Vassalli, valvassori, valvassini, servi della gleba e giornali.

Le proteste che in questi giorni interessano diverse regioni del Mezzogiorno impongono qualche considerazione sullo stato dei rapporti fra cittadini e potere politico. Le difficoltà denunciate dagli autotrasportatori e dalle altre categorie sociali e lavorative coinvolte nelle proteste hanno ragioni economiche precise e dichiarate, riconducibili all’aumento dei costi di esercizio e alla progressiva riduzione dei margini di guadagno. La vicenda, tuttavia, solleva questioni che investono direttamente il funzionamento della democrazia, a cominciare dalle condizioni materiali nelle quali i cittadini possono esercitare il diritto di manifestare il proprio dissenso. Un diritto che l’ordinamento riconosce a tutti, senza che tutti dispongano, però, degli stessi mezzi per sostenerne le conseguenze.
«Io, se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti»
Le proteste meridionali sollevano, anzitutto, un problema d’informazione: il ritardo con cui una mobilitazione già estesa a diverse regioni del Mezzogiorno ha conquistato un’attenzione adeguata nell’informazione nazionale è stato più che imbarazzante. Mentre i presìdi si moltiplicavano e le categorie coinvolte denunciavano l’impossibilità di sostenere i costi delle proprie attività, erano quasi esclusivamente le testate locali a documentare quotidianamente quanto accadeva. Il silenzio, quando riguarda avvenimenti di evidente interesse pubblico, costituisce già una scelta editoriale, anche in assenza di un’esplicita volontà di occultamento (soprattutto se a nascondere la verità è il servizio pubblico nazionale). Né basta che una notizia venga infine pubblicata per cancellare il significato del ritardo: il tempo dell’informazione concorre a stabilire quando un problema diventa degno di attenzione collettiva e quando, di conseguenza, le istituzioni sono chiamate a risponderne. A questo si aggiunge l’elevato numero di fake news divulgate sulla fine della manifestazione, proclamata di giorno in giorno, di ora in ora, tramite la diffusione delle notizie di presunti accordi del governo con sindacati e lavoraroti.
Resta da comprendere perché una protesta che interessava il lavoro, i trasporti e l’approvvigionamento di interi territori abbia faticato a imporsi nel dibattito nazionale, e quale parte abbia avuto, in questa gerarchia dell’attenzione, la consueta marginalità delle questioni meridionali.
Del resto, l’omissione possiede una sua efficacia particolare: ciò di cui non si parla fatica a entrare nella coscienza pubblica e, in mancanza di un’informazione adeguata, anche le responsabilità politiche finiscono per sottrarsi al giudizio dei cittadini. Come non pensare Ministero della Verità di 1984, incaricato di correggere incessantemente il passato per adeguarlo alle necessità del Partito? Orwell aveva immaginato un apparato nel quale il controllo dell’informazione consentiva al potere di stabilire quali fatti dovessero sopravvivere nella memoria collettiva e quali, invece, essere cancellati. La distanza fra quella costruzione totalitaria e le democrazie contemporanee è evidente; meno rassicurante è constatare quanto la conoscenza dei fatti continui a dipendere dalle scelte di chi ne organizza la diffusione. Per giudicare l’operato delle istituzioni, i cittadini devono poter conoscere le ragioni della protesta, la consistenza dei finanziamenti annunciati e la natura delle misure adottate nei confronti dei manifestanti.
Quest’ultimo aspetto merita, stando ai fatti delle ultime 24 ore, particolare attenzione, poiché ancora più grave è la questione delle sanzioni comminate ai manifestanti. L’intervento delle autorità, attraverso identificazioni, denunce e provvedimenti amministrativi, introduce nella vicenda un elemento di coercizione il cui significato politico non può essere misurato soltanto sulla base delle disposizioni applicate. Quando cittadini già economicamente vulnerabili scendono in strada per denunciare l’insostenibilità delle proprie condizioni di lavoro, la prospettiva di una multa aggiunge alla precarietà che li ha spinti a protestare il rischio di un ulteriore impoverimento. L’effetto intimidatorio che ne può derivare è evidente: chi dispone di risorse limitate sarà indotto a considerare, prima ancora delle ragioni della propria protesta, il prezzo che potrebbe essere costretto a pagare per avervi partecipato. Si profila così una questione che investe direttamente la sostanza della libertà politica. Il diritto di manifestare rimane formalmente riconosciuto, mentre il suo esercizio diventa tanto più rischioso quanto più precaria è la condizione economica di chi intende avvalersene. Il potere sanzionatorio dello Stato, quando incide su una simile disuguaglianza, può tradursi in uno strumento di dissuasione del dissenso, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate da coloro che lo esercitano.
Un nuovo feudalesimo
L’aumento del costo della vita, la precarietà del lavoro e la crescente concentrazione della ricchezza hanno contribuito a rendere l’indipendenza materiale una condizione sempre meno accessibile. Chi deve destinare gran parte del proprio reddito alle spese indispensabili, o dipende dalla continuità quotidiana della propria attività per far fronte ai debiti, dispone di margini di autonomia assai ristretti. La minaccia di una sanzione agisce precisamente su questa vulnerabilità, poiché il suo effetto dissuasivo cresce in proporzione alla difficoltà di sostenerne il costo. Ne deriva un paradosso politico preoccupante: coloro che avrebbero maggiori ragioni di contestare le condizioni economiche esistenti sono spesso anche quelli che possono permettersi meno di farlo.
In quale sistema economico la sopravvivenza di chi lavorava dipendeva dalla volontà di chi possedeva la terra e poteva esigere prestazioni, imporre tributi, subordinare la concessione delle risorse necessarie alla vita all’obbedienza? La risposta conduce al feudalesimo, o più precisamente a quel complesso di rapporti signorili che per secoli regolò la vita di una parte considerevole delle popolazioni rurali europee. Il contadino coltivava una terra sulla quale altri esercitavano diritti e dalla quale traeva il necessario per vivere, sopportando obblighi che ne limitavano l’autonomia. La dipendenza economica si accompagnava così a una subordinazione personale e giuridica, benché le condizioni dei contadini variassero profondamente secondo i territori e le epoche. Sarebbe storicamente improprio sostenere che quel sistema sia sopravvissuto immutato fino ai nostri giorni; eppure, la categoria del neofeudalesimo permette di interrogarci sulla sua ricomparsa, entro ordinamenti fondati, almeno apparentemente, sull’uguaglianza giuridica di rapporti economici capaci di condizionare l’indipendenza degli individui.
Oggi il potere di disporre dei mezzi necessari alla sussistenza si esercita attraverso la proprietà, il credito, il controllo dei mercati e la distribuzione della ricchezza. Chi vive del proprio lavoro, senza riserve sufficienti ad affrontare un’interruzione momentanea del proprio reddito, può essere formalmente libero di rifiutare determinate condizioni, ma difficilmente dispone delle risorse per sottrarsi alle conseguenze del rifiuto; pertanto, la dipendenza materiale può restringere l’esercizio della libertà anche quando nessuna norma nega al cittadino il diritto di dissentire. Se la prospettiva di perdere il necessario per vivere basta a scoraggiare una protesta, occorre domandarsi quale autonomia rimanga a chi è costretto a misurare ogni atto di dissenso sulla possibilità di sopravvivere economicamente alle sue conseguenze.
Di fronte a queste nuove forme di subordinazione, recuperare la lezione dell’umanesimo politico significa anzitutto restituire alla libertà il suo significato civile, riconoscendo nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica una condizione essenziale del buon governo. Gli umanisti conoscevano bene i pericoli di un potere sottratto al controllo della comunità e la fragilità di una convivenza nella quale l’interesse del privato prevalesse sul bene comune. La loro riflessione sulla tirannide, pur appartenendo a un mondo assai diverso dal nostro, conserva una lezione che le democrazie contemporanee farebbero bene a non dimenticare: la dignità del cittadino richiede la possibilità di giudicare chi lo governa. Se persino il dissenso diventa un lusso che soltanto alcuni possono permettersi, della libertà rimane il nome, mentre la sua sostanza torna a dipendere dalla volontà e dagli interessi di chi detiene il potere. Resta da augurarsi che, come al tramonto del mondo feudale si affermò una nuova concezione dell’uomo e della sua dignità, anche a questo neofeudalesimo possa seguire un nuovo umanesimo, capace di restituire alla libertà quella consistenza civile e politica che la sola proclamazione dei diritti non basta a garantirle.