Destini infelici e amori negati: la morte di Clorinda e la rinascita della donna cannone

Sentimenti spesso conflittuali, contraddittori, irrisolti, specialmente nelle grandi storie d’amore che si inseriscono nel racconto eroico della prima crociata o in una canzone di De Gregori.

amori negati

In queste storie l’amore è un sentimento impossibile, anzitutto perché unisce persone appartenenti a due schieramenti opposti, è quindi per i cavalieri cristiani devianza, oblio di sé, ma anche perché sovverte regole a cui si è soggiogati. E’ un amore conflittuale, doloroso perché in genere non ricambiato, oppure non espresso, oppure ingannevole, spesso implicato in paradossali o tragiche storie di travestimento, mancato riconoscimento, equivoco. Gli amanti sono di norma divisi. Nella più grande di queste storie, è solo la morte che in un certo senso li unisce.

Amore ed epos: l’infelice destino di Tancredi e Clorinda

Questa è la storia di un amore che non viene accettato, di un amore che negato fino a diventare guerra, fino a diventare morte. È la storia di Tancredi e Clorinda, raccontata nel Cinquecento dai versi appassionati di Torquato Tasso, nella sua Gerusalemme Liberata, ambientata durante la Prima Crociata, nel 1096. Tancredi d’Altavilla, discendente di Roberto il Guiscardo, è in Terrasanta al seguito di Goffredo di Buglione. È un cavaliere valoroso, bello, cortese, pieno di forza e di coraggio. Il suo cuore, però, è lacerato da un amore segreto. Non sa niente, nemmeno il suo nome, l’ha incontrata per caso in un’oasi sperduta nel deserto, ma Tancredi non pensa che a lei, giorno e notte. Clorinda, principessa etiope in fuga, scampata all’impossibile, allattata da una tigre, educata dall’eunuco Arsete all’arco e alla spada, si vanta di non conoscere la paura, è ammirata e temuta, le sue imprese sono arrivate perfino all’orecchio del sultano Aladino. Tancredi non sa che anche lei lo ha visto, nella stessa occasione: lo sconosciuto le fa paura, forse per la prima volta in vita sua, e non lo accetta, l’uomo le fa rabbia e spera di non rivederlo mai più. Tuttavia, la guerriera organizza una sortita contro i Franchi, durante la quale un cavaliere si getta alla carica contro di lei: il suo volto è coperto dall’elmo, Clorinda non sa chi sia, eppure ammira la sua forza e il suo coraggio. Con un colpo di lancia, l’elmo le cade dalla testa, svela il suo volto e le sue fattezze di donna. E’ Tancredi ad averla colpita e, per quanto la donna lo provochi, impietrito, si rifiuta di continuare a combattere. Clorinda non riesce a capacitarsi di quel che è accaduto, la rabbia contro il cavaliere sconosciuto cresce, al punto che si convince di odiarlo. Decide quindi di entrare di soppiatto nell’accampamento cristiano, una notte, insieme al fedele compagno d’armi Argante. Sgusciano all’interno della torre di legno con cui i Franchi vogliono assaltare le mura, la cospargono di bitume e pece e le danno fuoco. Quando Tancredi e gli altri cavalieri si svegliano di soprassalto, è troppo tardi: la torre ha già preso fuoco e nella sortita resta ucciso un suo carissimo amico, Arimone. I due Saraceni battono in ritirata, ma le porte della città si aprono e si richiudono troppo in fretta: Clorinda resta fuori, viene raggiunta da Tancredi. Il duello tra i due è di una violenza inaudita, dall’una e dall’altra parte, Clorinda ha la peggio, ma non molla, rifiuta con disprezzo perfino la possibilità offertale da Tancredi di rivelare la propria identità. L’asprezza del combattimento si fa da parte quando la spada del suo avversario la colpisce in pieno petto.

amori negati
Tancredi e Clorinda nelle arti figurative, XVII secolo

Ferita, indifesa, morente, Clorinda lascia spazio alla donna che lei stessa ha annientato e che avrebbe potuto essere se avesse accolto il sentimento di chi, in un modo o nell’altro, l’ha resa comunque tale. E’ lei stessa che chiede a Tancredi di perdonarla e di battezzarla. È il suo ultimo desiderio. Tancredi acconsente, si toglie l’elmo, lo riempie in una pozza d’acqua e scopre il volto del suo avversario. Si ritrova con gli occhi negli occhi della donna che ama, e che egli stesso ha ucciso: il dolore gli incatena le mani e la lingua, solo le parole di Clorinda gli danno la forza per versarle l’acqua sui capelli e pronunciare la formula battesimale: Clorinda può amare, può tenere gli occhi fissi in quelli di Tancredi che la culla tra le braccia, tra le quali esala il suo ultimo respiro.

Uno smisurato desiderio di amore: La donna cannone

Più di una canzone d’amore dall’incedere malinconico, La donna cannone venne pubblicata nel 1983 da Francesco De Gregori, che lesse la storia della fuga di una stella del circo per inseguire il proprio sogno d’amore. La donna cannone tocca corde che non riguardano solo il sentimento, ma punta anche ad altro, a qualcosa di ancora più profondo, alla voglia di normalità e soprattutto di riscatto e libertà: questa donna, piegata, ma non del tutto spezzata, è una delle rappresentazioni femminili più forti, coraggiose e vitali mai raccontate.

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno

Giuro che lo farò

E oltre l’azzurro della tenda

Nell’azzurro io volerò

Quando la donna cannone

D’oro e d’argento diventerà

Senza passare per la stazione

L’ultimo treno prenderà

E in faccia ai maligni a ai superbi

Il mio nome scintillerà

E dalle porte della notte

Il giorno si bloccherà

Un applauso del pubblico pagante

Lo sottolineerà

E dalla bocca del cannone

Una canzone suonerà

E con le mani amore per le mani

Ti prenderò

E senza dire parole

Nel mio cuore ti porterò

E non avrò paura

Se non sarò bella come vuoi tu

Ma voleremo in cielo in carne e ossa

Non torneremo più

E senza fame, senza sete

E senza aria e senza rete

Voleremo via

Così la donna cannone

Quell’enorme mistero volò

Tutta sola verso un cielo nero, nero

S’incamminò

Tutti chiusero gli occhi

Nell’attimo esatto in cui sparì

Altri giurarono e spergiurarono

Che non erano mai stati lì

E con le mani amore

Per le mani ti prenderò

E senza dire parole

Nel mio cuore ti porterò

E non avrò paura

Se non sarò bella come vuoi tu

Ma voleremo in cielo in carne e ossa

Non torneremo più

E senza fame, senza sete

E senza aria e senza rete

Voleremo via

amori negati

Il testo si apre con l’immagine di un cuore che vuole superare le barriere in cui è costretto per raggiungere le stelle, l’ultima possibilità per liberarsi è un viaggio con l’ultimo treno preso senza passare per nessuna stazione, sorvolando i binari della cattiveria e del disprezzo. Un viaggio verso un cielo nero, verso l’ignoto, una direzione incerta, ma lontana da certezze amare e da sofferenze inconfessabili. Il ritornello, dall’apparente lieto fine, in realtà nasconde in sé il mistero di un viaggio senza ritorno. Il binomio amore/morte sembra celarsi prepotente nell’impossibilità del rientro, nelle ali spezzate in volo. Ma non ci sono più timori a frenare l’ascesa e il senso di colpa cede il posto alla sicurezza di un sentimento che finalmente ha il diritto di esistere. Un amore silenzioso, quasi trasparente, che basta a se stesso. Non più barriere e pregiudizi, ma solo due mani e due cuori che si uniscono fino a toccare il cielo, per volare via.

 

Valeria Parisi

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