De André e Pavese ci invitano ad essere umani dinanzi alla guerra e alla sofferenza

La guerra di Piero: una canzone contro l’insensatezza della guerra e l’amara morte dei soldati

Piero è morto, ha esitato a sparare, è stato ucciso. Ora dorme sepolto in un campo di grano consolato da papaveri rossi. La paura corrode i nervi e trasforma uomini in soldati, il terrore della morte preme il grilletto e regala un’altra croce al camposanto, quante vittime sono cadute ai piedi dell’altare della pace?

Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Erano uomini che hanno corso nel fango, uomini che hanno combattuto la morte per ritrovare nella melma il fiore della vita. Non esiste un perdente o un vincitore, siamo tutti vittime della guerra, tutti morti quando abbiamo premuto il grilletto, quando abbiamo visto gli occhi spenti di un caduto. De André critica fortemente la guerra dove le vite di giovani soldati sono strappate al futuro, regalate alla terra. Piero, il protagonista della canzone, si ribella, varcato il confine quando trova un soldato con la divisa straniera non spara, non vuole vedere altro dolore, non desidera vivere dentro lo sguardo di un uomo che muore. Entrambi portano l’anima sulle spalle, la trascinano. Sono uomini chiamati ad uccidere se stessi per continuare a vivere. Le anime sono corpi morti, la coscienza è un peso opprimente e insopprimibile. L’altro soldato spara a Piero, spara corroso dalla paura con un gesto istintivo, quasi naturale. Esiste un paradiso per le anime dei soldati? Piero muore accanto alla sua ombra con il sapore del peccato in bocca. La presa di coscienza di una fine incombente fa nascere in lui la consapevolezza del male compiuto e di non avere più tempo per chieder perdono. Muore solo, in un campo di grano, come tutti gli altri soldati abbandonati alla terra, senza poter rivedere il volto dell’amata o della famiglia un’ultima volta. Muore solo vicino a mille papaveri rossi, vicino ad altri uomini come lui strappati alla vita, morti senza un volto, senza dire una parola.

Ogni guerra è una guerra civile: il pensiero di Pavese

Pavese nel romanzo La casa in collina fa una riflessione sulla vita e sulla guerra; è impossibile trovare un senso a quest’ultima. Solo per i morti la guerra è finita davvero. Come possiamo riconoscere negli occhi di un caduto un nemico? Dinanzi alla morte la politica e le fazioni perdono consistenza, il caduto non ha bandiera. Al posto del morto potremmo esserci noi. Ogni guerra è una guerra civile, siamo fratelli, uniti nella sofferenza, quando gli uomini combattono tra loro solo il dolore può trionfare. Le ragioni della guerra si sgretolano davanti alla morte. Ogni caduto somiglia a chi resta, sparando uccidiamo la nostra coscienza, le radici della vita, il peccato ci consuma. Siamo uguali a quel corpo esanime, lasciato solo nelle mani della terra, noi con in pugno un fucile e la coscienza macchiata di sangue. Potrà mai nascere dal male la pace? Le anime condannate ad uccidere ed a essere uccise a cosa sono servite? Sono servite solo a far scendere fiumi di lacrime, a riempire i campi di croci bianche? Che senso ha la guerra al di là della politica, al di là delle fazioni?

Scelgo di essere umano

Quanti soldati hanno trovato la morte, quanti la troveranno, quante madri rimarranno senza un figlio, quanti bambini senza un padre? Dal male nasce altro male, dalla consapevolezza del male nasce la pace. Dove finisce la guerra, dove inizia la libertà? Piero ci insegna a seguire, a coltivare la nostra umanità, anche se inondata da mari di sangue, anche se la speranza è morta e la vita sembra lontana. Essere umani è una scelta che separa la vita dalla morte. Secondo voi chi è morto veramente, Piero o chi l’ha ucciso? Siamo cittadini del mondo, la sofferenza e il dolore vanno oltre le etnie e i confini. Esisterà mai la pace? Guardiamo oltre il denaro, oltre le apparenze, siamo tutti uniti nella sofferenza, siamo tutti immersi nel dolore della vita. Elio Vittorini scrive: Non tutto il genere umano è umano, è più umano chi soffre. Oggi più che mai dove i confini sembrano sempre più marcarsi e la libertà morire è necessario sottolineare la nostra umanità,  il nostro essere parte del mondo. Scegliamo dunque di essere umani, oltre la politica, oltre le fazioni, oltre i pregiudizi.

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