“Una morte pietosa lo strappò alla follia”. Così si conclude la canzone di De Andrè Il matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio). La follia è un tema che da sempre affascina gli artisti e i letterati, e non solo per il famoso binomio genialità-follia. La follia infatti non è stata solo soggetto dell’arte, molto frequentemente ne è diventata oggetto. Capirla e rappresentarla ha costituito una sfida per molti, i quali hanno cercato poi di darle una profondità, un significato che sfuggisse alla banalità degli stereotipi. C’è sicuramente qualcosa di straniante nel vedere rappresentata la follia, l’uomo ne è istintivamente attratto e respinto. Anche se forse sarebbe un’indagine di dominio psicologico, l’arte ha contribuito a osservarla, mettendo in scena la follia con prospettive affascinanti e alternative, in grado di far riflettere. Inoltre quando un tema fuori dalle righe come la follia incontra due pensatori altrettanto fuori dalle righe come Palazzeschi e De Andrè, il risultato non può che essere di alto livello.

De Andrè e la rivincita dell’antieroe

Nel 1971, De Andrè pubblica l’album Non al denaro, non all’amore né al cielo, ispirato all’Antologia di Spoon River di Masters. L’album presenta nove canzoni, nove ritratti ispirati ad alcune delle poesie della raccolta. La scelta si orienta in base a due grandi temi: la scienza e l’invidia. In questo secondo insieme rientra la canzone presa in esame. Ispirata all’epitaffio di Frank Drummer, De Andrè la compone muovendosi su un duplice filo: quello dell’ignoranza della massa e quello del dramma dell’incomunicabilità. Infatti il matto di De Andrè comincia la canzone con questi versi: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa.

Ancora oggi la diversità a cui il gregge risponde con diffidenza e derisione è un tema attualissimo, basti pensare a quanti politici fanno oggi della lotta alla diversità il loro punto di forza (e, cosa ancora più grave, a quanta gente li segue). Il matto, il diverso appunto, diventa l’agnello sacrificale che consapevolizza il gregge di essere un gruppo: il gregge è gruppo perché c’è qualcuno che non ne fa parte. La condanna della diversità è una ferita che non smette mai di sanguinare, infatti “neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”. Mentre di notte il gregge riposa serenamente, al diverso rimane la ferita infertagli dall’insensibilità delle persone. Nessuna gentilezza arriverà per il matto di De Andrè, che conclude così la canzone: “Le mie ossa regalano ancora alla vita, le regalano ancora erba fiorita. Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina; di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia ‘Una morte pietosa lo strappò alla pazzia’”. La finta comprensione con cui si chiude il brano è una poco velata accusa all’ipocrisia delle persone. In opposizione a questa perpetua crudeltà, dalle ossa del matto ormai morto nascono fiori, cioè continua a nascere una bellezza che il gregge non saprà mai vedere, coltivare né tantomeno proteggere. La follia assume quindi in De Andrè connotati positivi, il suo matto è un antieroe perché è tanto speciale quanto incompreso, ma la sua vittoria è la bellezza che crea anche quando viene messo in condizione di non poterne vedere. Al matto di De Andrè viene tolto tutto, tranne la sua poesia.

Palazzeschi e il re matto

Nel 1911 esce la prima edizione di un romanzo di Palazzeschi intitolato Il codice di Perelà, la storia di un uomo di fumo che scende dal camino in cui ha sempre vissuto e passa un periodo con gli uomini, prima di ascendere al cielo diventando nuvola. Nel suo passaggio, gli viene assegnato dal Re il compito di redigere un nuovo codice legislativo e, per assolvere a questo compito, Perelà inizia a visitare i luoghi più significativi del regno. Tra questi, è particolarmente interessante il manicomio. A Villa Rosa infatti incontra il principe Zarlino, un uomo molto ricco che avrebbe potuto diventare re e che invece preferì ritirarsi in manicomio pur non essendo pazzo. Questo pazzo volontario dipinge la follia come libertà e teorizza il valore del dare forma alle proprie visioni. Zarlino è un saltimbanco che ha scelto consapevolmente di sostituire con le leggi dell’arte e del teatro le norme sociali. La sua messa in scena di follia disturba lo spettatore che vi assiste e, in questo violare le norme sociali, c’è la sua libertà, ma anche la sua lotta ironica e divertita a un mondo finto e costruito. “Tutti quelli che s’introducono fra noi li vediamo passare con uno sguardo afflitto e riboccante di fraterna pietà, povera gente, fanno davvero compassione, e alla fine della visita li sentiamo con la massima importanza, frutto di tanta poderatezza, dire qualche grossa coglioneria. […] Compiangendo questi cervelli che ritengono senz’altro malati, useranno delle parole che rivelano senza equivoco l’irreparabile miseria che ne hanno loro. Vivano pure tranquilli; essi non impazziranno mai. Per diventare pazzi, Signor Perelà, occorre una cosa soltanto: un grande, poderoso, fantastico cervello, mentre essi ne hanno tanto quanto una pulce,[…]”. Palazzeschi evidenzia due concetti: l’ipocrisia delle persone e il valore della follia. Paradossalmente, solo una persona lucida può essere folle, per le altre c’è la banalità e la limitatezza. La figura di Zarlino è una voce lucida che pizzica sul vivo l’ipocrisia della società, e ribalta la struttura della realtà stessa, attribuendo senso alla vita del manicomio, e smascherando la nullità di quella fuori da lì. Distrugge le norme sociali e svela l’insensatezza della realtà, di cui i pazzi sono consapevoli poiché dotati di un ‘poderoso cervello’. Potremmo dire che ribalta il concetto di sanità e follia. Zarlino è un uomo così lucido da cogliere la follia nella ‘normalità’ della massa e la verità nella diversità dei ‘folli’. “Datemi ascolto Signor Perelà, venite anche voi in questo luogo maraviglioso, date retta a me, è il solo dove si possa vivere. […] Per un uomo straordinario non c’è altra vita possibile, venite ora che siete in tempo.”

Attraverso le parole di due grandi poeti è possibile quindi leggere la follia con occhi diversi, riconoscerne il valore, e al contempo rendersi conto che forse la vera follia è nella società, che non riconosce la ricchezza della diversità, e non nella lucida consapevolezza di chi guarda al mondo con occhio diverso.

Viviana Vighetti

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