Disturbo post-traumatico da stress e sindrome del sopravvissuto: la guerra uccide anche i superstiti

A pagare le spese di ogni guerra sono sempre i civili e chi sopravvive è costretto a fare i conti con l’orrore.

Tra le cause del Disturbo post-traumatico da stress c’è la guerra. Sembra assurdo doverne parlare nel 2022 ma è così. Quello che sta succedendo in Ucraina è un crimine contro l’umanità che sta avendo e continuerà ad avere ripercussioni pesanti sui civili. Quali sono le conseguenze sulla salute mentale?

Disturbo post-traumatico da stress e Sindrome del sopravvissuto

Il Disturbo post-traumatico da stress è una patologia che si manifesta in seguito a un evento fortemente traumatico, catastrofico o violento, vissuto direttamente o indirettamente. Questi eventi possono essere di diverso tipo: calamità naturali, incidenti, guerre, attentati, aggressioni e abusi fisici, psicologici e/o sessuali.
I sintomi legati al DPTS possono essere: ricordi ricorrenti e involontari, sogni spiacevoli i cui contenuti sono collegati all’evento traumatico e flashback, in cui la persona rivive a livello emotivo e cognitivo l’evento. Inoltre, sono molto frequenti: l’evitamento di ogni stimolo associato all’accadimento, marcate alterazioni della reattività, irritabilità, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme e problemi di concentrazione.
La Sindrome del sopravvissuto, invece, è strattamente legata al DPTS ma si verifica quando, ai sintomi sopracitati, si aggiunge un particolare senso di colpa: quello per essere sopravvissuti.

Le testimonianze dei sopravvissuti di Mariupol

Il 2 Maggio centocinquantasei persone, sopravvissute per due mesi ai bombardamenti russi contro l’acciaieria Azovstal di Mariupol, sono state portate in salvo nell’Ucraina non occupata. Sono i testimoni diretti dell’operazione militare più brutale ordinata da Putin. Le vittime stimate sono ventimila civili ucraini. Alcuni dei superstiti hanno lasciato le prime testimonianze di quello che hanno vissuto.
Nadia, una ragazza di diciotto anni rimasta in un bunker per due mesi, racconta di aver visto morire una donna durante i bombardamenti. Slavic, invece, ha dieci anni e se provi a dargli un pacchetto di M&M’s, ti ringrazia e dice di averne già uno, anche se non è vero. Perché per due mesi ha imparato a risparmiare il cibo per condividerlo con gli altri. Oksana oggi è libera ma suo marito è un soldato ed è rimasto a combattere dentro l’Azovstal. Ogni giorno è in ansia e spera, perché non può fare altro.

La guerra uccide anche chi sopravvive

La guerra miete vittime, in tutte le accezioni che il termine “vittima” può avere. Dopo la guerra del Vietnam, 60 mila reduci si sono tolti la vita. Sessantamila suicidi da aggiungere al numero di deceduti in battaglia (50 mila).
Chi sviluppa la Sindrome del sopravvissuto si ritrova a dover sopravvivere a un’ulteriore battaglia: quella col senso di colpa. I motivi sono principalmente due: sentirsi in una condizione di privilegio rispetto a coloro che hanno perso la vita e rimproverarsi di non aver fatto abbastanza per salvarli. Questa condizione e, in generale, il DPTS possono portare la persona ad isolarsi e non vi è nulla di più pericoloso per chi ha subito traumi del genere. Il supporto da parte dei cari, delle Associazioni e del Sistema Sanitario competente è fondamentale per affrontare queste tipologie di disagio psicologico perché spesso sono pervasive e durature. Parlarne, raccontare quello che si è vissuto, è un altro fattore fondamentale. In questo, i sopravvissuti di Mariupol sono un esempio: dar voce al dolore è il primo passo per neutralizzarlo e per accettare un pacchetto di M&M’s senza doversi sentire più in colpa.

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