Deprivazione relativa e svantaggio sociale sono all’origine di grandi ostilità: l’insegnamento di Parasite

La storia della famiglia Kim mostra quanto sia facile diventare la vittima del proprio senso di inferiorità e perdere il controllo nel tentativo di affermarsi con l’inganno.

Il film vincitore agli Oscar è un mix di ironia, colpi di scena, arguzia e tragicomicità, ma è anche, e soprattutto, lo specchio di un’amara realtà. La realtà della famiglia Kim è anche la stessa di molte famiglie che vivono in condizioni di povertà quasi totale e che, al confronto con membri più benestanti della società, cercano di colmare la disparità percepita anche con i mezzi più illeciti.

L’invidia, un sentimento universale

Tutti, dal vicino di casa disoccupato alla regina Elisabetta, abbiamo provato almeno una volta nella vita la sensazione sgradevole di sentirci inadeguati, in posizione di svantaggio rispetto a qualcun altro, quasi “inferiori” perché quel qualcuno possiede qualcosa che noi vorremmo avere, che si tratti di bellezza, agiatezza economica, potere o fortuna. Questa frustrazione non porta solamente danni alla propria autostima, ma può anche essere la miccia che innesca situazioni di conflitto, ostilità e violenza. I Kim appartengono alla categoria di persone che in molti definirebbero “sconfitte”: una famiglia che si aggrappa al sussidio di disoccupazione per sopravvivere, costretta alla “vita” in un minuscolo seminterrato nella zona più malfamata della città. Una sera, un amico del figlio Ki-woo gli fa visita per chiedergli di sostituirlo mentre lui sarà all’estero per un anno di studi e di dare lezioni private di inglese alla ragazza di ricca famiglia di cui è innamorato. Per il ragazzo si presenta l’opportunità di guadagnare fingendosi uno studente universitario, riuscendo a penetrare nelle mura di casa dei Park e inaugurando così il climax ascendente del successo per tutti i Kim e, contemporaneamente, il climax discendente della loro onestà, che li porterà ad un epilogo tragico.

Fallimento, la genealogia di un conflitto

Qui si attiva per la prima volta la deprivazione relativa, cioè la sensazione frustrante di sentirsi in qualche modo in condizioni peggiori rispetto a quelle di altre persone, come nel caso, appunto, di Ki-woo, che invidia il suo amico per le esperienze universitarie che farà e per la sua vita agiata. E ovviamente l’invidia fa capolino ancora nel momento esatto in cui entra nella casa dei Park e entra in contatto con il loro mondo apparentemente perfetto di lusso e spensieratezza. La deprivazione deriva quindi da un confronto verso l’alto nella valutazione di noi stessi sulla base del nostro successo in un determinato ambito. Se l’ambito in questione è un indicatore saliente, importante per il Sé e se si esce svantaggiati dal confronto sociale, si può avvertire un senso di fallimento che abbassa l’autostima e l’umore. Evidentemente per i Kim (e in generale per la cultura coreana), il successo economico risulta essere molto importante, per cui tutto questo risentimento nei confronti dei più abbienti e il desiderio di conquistare uno stile di vita più elevato sono il motore della catena di atti disonesti: Ki-woo che tradisce la fiducia del suo amico, il fingere di possedere competenze superiori alle loro, incastrare i dipendenti della famiglia per farli licenziare in modo da far assumere i coniugi Kim al loro posto, occupare la casa della famiglia Park a loro insaputa, tenere in ostaggio l’ex governante e suo marito, fino alle atrocità delle scene finali.

Schadenfreude: mors tua, vita mea

Molte delle scelte deontologiche che i membri della famiglia compiono sono tanto immorali da compromettere la loro scalata al successo. In particolare (spoiler alert!), il colpo di scena finale della pugnalata a David Park da parte del signor Kim è dettato non solo dalla rabbia dell’esser stato trattato con disprezzo e sottovalutato, ma dalla volontà di infliggere sofferenza in una persona che non sembra sapere cosa sia il dolore, di atterrare chi è sempre stato così ingiustamente più fortunato di lui. Questo desiderio di voler ottenere uno svantaggio per l’altro più che un vantaggio per se stesso è chiamato schadenfreude, il piacere derivato dal vedere la sfortuna della persona invidiata. Ma qual è lo scopo di questa continua insoddisfazione, di questa ostilità che porta a danneggiare se stessi e gli altri? Secondo alcuni ci sarebbe un valore adattivo in tutto ciò, quello di spronare e motivare l’individuo a migliorare le proprie condizioni di vita, secondo altri la rabbia deriva dalla frustrazione di non aver ottenuto ciò che si desiderava. Altri ancora credono che l’invidia sia strettamente associata alla vergogna, che si manifesta quando si perde il rispetto per gli altri a causa del proprio comportamento incompetente o inappropriato, per cui penalizzare chi si trova in condizioni di vantaggio porterebbe ameno un temporaneo sollievo.

Insomma, nessuno può scampare alla deprivazione relativa: è un processo mentale automatico e chiunque ne è vittima, che lo voglia oppure no. Basterebbe, però, ragionare su quanto la felicità degli altri potrebbe essere solo apparente e sui problemi che, ad ogni modo, tutti si ritrovano prima o poi ad affrontare nella vita. È inutile arrovellarsi su quanta fortuna abbiano le altre persone e su quanto noi, invece, siamo svantaggiati, perché, tanto, l’erba del giardino dei Park sarà sempre più verde…

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