Disabilità: perchè continuiamo a deumanizzare i soggetti portatori di handicap

Nel 2019, nonostante svariate campagne di sensibilizzazione rispetto all’argomento, reputiamo i disabili come “individui meno umani” rispetto alle persone “normali”. A farne le spese è anche l’istruzione.

Nonostante l’affermazione che “siamo tutti esseri umani, simili tra noi”, quotidianamente ci confrontiamo con una realtá ben diversa. Conoscere meglio il fenomeno della deumanizzazione è fondamentale per poter aiutare concretamente i soggetti disabili.

Disabilità nella storia

Sin dai tempi antichi, come per esempio in Grecia, il “disabile” o “diversamente abile” è sempre stato visto dalle persone “normali” con disprezzo: individui nati con malformazioni dovute a complicanze al parto, malattie genetiche o endemiche e disabilità acquisita (incidenti che hanno portato alla disabilità), erano quasi sempre considerati “di seconda scelta”. La motivazione prevalentemente pratica che dovrebbe, almeno in teoria, darci una spiegazione logica rispetto al “perché” di questo fenomeno, viene dal fatto che costoro era spesso inabili, del tutto o parzialmente, al lavoro fisico, tipologia di lavoro questa che era essenziale, soprattutto nei tempi antichi, per poter garantire la sopravvivenza, propria ed altrui (pensiamo per esempio al lavoro nei campi, all’allevamento, alla caccia etc.). I soggetti disabili erano quindi “eliminati” (sovente attraverso pratiche barbare e disumane come quella praticata presso la “Rupe Capitolina”, a Roma), così che non gravassero sulla propria famiglia.

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Psicologia: la deumanizzazione

Come mai allora, nonostante millenni di evoluzione, tutt’oggi fatichiamo a considerare i disabili come “uguali a noi”? La spiegazione ci giunge dalla letteratura psicologica, attraverso il tema della deumanizzazione. Largamente affrontato negli anni, questo argomento si scinde in implicito ed esplicito: quando deumanizziamo, lo possiamo fare consapevolmente, ne è un esempio il fenomeno del razzismo, o implicitamente, giudicando quindi una persona come poco umana, pur cercando di non far trasparire questo giudizio. A volte, come descritto da Leyens e colleghi nel 2017, avviene qualcosa di più subdolo: ci limitiamo ad infraumanizzare, cioè giudichiamo un soggetto “meno umano” di noi, operando quindi un confronto e paragonandoci direttamente ad altri. In senso pratico, per comprendere la pervasività di questo fenomeno, basti pensare al fatto che, quando ci rivolgiamo ad un soggetto affetto da disabilità, lo indichiamo come “il disabile” e non “la persona disabile”: già nell’utilizzo di un semplice termine, vediamo quindi come tutti noi siamo predisposti alla deumanizzazione ed alla infraumanizzazione

Sostegno ai disabili: il caso degli insegnanti

Ai giorni nostri la situazione è, fortunatamente, parzialmente diversa. Oggi sono state attivate numerosissime iniziative di supporto ai disabili che, almeno in teoria, si prefiggono di tentare di semplificare e migliorare la vita quotidiana di soggetti svantaggiati: pensiamo per esempio agli insegnanti di sostegno, affiancati durante il periodo scolastico ai bambini disabili. La loro utilità, al fine di rendere l’apprendimento di questi bambini più agevole, è estremamente alta. Dispiace quindi quando, dati alla mano, su 14500 assunzioni previste per il 2019, solo 2500 sono state effettivamente registrate. Il dato si fa ancora più allarmante, se consideriamo che si pone come ostacolo al pieno soddisfacimento dei bisogni di bambini e ragazzi e che, ancora peggio, sicuramente è un atteggiamento che non aiuta questi soggetti ad essere agevolati ed essere ritenuti “umani quanto tutti gli altri”.

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