Chi era realmente il giullare medievale? Dario Fo svela i suoi segreti a teatro

Con la sua inimitabile arte comunicativa, Dario Fo riportò alla luce la figura del giullare, che l’affascinò a tal punto da essersi voluto definire come tale.

Le rappresentazioni teatrali di Dario Fo, “giullare della cultura italiana”,  furono capaci di stupire il mondo, costituendo un unicum nell’arte del teatro.

La figura del giullare dietro le quinte

Il cinema e la televisione hanno spesso rappresentato il giullare in modo non del tutto conforme a ciò che era realmente nel Medioevo, esagerando alcune sue poche caratteristiche e trascurandone molte altre. Nell’immaginario collettivo, infatti, il giullare ci appare come una figura bassa, secondaria e di poco interesse, buffa, sciocca, dalle vesti variopinte e che abbia il solo scopo di far ridere il signore e la sua corte. Ma non era solo questo. Il giullare era la figura più poliedrica del Medioevo, conosceva giochi di abilità e di prestigio (e da qui il suo etimo: iocus), sapeva danzare, cantare, suonare fino a dieci strumenti differenti, sapeva mettere in atto scene teatrali in cui egli stesso interpretava più personaggi. Ma soprattutto, il giullare era una tra le figure più dotte del tempo: prima dell’avvento dei comuni e della nascita di una cultura laica, infatti, l’istruzione rientrava nel monopolio della Chiesa. I chierici erano gli intellettuali per eccellenza, conoscitori del latino, necessario per il compimento della loro attività spirituale. Ma i laici erano quasi sempre analfabeti. Gli stessi nobili e signori e lo stesso sovrano non sapevano né leggere né scrivere. Il giullare apprendeva invece il suo mestiere a bottega, dal proprio padre, di modo che la loro arte si trasmettesse di generazione in generazione. E il saper scrivere era per loro fondamentale: a corte di grandi, medi e piccoli feudatari la recitazione di testi (spesso di altri autori, come i trovatori, ma talvolta composti dal giullare stesso), ma anche nelle piazze in mezzo al popolo, era motivo di grande intrattenimento. Il giullare costituiva il medium culturale del tempo, una figura di grandissima importanza. Non si identificava nel popolo, ma lo istruiva. Diffondeva notizie, informazioni e conoscenza. Non era dunque una figura bassa, a tal punto che Guglielmo IX stesso, primo trovatore in assoluto, nonché duca d’Aquitania, si considerava giullare.

Il giullare di Dario Fo

Dario Fo, un po’ come il cinema e la televisione, ha ripreso alcuni singoli aspetti caratteristici del giullare, al punto da essersi considerato “giullare della cultura italiana”, e da aver definito le sue opere teatrali delle “giullarate” popolari. Dalla figura dei giullari ha infatti ereditato senza ombra di dubbio il loro ruolo di mediatori culturali e la loro capacità nel suscitare il riso, servendosi dell’ironia. Ma anche e soprattutto una straordinaria e particolarissima abilità nell’accompagnare le proprie parole a dei movimenti con il corpo che ne descrivano il contenuto. Movimenti assolutamente non casuali, finalizzati a risultare buffo e a far ridere, ma premeditati e ben precisi, perfettamente inseriti all’interno dei suoi monologhi. Dario Fo stesso, infatti, affermò in un’intervista: “ho imparato non ha gesticolare, ma a gestire”. E a tutto questo si aggiunga la sua arte del grammelot, uno strumento comunicativo che mescola insieme parole, suoni e onomatopee e privi di senso ma che, accompagnati a gesti e simulazioni, rendono comprensibile il discorso.

Il monologo sulla nascita del giullare

Un memorabile esempio di tutto questo è un suo monologo teatrale tratto dal Mistero buffo intitolato proprio La nascita del giullare (1977), ispiratosi a un testo duecentesco riscoperto nell’800 da un ricercatore siciliano. Il giullare racconta la sua storia affermando di essere “il frutto di un miracolo”. Era in origine un semplice contadino, oppresso dalla fatica, che lavorava costantemente la terra che il feudatario gli aveva assegnato. Ma un giorno, perdendo la strada del ritorno, vide una montagna completamente nera, una montagna lavica, che mai nessuno aveva fatto propria. Così il contadino decise di stabilirsi là, assieme alla moglie e ai figli. Cominciarono a riempirla di terra e a costruirci una torre, scavarono e vi trovarono dell’acqua, creando un vero e proprio paradiso terrestre. Ma presto giunse il padrone di tutta la valle a rivendicare il possesso di quel terreno. Il contadino non cedette alle sue richieste, affermando che quella terra non era di nessuno e che l’aveva fatta sua. Il padrone, così, ritenendosi offeso, prese a violentare la moglie del povero contadino. Quest’evento scosse a tal punto i figli che smisero di mangiare, andando incontro alla morte. La moglie impazzì e scappò su una montagna. Così il contadino, solo, decise di impiccarsi. Ma sopraggiunse Cristo, che lo rimproverò di aver tenuto solo per sé la sua terra, di non aver condiviso quel poco che aveva con gli altri contadini, e soprattutto di non aver raccontato loro la sua storia in modo da guadagnarsi solidarietà e appoggio. Da quel momento il contadino, ispirato da una frenetica esaltazione, cominciò a saltare e a cantare in piazza esponendo la sua storia al popolo, ridendo e scherzando, come se non si potesse più porre un freno alla sua lingua. Ed è a questo punto che Dario Fo, imitando la voce del contadino, dà sfogo a una lingua inesistente, composta da suoni e da gesti, simulando, da capo, tutta la storia del contadino divenuto giullare, pronto a cantare e a danzare di fronte al popolo.

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