Il Superuovo

Dare dignità al sesso: Henry Miller e Lars Von Trier ci mostrano come

Dare dignità al sesso: Henry Miller e Lars Von Trier ci mostrano come

Se la prima cosa che vi viene in mente, pensando a sesso e letteratura, è 50 Sfumature di Grigio, vuol dire che avete bisogno di una bella ripassata.

 

Tratta dalla sigla della serie tv

 

Parlare di sesso non è mai facile. O meglio, parlarne lo è, ma parlarne adeguatamente no. Già solo nel leggere la parola “sesso” molti potrebbero avere i brividi, o sentire le gote arrossarsi per l’imbarazzo. È per questo che Henry Miller in “Tropico del Cancro” e Lars Von Trier in “Nyphomaniac” eliminano completamente ogni traccia di vergogna, unica vera causa di ogni tabù.

 

Henry Miller e lo scandalo

Che in Italia la spessa coltre di pudicizia nella quale siamo immersi rallenti, converta e renda più fruibile per tutti la letteratura estera è un dato di fatto, e “Tropico del cancro” ne è sicuramente uno degli esempi più emblematici. Pubblicato per la prima volta nel 1934, il libro giunge in Italia solo nel 1967, grazie alla Feltrinelli, che ha fatto risultare il libro come stampato in Francia, a Étampes, usando il marchio prestato da un editore svizzero e riportando in terza di copertina l’avvertenza:

«Avvertenza importante. Questa edizione è destinata al mercato estero; l’Editore ne vieta l’importazione e la vendita in Italia»,

mentre in realtà il volume è stato stampato a Varese e venduto sottobanco in Italia. C’è da chiedersi dunque, perché mai questo libro abbia creato così tanti problemi.

 

“Tropico del cancro”, oltre ad essere riconosciuto universalmente come uno dei più bei libri di Henry Miller, è uno dei grandi capolavori della letteratura novecentesca, un romanzo autobiografico insostituibile per la forza e fluidità del suo linguaggio, la potenza del suo immaginario, degli ambienti e dei personaggi. È lo stesso Miller a parlarci di sé in prima persona, a raccontarci dei suoi amici, dei miseri eppure vibranti quartieri che attraversano e vivono di ubriachezza in ubriachezza, di donna in donna, di rissa in rissa, di illuminazione in illuminazione; con una scrittura travolgente e fluviale, che trasfigura ogni evento delle piccole, eccezionali vite che sono le vite di tutti noi, facendole diventare un’epica nuova, l’epica dell’essere umani, che cantiamo tutti ritrovando in noi una sete di libertà che credevamo perduta e proibita.

 

Miller ci parla di donne conosciute in un caffè, donne che ha lasciato in America, donne che ha semplicemente osservato e ammirato, e con le quali ha condiviso notti di passione o solo semplici sguardi. Secondo l’autore, non è il tempo che determina l’incisività di una relazione, ma l’intensità del rapporto sessuale; il tempo è solo il vero cancro, la vera malattia, poiché non tutti ricordano che la vita è mortale.

È notevole la cura che Miller usa nelle descrizioni delle donne del romanzo, come la bella Tania, la futura moglie Mona, ma soprattutto Germanie, una prostituta che al contrario delle colleghe non considera il suo mestiere un lavoro, bensì una vocazione. C’è un qualcosa di religioso e sovrannaturale nel loro incontro, una sorte di rituale che carica il protagonista di Aion e che

“è l’unico modo in cui facesse esperienza di vita.”

Per la prima volta nella storia della letteratura il sesso acquisisce dignità letteraria. Miller è attento, sceglie le parole con cura, senza mai risultare artificioso e senza cadere mai nell’animalesco. Germanie, nella sua femminilità, ne è l’emblema: non si pente di ciò che fa, non prova vergogna per i desideri che nascono in lei, ma- come un qualsiasi altro desiderio- cerca solo di soddisfarlo (guadagnandosi pure da vivere).

 

Un giovane Henry Miller durante il suo soggiorno a Parigi

Lars Von Trier e la filosofia del coito

Una figura simile a quella di Germanie, ma molto più complessa e profonda è quella di Joe, nel capolavoro del regista danese Lars Von Trier, Nymphomaniac.

Sì, si chiama Nyphomaniac, e no, non è un video hot reperibile online. Chi si aspetta “il porno di Lars von Trier” resterà amaramente deluso: il sesso c’è, ma trasfigurato e filtrato attraverso mille sovrapposizioni diverse. La pornografia classicamente intesa non è mai nuda e cruda, ma si lega a metafore artistiche via via più complesse – come nel meraviglioso parallelo con la polifonia di Bach – o, alla peggio, diviene strumento di riso e dolore.

Terzo ed ultimo capitolo della “Trilogia della depressione”, iniziata con Antichrist e terminata proprio con questo lungometraggio di 4 ore diviso in due parti, il film è un mero tentativo in 8 capitoli di rispondere ad interrogativi tanto basilari quanto enigmatici: cosa è il desiderio? Cosa è il sesso? Cosa vuole una donna? (spoiler: non lo sapremo mai).

Von Trier schiaffa le pudenda di uomini e donne sullo schermo, li avvinghia in tutti i modi possibili, e ne fa il  ragionato – ma mai ragionevole – mezzo per parlare di musica, di religione, di filosofia, di matematica, di arte figurativa, di sport. Della cultura in tutte le sue accezioni più alte e più popolari, quella cultura incarnata da Seligman (protagonista maschile del film, interpretato da Stellan Skarsgård), che della vita empiricamente intesa sa ben poco; contrapposto a Joe (protagonista femminile, interpretata da Charlotte Gainsbourg), donna che la sua cultura la porta impressa nei lividi del volto e nelle piaghe del corpo. È proprio nella figura di Joe che ritorna l’istinto della Germaine di Miller: felina, brillante, ironica e divorata dal desiderio.

Joe in una scena del film

 

Una questione d’istinto

I due artisti ci presentano due donne, diverse nello spirito, ma animate dal desiderio comune dell’eros, che non definisce i limiti delle due, ma solo i punti di partenza. Il sesso è un’espediente che permette ad entrambe una via di fuga da una realtà eccessivamente pedante e severa con il più primordiale degli istinti, che ha la stessa dignità della fame e della sete.

Analisti e pazienti assieme nelle loro indagini, Von Trier e Miller, comunicano al mondo una morale importante e mai moralista: il sesso è normale, dovremmo smetterla di scandalizzarci per nulla. La pornografia dozzinale finisce lì dove inizia l’arte, e l’arte vera è quella che insegna come desiderare– che spesso è anche, come dice il filosofo Slavoj Zizek , la più perversa.

 

 

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