Cosa ci rende umani? Scopriamolo con John Locke e Marco Mengoni.
Guardare negli occhi la persona di fronte a noi è un’esperienza unica. Ci mette in contatto con un’altra intimità, con un universo altro di cui non eravamo a conoscenza prima. Questo è un atto così speciale perché ci sentiamo, in qualche modo, vicini e distanti allo stesso tempo a colui o colei di cui reggiamo lo sguardo. Divisi dalle nostre storie, siamo accomunati semplicemente dalla nostra umanità, gemellati dall’appartenenza alla stessa specie e allo stesso universo concettuale. Ma cosa intendiamo quando parliamo di umanità? Cos’è un essere umano?
Nati nella stessa condizione
La questione è capire cosa renda umani gli esseri umani, cosa ci sia in loro che li definisca, distinguendoli dagli animali e dagli oggetti che li circondano. Scambiarsi lo sguardo è un’esperienza densa di significato perché ne riconosciamo la specificità e l’importanza. Difatti, osservare un tavolo o lo schermo dal telefono non suscita in noi la stessa esperienza emotiva data dal contatto visivo con i nostri conspecifici.
Si potrebbe rispondere che gli esseri umani sono tali per il loro intelletto o per la loro ragione, che ciò che li distingue profondamente è il fatto che abbiano una vita intellettuale profonda e complessa, ma ciò sarebbe in parte riduttivo. Quando, infatti, supplichiamo qualcuno con “Sii umano!” non intendiamo chiedergli di mettere in moto la propria attività cerebrale.
Vogliamo infatti incitarlo ad essere più propenso all’aiuto, all’empatia, al confronto. L’umanità di qualcuno si definisce, infatti, nel gergo comune, dalla capacità di dialogare con gli altri e di riconoscerli come degni di valore e rispetto. Analizzando un’altra espressione del nostro linguaggio ordinario, quando descriviamo qualcuno come una persona “molto umana“, intendiamo dire che è una persona dall’alta emotività, in grado di dialogare con i propri sentimenti e mettersi in contatto con quelli di chi ha intorno.
Eppure, diverse caratteristiche sono state individuate nella storia come descrittive e distintive dell’essere umano. Basti pensare all’anima, alla mente, allo spirito… Se ci chiediamo quale sia la nostra essenza o cosa renda un umano tale, le risposte possono essere varie e molteplici: dalla semplice appartenenza alla stessa categoria di Homo Sapiens alla nostra capacità di provare sentimenti.

Essere umano e persona
John Locke (1632-1704) ha dato nei suoi Saggi sull’intelletto umano, ha fornito una delle teorie più curiose riguardo al tema. Scrive, infatti:
[…] l’idea nel nostro spirito, di cui il suono «uomo» sulle nostre labbra è un segno, non è altro che l’idea di un animale di una data forma.
Il filosofo e medico inglese, allora, si iscrive alla categoria di coloro secondo cui l’uomo non è altro che un animale, dotato di specifiche caratteristiche biologiche, legate e definite dall’esistenza a una specie precisa.
La ragione di questa riduzione dell’umano alla descrizione fornita dalla scienza ha, però, valore all’interno del sistema lockiano. Infatti, è vero che l’essere umano è solo le sue caratteristiche fisiche, ma esiste nella filosofia di questo pensatore una seconda nozione complementare che ci descriverebbe meglio.
La parola persona assume connotati concettuali più affini a ciò che comunemente etichetteremmo come umano. Una persona si caratterizza per una differenza rispetto all’animale: la sua intelligenza. Scrive Locke che “persona”:
sta, credo, per un essere pensante intelligente, dotato di ragione e di riflessione, che può considerare se stessa come se stessa, cioè la stessa cosa pensante, in diversi tempi e luoghi, il che accade solamente mediante quella coscienza che è inseparabile dal pensare e, a me risulta, essenziale ad esso, giacché è impossibile che qualcuno percepisca senza percepire che percepisce.
La coscienza si aggiunge alla pura capacità intellettuale ed evidenzia la consapevolezza che la persona ha di sé e del proprio ambiente.
Per giustificare la propria teoria, Locke racconta quello che è diventato l’aneddoto del pappagallo razionale. Immaginiamo un pappagallo dotato di ragione e intelligenza. Per quanto possiamo sforzarci di riconoscerlo come umano, ciò ci sarà impossibile, per il semplice fatto che gli esseri umani sono connotati da una fisionomia totalmente differente. Eppure, potremmo ammettere l’esistenza di altri animali definibili come persone per via delle loro abilità intellettuali e, quindi, arrivare a definire questo pappagallo una persona, sebbene non un essere umano.

Il coraggio di essere umani
Eppure, l’umanità non può essere ridotta all’appartenenza a una categoria dettata e razionalizzata dalla scienza. Questo è controintuitivo e davvero ridicolo se si considera che la maggior parte di noi prova gioia nel pensare di essere umano, senza tenere minimamente in considerazione a quale grado dell’evoluzione si piazza la nostra specie. Essere umani significa provare emozioni, commuoversi, farsi forza della propria empatia.
Questo è ciò che la maggior parte di noi loda a sé e ai propri simili. Marco Mengoni, nella sua canzone Esseri umani, ci ricorda che gli umani sono speciali perché provano amore, quell’amore puro che vince su tutto. Essi si costruiscono come tali perché quando guardano negli occhi l’altro non possono fare a meno di rivedere un po’ di sé stessi e della propria sensibilità.
Eppure, gli esseri umani, talvolta dimenticano del potere dell’altruismo e della solidarietà e si abbandonano a sé stessi. In un’epoca in cui i telegiornali parlano solo di guerre è di primaria importanza far vincere l’umanità, al grido di:
Prendi la mano e rialzatiTu puoi fidarti di meIo sono uno qualunqueUno dei tanti, uguale a te.
Gli esseri umani sono assolutamente diversi e straordinariamente simili, resi identici da quella fragilità menzionata anche dal cantante, che rende loro impossibile non farsi spalla l’uno per le insidie dell’altro.
Eppure, Mengoni canta pure:
Credo negli esseri umani che hanno coraggioCoraggio di essere umani.
Perché essere umani è una sfida. È infinitamente complesso far valere la propria umanità in un universo di menefreghismo e indifferenza, in una costellazione di drammi in cui ogni uomo viene ridotto a un uno racchiuso in sé stesso.
Davanti al desolato scenario di persone sole e disperse di cui è popolata la Terra, bisognerebbe qualche volta ricordare l’importanza del farsi due, del non lasciare soli i propri consimili. Perché essere umani vuole dire soprattutto fare parte di una comunità di individui degni di rispetto tanto quanto noi. Perché la nostra umanità ci è chiara solo quando siamo occhi negli occhi.
In fin dei conti, siamo umani solo se riusciamo a specchiarci ancora nell’altro.
