaro come parte dell’ideologia sia diventata di carattere universale e come anche chi sta fuori dal mondo sciita e dal movimento della Fratellanza utilizzi tali precetti come base fondante delle proprie azioni terroristiche, come i fatti di giovedì dimostrano e tristemente ricordano.

Il martirio è infatti spesso utilizzato come base fondante di molti movimenti terroristici che inculcano nella mente dei loro seguaci la necessità di una “morte nobile”, che sia utile alla causa musulmana e che gli garantisca una vita felice nell’aldilà: si fa presa dunque sulla debolezza e sulla fede delle persone trovando una fazione per cui combattere e un nemico da sconfiggere.

Davide Zanettin

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