La città di Parigi in tutte le sue forme, vista da Prévert, da Zola e da Bertolucci

Parigi è una delle più belle città d’Europa. Culla di scrittori, poeti e artisti, è da sempre considerata una delle più importanti ed emblematiche capitali artistiche del mondo.

La ”ville lumiere” ha ospitato tra le sue vie storie di ogni genere. Storie drammatiche e romantiche, storie di artisti e di uomini comuni. Storie che sono state tradotte in ogni tipo di forma d’arte, dal cinema alla letteratura, dalla musica alla pittura.

Qui si vuol parlare della Parigi vista dalla prospettiva letteraria, usando una poesia di Prévert e le descrizioni della città di Zola, e poi da una prospettiva cinematografica, prendendo spunto dal film di Bertolucci: ”ultimo tango a Parigi”

Parigi di notte, Jacques Prévert

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

il primo per vederti tutto il viso

il secondo per vederti gli occhi

l’ultimo per vedere la tua bocca

e tutto il buio per ricordarmi queste cose

mentre ti stringo fra le braccia.

Questa è una poesia d’amore scritta da Jacques Prévert, poeta francese, che nella sua carriera poetica ha sempre cercato di scrivere poesie che fossero chiare, leggibili, vicino alla realtà, anche in quel suo strano stile surrealista che però si mescola ad un sublime simbolismo tutto francese.

In questa poesia il tempo pare essere scandito dai fiammiferi, che vengono accessi nella notte dal poeta per poter vedere piano piano la sua amata.

Ciò che vediamo sono soltanto dei frammenti, non vediamo tutto. Allora ogni piccolo bagliore dei fiammiferi ci mostra un particolare della donna, un suo frammento. Ciò che conta qui è l’amore, che va al di là del vedersi. Un amore che è ricordo, perché l’oggetto di questo amore, l’amata, quasi non si vede se non per piccoli ed effimeri istanti.

E allora il poeta stringe fra le sue braccia quasi una sconosciuta, che però ama alla follia. Il voler anche per un solo istante poter inebriarsi della visione del proprio amore lo porta ad accendere, a consumare affannosamente i suoi fiammiferi fino ad arrivare ad un silenzio finale. Silenzio dove non c’è più altro da fare se non attaccarsi all’amore e ricordarlo in tutte le sue forme e in tutti i suoi aspetti.

Ma il titolo della poesia non è messo lì a caso, ha un suo senso. Infatti Prévert qui non sta parlando di una donna, o meglio, ne parla, ma come personificazione del suo vero amore: Parigi.

Allora la città diventa questo, un amore nel buio, visibile solo negli istanti in cui si accendono effimere luci. Città che nella notte assume quella sua bellezza, quella sua dolcezza che la rende simile ad una donna amata.

 

Parigi nelle rappresentazioni di Zola

Zola è stato uno dei più grandi romanzieri francesi della storia della letteratura. Famoso per aver creato il genere del Naturalismo francese, è caratterizzato dalla sua crudezza nel rappresentare il mondo per quello che è, nelle sue brutture e nei suoi sprazzi di bellezza. Zola non ha paura di descrivere la società e l’uomo come è davvero. Infatti l’idea alla base del suo genere letterario è fortemente realistica, portata a volte ai suoi estremi. L’uomo che nasce in una determinata condizione sociale per Zola non può aspirare ad una condizione migliore, è condannato a rimanere sempre lo stesso, quasi fosse parte di una catena dalla quale non può staccarsi. Chi nasce nella miseria dunque non può aspirare ad altro che la miseria, chi nasce nel dolore vivrà sempre nel dolore, perchè è quasi un qualcosa di genetico, di inevitabile.

Dietro a questo studio profondo della società c’è sempre un’ambientazione ben precisa: Parigi. Qui l’autore vive, scrive e passeggia per le strade, per le vie e descrive tutto ciò che vede. Infatti la società che Zola analizza è quella multiforme e mutevole che trova nella ”ville lumiere”. Una società che cambia in base al quartiere in cui si trova.

I quartieri malfamati vedranno donne e uomini vivere nella loro perdizione, nella loro povertà e allora avremo la Parigi dell’assommoir, dell’ammazzatoio, che non è altro che un bar, una taverna, attorno alla quale tutta la società di quel quartiere ruota.

Nell’ammazzatoio si consumano le vite di quegli uomini, un bicchiere dietro l’altro. Pare infatti che per loro non ci sia altro se non affogarsi nell’assenzio. E pure le speranze, i desideri, i sogni di chi voleva cambiare, di chi voleva essere felice, emanciparsi e ascendere socialmente per poter vivere in una condizione migliore, si infrangono in modo cruento per le vie di Parigi.

A tratti, un operaio si fermava, si riaccendeva la pipa mentre intorno a lui gli altri continuavano a tirare avanti, senza una risata, senza una parola tra compagni di lavoro, con le guance pallide, il viso proteso verso Parigi, che li inghiottiva a uno a uno giù per il faubourg Poissonnière, spalancato come una voragine. Alle due cantonate di rue des Poissonnière, però, dove si aprivano le due mescite che spalancavano allora i battenti alcuni rallentavano il passo; e, prima di entrare, sostavano sull’orlo del marciapiede, gettando un’occhiata così di lato su Parigi, con le braccia penzoloni, già predisposti a una giornata d’ozio. Davanti ai vari banchi di mescita, la gente, a campanelli, si pagava a turno da bere, senza pensare ad andarsene, affollando i locali, sputando, tossendo, schiarendosi la gola a furia di bicchierini. 

Allora qui la società pare amalgamarsi alla città, non si trova quasi più un confine tra gli uomini e il loro palco, in questa recita dell’umanità che ha per sfondo le viuzze parigine.

Un’altra è la Parigi di Nanà, altro romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Infatti questa Parigi è a tratti più sfarzosa, esteticamente più bella rispetto a quella dell’assommoir, ma nasconde anch’essa qualcosa di tragico.

D’altronde dietro a quell’estetica borghese, che vuole splendere, farsi vedere nella propria bellezza esteriore si nascondono le brutture dell’uomo. Infatti questo romanzo ha come protagonista umano una prostituta, ma il vero protagonista è un altro: il desiderio ossessivo del piacere, della carne, che porta quel mondo così galante e gentile a cadere nell’oblio della nefandezza e dello squallore.

E allora quelle rappresentazioni perfette della Parigi aristocratica e borghese alla fine svelano, dietro alle tende delle finestre dei grandi palazzoni adiacenti alla Senna, nel loro stile neoclassico tanto rigido e sublime, un mondo a parte, un mondo grigio e tetro dove i valori e la morale svaniscono nel piacere.

Di solito, nel grande atrio lastricato di marmo dove c’era il botteghino, il pubblico iniziava ad affluire. Attraverso i tre cancelli aperti, si vedeva scorrere la vita pulsante dei boulevard, brulicanti e sfavillanti nella bella notte di aprile. Il rimbombo delle carrozze si arrestava di colpo, le portiere si richiudevano rumorosamente ed entrava gente, a piccoli gruppi, stazionando davanti al botteghino.

Ultimo tango a Parigi di Bertolucci

”Ultimo tango a Parigi” è un film del 1972, diretto da Bertolucci, che è ambientato nella città di Parigi.

Un uomo di mezz’età, disilluso dalla vita, che vive in una situazione di tragico logorio interiore, incontra una giovane donna in un appartamento vuoto e tra loro inizia una relazione amorosa.

La loro relazione però non è una di quelle che potremmo aspettarci, perché assume quei caratteri surreali che solo una città come Parigi poteva ispirare.

Infatti i due si incontrano periodicamente in quell’appartamento, hanno rapporti fisici e poi se ne escono come se nulla fosse successo. Non vogliono sapere nulla delle loro vite, arrivano a non conoscere nemmeno i propri nomi. Eppure questa relazione continua, indefessa, con quel suo moto incessante che pare essere frutto dell’istinto, che non si ferma mai come un’abitudine consolidata e continua.

In questo isolamento i due sembrano trovare delle risposte alle difficoltà della vita, e lo trovano anche nel rapporto sessuale, privo di qualsiasi sentimento.

Solo che ad un certo punto il matrimonio imminente di lei minaccia di pregiudicare totalmente questo rapporto clandestino e inverosimile e l’uomo si accorge che dietro alla freddezza del rapporto, al disinteresse totale verso l’altra persona c’era un qualche cosa di più, c’era l’amore. Il finale allora sarà tragico, tutto finirà in tragedia come di solito capita in questo genere di storie.

Ma una cosa interessante è l’ambientazione. Tutto si consuma in un appartamento all’ultimo piano di uno di quei bei palazzi parigini del centro. Allora qui vediamo una Parigi diversa, quella nascosta nei palazzi, nelle camere che danno sulle piccole ‘rue” o sui ”boulevard”. Qui si sviscera la città arrivando fino in fondo, fino all’anima interiore dei suoi abitanti, usando un procedimento introspettivo simile a quello di Zola.

E quelle rappresentazioni sublimi, quell’attenzione verso i piccoli dettagli della città, verso i piccoli scorci, danno di Parigi l’idea di un universo paradisiaco e dannato che solo l’arte poteva rendere sua capitale.

 

 

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