K-pop e Freud: come per la psicoanalisi non si tratterebbe solo di musica

Il K-pop, letteralmente korean pop, ha iniziato la sua ascesa mondiale da qualche anno raggiungendo solo nell’ultimo periodo numeri da capogiro. Si tratta davvero solo di musica o ci sono dei meccanismi psicologici dietro le quinte che vengono ben sfruttati?

Gli EXO in una delle immagini promozionali per uno dei loro album (SM Entertainment)

Non è un mistero che il K-pop, da un po’ di tempo, abbia iniziato a dominare il panorama della musica internazionale. Chi non ricorda PSY e il fenomeno di Gangnam Style che nel 2012 aveva monopolizzato le radio? Ebbene, dopo sette anni le cose si sono evolute: oggi sono davvero poche le persone che non hanno almeno una canzone K-pop nella loro playlist di Spotify o che comunque non ne abbiano mai sentita una. Anche se da noi è presente in maniera dominante solo da qualche anno, la grande diffusione della cultura pop coreana inizia alla fine degli anni novanta, portando alla creazione di un neologismo ben preciso: ‘Hallyu Wave’ che letteralmente significa ‘Onda dalla Corea’. La ‘Hallyu Wave’ non fa riferimento solo all’ambito musicale, ma è un termine-ombrello per intendere tutto ciò che riguarda il mondo coreano: dai k-dramas, alla skincare routine. Ma come è possibile che in così poco tempo si sia arrivati ad un fenomeno di tale portata? Sebbene sia passato quasi un secolo dalla morte del padre della psicoanalisi, sembra che ancora una volta i suoi insegnamenti risultino più attuali che mai.

Ma che cos’è davvero il K-pop?

Al di là dell’aspetto musicale, il K-pop oggi rappresenta una vera e propria sub-cultura di ragazzi e ragazze adolescenti e non, con delle proprie regole e anche un proprio linguaggio. Alcuni esempi: l’artista in sé viene chiamato ‘idol’, il membro preferito di un gruppo prende il nome di ‘bias’, e ogni volta che esce un nuovo album si parla di ‘comeback’. I concerti non sono semplici serate in cui si va ad ascoltare il proprio cantante preferito, ma delle vere e proprie esperienze a 360° dove vengono urlati i ‘fanchant’ creati dalle agenzie e dove si muovono a ritmo delle luci particolari, i ‘lightstick’. Insomma, per entrare in questo mondo c’è bisogno di un vero e proprio corso di formazione, altrimenti è davvero facile restare fuori dal giro. Tuttavia, si potrebbe dire che è proprio questa componente fortemente identificatoria che spinge molte persone ad avvicinarsi a questo universo. Certamente non sono da trascurare i ritmi trascinanti delle canzoni, le coreografie teatrali e i video musicali curati nei minimi dettagli, ma se guardiamo un po’ più attentamente sembra proprio che sia il far parte di un determinato gruppo ad esercitare fascino. Essere inseriti in una cerchia di persone con interessi ben precisi e soprattutto elementi che consentono di creare distinzione rispetto agli altri genera un forte senso di appartenenza che, se vogliamo tener conto della piramide dei bisogni di Maslow, si trova al terzo posto nella scala dei bisogni umani. Le agenzie coreane mirano proprio alla creazione di una dinamica in-group/out-group bias: infatti, creando un nome preciso per il fandom, merchandising dedicato, e addirittura un colore preciso non si fa altro che creare una linea di demarcazione tra il proprio fandom e l’esterno. Se vogliamo scomodare anche Gustave Le Bon,  possiamo tranquillamente dire che progressivamente le persone sono portate ad identificarsi così tanto con il loro fandom che finiscono per diventare un tutt’uno con esso. Ciò è strettamente collegato con il fatto che alla fine del periodo di training dell’artista, si giunge alla creazione dell’‘idol’: un prodotto commerciale nel vero senso della parola costruito e curato nei minimi dettagli al fine di attirare la maggior quantità di fan. Gli idol vengono rappresentati come perfetti, senza macchia, in modo che, come dice stesso la parola, possano essere idolatrati per davvero. Quanto più questo aspetto viene esagerato, tanto più il fandom sarà disposto ad acquistare qualsiasi cosa riguardi loro. Potremmo quasi dire che il capitalismo abbia raggiunto l’apice con il K-pop.

 

I BTS al completo (www.elitedaily.com)

Come Freud analizzerebbe il K-pop

Se Freud fosse ancora vivo ai giorni nostri, probabilmente avrebbe già scritto una serie di saggi per analizzare il fenomeno. Tuttavia, anche se ciò non è possibile, l’eco del K-pop riporta alla mente un saggio scritto dallo stesso Freud all’inizio del secolo scorso: ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io’. Per quanto possa sembrare assurdo collegare un saggio di psicoanalisi applicata ad un fenomeno come il pop coreano, in realtà quanto contenutovi all’interno getta una luce su alcuni aspetti che possono sembrare inspiegabili. La rappresentazione perfetta dell’idol porta all’istituzione di un vero e proprio culto della personalità, di modo che il pubblico sviluppi una vera e propria idolatria nei loro confronti. Si può dire che l’artista in questo caso sia oggetto di una idealizzazione, venendo sovrainvestito da una quantità di affetto tale da sfuggire alla funzione di critica della nostra coscienza. Infatti, l’obiettivo è creare l’illusione che i fan conoscano davvero l’artista in maniera intima da sempre, in modo da portare alla creazione di un legame affettivo estremamente forte e in certi casi morboso. Se questa illusione dovesse cadere, l’affetto che i fan provano nei confronti di quel determinato idol si sgretolerebbe. Nel proprio saggio, Freud mostra come tali meccanismi siano propri delle formazioni collettive. Una massa, per definirsi tale, presenta due elementi fondamentali: la figura da idolatrare e le altre persone che compongono la folla, portando rispettivamente alla formazione di legami estremamente forti. Il catalizzatore di anime, che nel caso del K-pop è proprio l’idol, diventa l’elemento posseduto in comune dalla massa e, in ragione di ciò, si creano dei legami identificatori tra le persone che la compongono. Quindi appare chiaro come l’intento delle agenzie di intrattenimento coreane sia proprio quello di creare elementi carismatici in grado di esercitare qualità magnetiche sui fan tali da renderli pendenti dalle proprie labbra. Se ciò appare assurdo o eccessivo, basterà pensare al fatto che una sub-unit degli EXO, punta di diamante della Corea del Sud, nel 2018 ha registrato uno spot per la nota marca di aiuto Hyundai. Il risultato? Le auto sono andate esaurite nel giro di poco. Pazzesco, decisamente; ma ciò non fa altro che confermare che i meccanismi psicologici presenti nel mondo del pop coreano siano distanti anni luce da quelli presenti nel pop occidentale. Nessun fan di Lady GaGa acquisterebbe un’auto solo perché la propria beniamina compare nello spot.

La funzione del supporto proiettivo nelle fanwar

E quindi, chi si trova all’esterno del fandom che fine fa? Molto semplice: funge da capro espiatorio o, come lo chiama il buon Freud, supporto proiettivo. La presenza dell’estraneo è sempre considerata come una minaccia per noi, come se la sua semplice presenza volesse significare una tacita critica alla nostra persona. La stessa cosa accade nel K-pop: proprio perché l’industria dell’intrattenimento mira alla creazione di un fandom super devoto, chi osa muovere una critica al proprio gruppo preferito si trova sommerso da una rabbia che farebbe invidia anche a Hulk. E’ proprio questo meccanismo che si trova alla base delle fanwar. È qui che si trova il compimento dell’idealizzazione: se il proprio fandom è intoccabile è solo perché l’idol che rappresenta è perfetto in ogni suo aspetto. È facilmente intuibile che ciò a cui si mira non è soltanto la creazione di un pubblico mirato a cui vendere un prodotto, ma proprio la creazione di un esercito devoto al proprio idol e, di conseguenza, pronto a fare qualsiasi cosa. Terrificante? No, affascinante.

 

I BigBang, una dei gruppi più iconici del K-pop (www.kpopcharts.net)

È davvero tutto da demonizzare?

Sebbene quanto detto non getti una buona luce sul fenomeno del K-pop, c’è da dire che non è completamente da demonizzare. È sicuramente qualcosa di molto distante dal mondo occidentale, con delle dinamiche inconsce molto forti e difficili da interpretare. Tuttavia, nulla ci vieta di dare una possibilità a ciò che non conosciamo; magari ne potremmo restare affascinati, magari invece tutto ci apparirà artefatto e costruito a tavolino. Ma alla fine, se la musica ci attira, tutto questo conta davvero?

 

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.