Tanti immigrati furono sterminati in Argentina, Messico, Ecuador, Uruguay. Il progetto di un collettivo di giovani giornalisti ha lanciato anche una raccolta di fondi. L’unico obiettivo é conoscere la veritá.

Rastrellamenti, stupri e violenze di ogni tipo, bambini strappati alle madri. Ottantamila oppositori politici inghiottiti nei lager. Almeno 30 mila scomparsi dopo torture e sevizie nei Centri clandestini di detenzione
Cosa è successo veramente?
Dal 1964, la data del golpe della giunta militare in Brasile, al 1990, la fine del regime di Augusto Pinochet in Cile, le dittature latinoamericane hanno scritto le pagine più nere e complicate della loro storia. Argentina in primis, ma anche Ecuador, Messico, Uruguay:moltissime zone dell’America Latina, nella quale chi non si piegava al regime veniva sterminato. E molto spesso alle famiglie non rimaneva nemmeno un corpo da seppellire.
Molte di queste sono famiglie italiane, magari tornate a casa dopo decenni di emigrazione: ma nessuna di loro si è arresa nella ricerca della verità, anche se ormai sono passati più di cinquant’anni. Un sentimento di orgoglio ed appartenenza molto forte, che nemmeno il tempo ha potuto attenuare. Il fenomeno dei desaparecidos in America Latina è stato riconosciuto come crimine contro l’umanità dalle Nazioni Unite soltanto negli anni ’90.
Un progetto del Centro di giornalismo permanente sta cercando di capire quanti sono e che fine hanno fatto gli italiani coinvolti.
L’importanza della memoria
La memoria culturale è quel patrimonio collettivo di conoscenze su cui ogni gruppo umano, società o nazione fondano la propria identità. Come avviene per l’identità individuale, la memoria culturale riproduce e mantiene l’identità di un gruppo umano , rievocandone il ricordo non attraverso circuiti fisici di tipo neurale, ma mediante le forme simboliche di linguaggio, arti, miti e riti della sua cultura.
Una memoria, quella culturale, che si nutre e si sostanzia di luoghi, date e oggetti simbolici che decretano l’immanenza di un passato da riconoscere o disconoscere ma a cui non si può far a meno di appartenere.
Uno dei più noti studiosi della memoria culturale è l’egittologo tedesco Jan Assmann che considera il ruolo innegabile che la memoria culturale svolge nel costruire e tramandare attraverso le generazioni l’identità collettiva di un popolo o di una Nazione.
Tutte le componenti di una cultura, dal linguaggio ai miti, ai riti, ai modi di vestire e danzare costituiscono un orizzonte simbolico comune entro il quale ogni individuo si riconosce e trae coscienza della propria appartenenza sociale.
La memoria in filosofia
Henri Bergson, rifacendosi a Hume che concepiva la memoria come il persistere attenuato della percezione iniziale, ritiene che la percezione sia un ritagliare un’immagine parziale della realtà , che poi viene superata da altre percezioni, ovvero ritagli temporanei, della realtà. La memoria è invece l’accumularsi, lo stratificarsi dei ricordi, duraturo e sempre tutt’intero presente , e la cui dimensione temporale non è l’istante, come avviene per le percezioni, ma la “durata reale”, il tempo vissuto. Il rapporto tra la percezione materiale del reale e la memoria, dimensione spirituale della durata , costituiscono quindi un tutt’uno.
Per spiegare il ruolo della memoria nella percezione, introduce il concetto di “ritenzione”, o “ricordo primario”. Grazie alla ritenzione l’esperienza appena passata viene mantenuta nella coscienza accanto all’esperienza “presente” in senso stretto: in questo modo è possibile percepire “oggetti temporali”, cioè oggetti che hanno una durata complessa nel tempo, per esempio una melodia.


