Donna non si nasce, lo si diventa. E lo si diventa nel modo in cui una donna decide di farlo e in funzione della donna stessa che decide di diventare e di essere. L’immagine della donna è il risultato di una cultura, di una costruzione sociale. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società, è l’insieme della storia e della civiltà ad elaborare il prodotto di una convenzione prevalentemente, appunto, sociale. La concezione della natura femminile è il frutto di costrutti antropologici, che si basano su motivazioni biologiche, oggettive: il maschio e la femmina sono distinti anatomicamente, e con il concetto di genere si è impostata la società, dando all’uomo e alla donna determinati ruoli prestabiliti. Per tale motivo, la donna è stata vittima di preconcetti e critiche convinzioni sulla propria capacità intellettuale e fisica, questo è un dato indubbio.

Simone de Beauvoir e Natalia Ginzburg

Ogni volta che pensiamo alle lotte delle donne e ai dibattiti per una conquista di un loro posto nel mondo, non possiamo non fare il nome di Simone de Beauvoir, una donna che, sebbene al fianco di un uomo del livello e fama di Jean-Paul Sartre, ha saputo tenere forte e salda la sua mente e il suo pensiero, oltrepassando le barriere di sesso e genere, creandosi un proprio posto nel mondo e divenendo manifesto del femminismo contemporaneo che la consacra come la filosofa più influente del XX secolo. Di fatti, refrattaria fin da adolescente all’accettazione passiva di un’educazione improntata ad un moralismo incalzante e serrato, Simone de Beauvoir, non rispettando i costumi borghesi per cui l’unico destino di una donna era quello di sposarsi, si iscrisse alla Sorbona, alla facoltà di filosofia. Una filosofa, quindi, una pensatrice, un’insegnante, un volto deciso e irremovibile nelle sue espressioni, una donna che ha saputo fare storia. Una figura capace di lasciare impronte profonde sul sentiero che percorre, orme di orientamento per i seguaci e per i sostenitori che vogliono imparare e apprendere, almeno in parte, da un carisma che ha contrassegnato una lotta convinta nel raggiungimento di un obiettivo comune. Simone ha voluto superare quella visione paternalistica di una donna vittima e debole, facendone, al contrario, un soggetto libero, autonomo e agente nel sociale. Feconda di nuove e brillanti ideologie, con la sua sete irriverente di indipendenza da tutto ciò che poteva costituire un’imposizione, ha sempre rivolto critiche feroci al ruolo della donna nella società, risultato di una costruzione culturale fatta in base a concezioni aberranti sulle sue capacità intellettive e fisiche, e di una minore importanza a livello politico, storico e legislativo. La donna, nella convenzione sociale che Simone riesce con successo a scardinare, deve accettare di essere fattrice e non fautrice. Tuttavia, essendo borghese di nascita, Simone amava conciliare la mondanità di questo mondo da lei tanto amato con la necessità di figurare come donna forte ed influente, necessità che non va a sposarsi necessariamente con l’idea di dover assumere atteggiamenti ed attributi estetici mascolini: la ricordiamo infatti anche per il modo in cui vestiva, sempre elegantissima con il suo immancabile foulard annodato in testa o i suoi cappelli, impeccabilmente raccolti. Un gesto da non sottovalutare quello di Simone, fermamente convinta della parità tra generi, ma anche fortemente fiera della propria femminilità, che non ha mai cercato di occultare. Una femminista avanti nei tempi, portatrice di ideali paritari, sostenitrice di un ideale di donna indipendente e libera di essere tale nel modo in cui più preferisce, fedele amica e compagna dell’uomo, al cui fianco decide di camminare. Fautrice di un femminismo moderato, sensato, ma, proprio per questo, di forte impatto ideologico. L’insopprimibile e spietato anelito alla libertà, la sublime eresia come unica religione a cui poter essere devota, il rovesciamento sacrilego delle certezze che, incontrastate, avevano dominato la scena negli ultimi secoli, la spudoratezza blasfema di sovvertire i canoni indiscussi e inconfutabili della borghesia, l’impudente e folle pretesa di affermare la propria femminilità, ribaltando le regole di un conservatorismo ormai decaduto, qualità e meriti straordinari della personalità poliedrica e inesauribile di Simone de Beauvoir.

donne ed emancipazione
Simone de Beauvoir nel suo appartamento a Parigi

E’ tuttavia necessario far riferimento ad un’altra personalità di spicco per le donne contemporanee, Natalia Ginzburg, scrittrice e politica italiana, attiva sulla questione femminile in Italia durante gli anni Settanta. In quel periodo, il dibattito verteva sui concetti di liberazione e di emancipazione. Mentre il concetto di emancipazione riguardava la sfera pubblica e implicava la parità legale tra i sessi attraverso una serie di riforme specifiche, il concetto di liberazione esprimeva il desiderio di una trasformazione radicale della società, una trasformazione che portasse sostanziali cambiamenti anche nella sfera privata e che mettesse in discussione il ruolo tradizionale della donna all’interno della famiglia. Quest’ultima posizione implicava un conflitto tra uomini e donne che Natalia si rifiutava di assumere dal punto di vista ideologico, esprime una tensione forte tra il desiderio, da un lato, di andare oltre la prospettiva di genere, e il riconoscimento, dall’altro, della necessità storica dell’uso di uno sguardo sessuato sul mondo. In altre parole, Natalia sembra cogliere il pensiero della differenza tra uomo e donna, pensiero che del resto aveva spesso rappresentato nelle sue opere, proprio come conseguenza della sua volontà di raccontare ciò che del mondo vedeva. Tuttavia, l’attenzione verso il mondo delle donne si manifesta sempre, nei suoi scritti così come nel suo operato politico e sociale: eletta deputata indipendente tra le fila del PCI nel 1983, è in prima linea nella lotta per il riconoscimento della dignità della donna, soprattutto sostenendo fortemente la creazione di una legge capace di trasformare la violenza sulle donne da reato contro la morale a reato contro la persona. Alle donne dedica il celebre Discorso sulle donne, databile attorno al 1990: apparentemente identificabile come una critica, il discorso, invece, si traduce in un invito a tutte le donne a credere in se stesse e a comportarsi come esseri liberi, unico modo per tenersi lontane dal pozzo di tristezza che altro non è se non una metafora di un sentimento di insicurezza e incertezza che le donne continuano a provare verso se stesse a causa della reiterazione, nella storia, di messaggi che le presentano come esseri parziali.

donne ed emancipazione
Natalia Ginzburg

L’altro giorno m’è capitato fra le mani un articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’ male. Era piuttosto stupido: intanto era tutto in ghingheri, belle frasi ben studiate e girate bene; adesso non voglio più scrivere così. E poi dicevo con calore e convinzione delle cose ovvie: del resto succedeva un po’ a tutti, subito dopo la liberazione, di scaldarsi molto a dire delle cose ovvie: era anche giusto in un certo senso, perché in vent’anni di fascismo uno aveva perduto il senso dei valori più elementari, e bisognava ricominciare da capo, ricominciare a chiamare le cose col loro nome, e scrivere pur di scrivere, per vedere se eravamo ancora delle persone vive. Quel mio articolo parlava delle donne in genere, e diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che mi indiceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai. Due donne infatti si capiscono molto bene quando si mettono a parlare del pozzo oscuro in cui cadono e possono scambiarsi molte impressioni sui pozzi e sull’assoluta incapacità di comunicare con gli altri e di combinare qualcosa di serio che si sente allora e sugli annaspamenti per tornare a galla. Ho conosciuto moltissime donne. Ho conosciuto donne con dei bambini e donne senza bambini, mi piacciono di più le donne con dei bambini perché so subito di cosa parlare, fino a quanti mesi l’hai allattato e dopo cosa gli hai dato e adesso cosa gli dai. Due donne insieme possono parlare all’infinito su questo tema. Ho conosciuto delle donne che potevano prendere il treno e partire lasciando i propri bambini per qualche tempo senza sentire una terribile angoscia e il senso di fare una cosa contro natura, vivere quietamente per molti giorni lontano dai bambini e non provare quella paura viscerale e inconsulta che sia successo loro qualcosa di male, come invece capita a me ogni volta; e non è che quelle donne non volessero bene ai loro bambini, gli volevano bene quanto io voglio bene ai miei ma semplicemente erano più in gamba. Ho incontrato donne tranquille ma poche, la maggior parte sono come me e non riescono a vincere quella paura viscerale e straziante e quel senso di fare una cosa contro natura ogni volta che si coricano in un letto d’una città straniera molti e molti chilometri lontano dai bambini. Ho cercato d’essere più in gamba che potevo in questo, ho cercato di dominarmi meglio che potevo e ogni volta che son salita in treno senza i bambini mi son detta: «Questa volta non avrò paura», ma la paura è nata sempre in me e quello che non ho ancora capito è se mi passerà quando i miei bambini saranno uomini, spero bene che mi passerà. E non posso pensare tranquillamente a girare i paesi come vorrei, a dire il vero ci penso sempre ma so bene che non mi è possibile farlo. Così ci sono delle donne canguri e delle donne non canguri, ma le donne canguri sono molte di più. Io dunque ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto. Ho conosciuto donne che si trovano molto brutte e donne che si trovano molto belle, donne che riescono a girare i paesi e donne che non ci riescono, donne che hanno mal di testa ogni tanto e donne che non hanno mai mal di testa, donne che si lavano il collo e donne che non se lo lavano, donne che hanno tanti bei fazzolettini bianchi di lino e donne che non hanno mai fazzoletti o se li hanno li perdono, donne che portano il cappello e donne che non lo portano, donne che hanno paura d’essere troppo grasse e donne che hanno paura d’essere troppo magre, donne che zappano tutto il giorno in un campo e donne che spezzano la legna sul ginocchio e accendono il fuoco e fanno la polenta e cullano il bambino e lo allattano e donne che s’annoiano a morte e frequentano corsi di storia delle religioni e donne che s’annoiano a morte e portano il cane a passeggio e donne che s’annoiano a morte e tormentano chi hanno sottomano, il marito o il figlio o la cameriera, e donne che escono al mattino con le mani viola dal freddo e una sciarpettina intorno al collo e donne che escono al mattino muovendo il sedere e specchiandosi nelle vetrine e donne che hanno perso l’impiego e si siedono a mangiare un panino su una panchina del giardino della stazione e donne che sono state piantate da un uomo e si siedono su una panchina del giardino della stazione e s’incipriano un po’ la faccia. Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che dànno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse. Le donne fanno dei figli e quando hanno il primo bambino, comincia in loro una nuova specie di tristezza che è fatta di fatica e di paura e c’è sempre anche nelle donne più sane e tranquille. È la paura che il bambino s’ammali o è la paura di non avere denaro abbastanza per comperare tutto quello che serve al bambino o è la paura d’avere il latte troppo grasso o di avere il latte troppo liquido, è il senso di non poter più tanto girare i paesi se prima si faceva o è il senso di non potersi più occupare di politica o è il senso di non poter più scrivere o di non poter più dipingere come prima o di non poter più fare delle ascensioni in montagna come prima per via del bambino, è il senso di non poter disporre della propria vita, è l’affanno di doversi difendere dalla malattia e dalla morte perché la salute e la vita di una donna è necessaria al suo bambino. E ci sono donne che non hanno figli e questa è una grande disgrazia, è la peggiore disgrazia che possa avere una donna perché a un certo punto diventa deserto e noia e sazietà di tutte quelle cose che si facevano prima con ardimento, scrivere e dipingere e politica e sport e diventa tutto cenere nelle mani e una donna consapevolmente o inconsapevolmente si vergogna di non avere fatto dei figli e comincia a girare i paesi ma anche girare i paesi è un po’ difficile per una donna, perché ha freddo o perché le fanno male le scarpe o perché le si smagliano le calze o perché la gente si stupisce a vedere una donna che gira i paesi e ficca il naso di qua e di là. E tutto questo ancora si può superare ma c’è poi la malinconia e cenere nelle mani e invidia a vedere le finestre illuminate delle case nelle città straniere; e magari per un periodo abbastanza lungo riescono a vincere la malinconia e passeggiano al sole con un passo fermo e fanno all’amore con gli uomini e guadagnano del denaro e si sentono forti e intelligenti e belle né troppo grasse né troppo magre e si comprano dei cappelli strani con nodi di velluto e leggono dei libri e ne scrivono, ma poi a un certo punto ricascano nel pozzo con paura e vergogna e disgusto di sé e non riescono più a scrivere libri e neppure a leggerne, non riescono a interessarsi a niente che non sia il loro personale guaio che tante volte non sanno spiegarsi bene e gli dànno dei nomi diversi, naso brutto bocca brutta gambe brutte noia cenere figli non figli. E poi le donne cominciano a invecchiare e si cercano i capelli bianchi per strapparli e si guardano le piccole rughe sotto gli occhi, e cominciano a dover mettere dei grandi busti con due stecche sulla pancia e due sul sedere e si sentono strizzate e soffocate lì dentro, e ogni mattina e ogni sera osservano come il loro viso e il loro corpo si trasformi a poco a poco in qualcosa di nuovo e di penoso che presto non servirà più a niente, non servirà più a far l’amore né a girare i paesi né a fare dello sport e sarà qualcosa che invece loro stesse dovranno servire con acqua calda e massaggi e creme oppure lasciarlo devastare e avvizzire alla pioggia e al sole e dimenticare il tempo che era bello e giovane. Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.

Daenerys e Cersei, regine a confronto

Daenerys della casa Targaryen, nata dalla tempesta, prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, khaleesi del Grande Mare d’Erba, la Non-bruciata”, Madre dei Draghi, regina di Meereen, Distruttrice di catene. Daenerys è senza ombra di dubbio uno dei personaggi più amati della saga de Il Trono di Spade, probabilmente il più iconico, i cui titoli sono la prova concreta del potere che ha acquisito, un potere che in molti hanno provato a negarle. Quando incontriamo Daenerys, è una ragazzina spaurita, che parla poco e sempre col timore di far arrabbiare il fratello maggiore Viserys. E’ proprio lui, con l’aiuto di un potente magistro di Pentos, Illyrio Mopatis, ad organizzare il matrimonio tra Daenerys e khal Drogo, comandante di una tribù di dothraki, guerrieri nomadi spietati e violenti. Sorprendentemente, tra i dothraki, lontana dalla civiltà che le aveva insegnato la sottomissione, Daenerys scopre pian piano se stessa. Inizia a farsi coraggio, a imporsi, a chiedere quello che vuole, a ribellarsi e Drogo, accanto a lei, è un uomo forte che, in quanto tale, non desidera una moglie mansueta, ma una compagna sua pari, degna di lui. Da ragazzina spaventata e in fuga, Daenerys diventa khaleesi. Ci appare così come si mostra al suo esercito e ai suoi nuovi sudditi: una figura messianica, quasi divina. La Madre dei Draghi scende a compromessi, commette errori, agisce d’impulso, si indurisce: resta, tuttavia, una persona buona, ma perde la sua innocenza, il suo calore umano, parte della sua infinita compassione. Ha patito per tutta la sua gioventù, ha rifiutato di arrendersi, regalandoci la storia di una ragazza che ha dovuto scoprire la propria forza perché costretta a farlo. Daenerys ha vissuto in fuga e in esilio, è stata maltrattata, sfruttata, picchiata, venduta. Tutto ha cercato di annichilirla, ma lei ha resistito.

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Daenerys Targaryen

Contrapposta, per certi versi, è la figura di Cersei Lannister: figlia di Tywin e di Joanna Lannister, Cersei viene al mondo insieme a suo fratello Jaime, cresce negli agi concessi dal nome e dalla ricchezza dei Lannister, protetta tra le mura impenetrabili di Castel Granito. Il suo spirito è combattivo e ribelle, fisicamente somiglia così tanto al fratello che il loro stesso padre fatica a distinguerli. Abituata a considerarsi in tutto e per tutto identica a Jaime, Cersei è costretta ad apprendere molto presto la dura realtà: in virtù dei loro sessi, lui è destinato alla gloria dei campi di battaglia e a ereditare Castel Granito, lei a sposarsi lontana da casa e ad avere i figli di un uomo che non ha scelto. Questa divisione dei ruoli per lei è una condanna e per tutta la vita vivrà un doloroso conflitto con la sua identità femminile, che da una parte sarà disposta a sfruttare per i suoi fini, ma che dall’altra sentirà sempre come un fardello. È manipolativa, spietata, ossessionata dal potere, si crede più astuta di quanto in realtà non sia. Tanto le sue vittorie quanto i suoi fallimenti dipendono in larga parte dalle sue scelte impulsive, dettate dal rancore e dalla smania di dimostrare di essere la degna figlia di suo padre. Perché è questo, in fin dei conti, il punto debole di Cersei, un conflitto insanabile con la figura paterna. Non poter essere il suo successore, non essere presa sul serio da lui. La rabbia, il rancore, la smania di Cersei sono il frutto della sua natura frustrata, dell’impotenza a cui è stata costretta. Cersei, come Daenerys, è il risultato di quello che le è stato fatto, ma mentre Daenerys ha il cuore e il potere per diventare qualcosa di simile ad un’eroina, Cersei deve muoversi nell’ombra e assume i tratti di un’anti-eroina, o persino della cattiva della storia. Anche se così fosse, ottenere il potere senza sporcarsi le mani è impensabile, e non si può dire che Cersei abbia avuto paura di farlo. È sopravvissuta ai complotti, agli attacchi, agli intrighi, è caduta in tranelli e altri li ha tesi, senza fermarsi davanti a niente, finché non ha realizzato l’unico e il solo obbiettivo di sedersi sul trono di spade, questa volta, come unica regina.

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Cersei Lannister

Valeria Parisi

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