Perché temiamo l’ignoto? Percezione e incontro con il diverso da Omero a Maleficent

Il diverso incuriosisce, il diverso attrae, il diverso perturba… eppure il diverso è stato e continua ad essere temuto, emarginato, discriminato.

Nel corso dei secoli la diversità, lungi dall’essere considerata una forma di arricchimento, è stata spesso vista come un fattore di squilibrio e pericolo tanto da essere combattuta con ogni mezzo. Nonostante ciò l’arte, in tutte le sue forme, sin dai tempi del mito greco, ci ha offerto grandi esempi di inclusione e dialogo.

 

La percezione del diverso tra religione e psicologia

Non lederai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova; ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha redento l’Eterno, il tuo Dio; perciò ti comando di fare questo.

Leggendo al giorno d’oggi questo passo del Deuteronomio, il quinto libro della Bibbia, si percepisce con estrema sensibilità e immediatezza la forza e l’attualità del tema affrontato, un tema che permea un po’ tutti gli ambiti della vita umana. Chiunque decida di immergersi nella lettura di un qualsiasi manuale di psicologia, può trovare scritto che la paura del diverso consiste in quell’insieme di emozioni negative e sfavorevoli innescate quando ci si trova davanti a persone con caratteristiche diverse dalle proprie, emozioni non dovute solo ad uno stato di cattiveria e di poca umanità, ma a precise caratteristiche della mente umana. Essa, infatti, tende ad un processo detto di ‘categorizzazione’, che ci porta ad elaborare le informazioni provenienti dall’ambiente e a suddividere eventi, oggetti e persone in categorie mentali ben precise e separate le une dalle altre. Conseguenza diretta di ciò è dunque la nascita di relazioni conflittuali o di discriminazione verso gruppi differenti dal proprio. Rifacendoci a queste semplici nozioni di psicologia, dunque, provare paura o almeno una forma di turbamento di fronte a ciò che non rientra nelle nostre categorie mentali ed in generale a tutto ciò che non conosciamo è un qualcosa di perfettamente connaturato nella nostra psiche. Esistono naturalmente moltissime forme di diversità e tutte ad un primo impatto possono generare in noi emozioni contrastanti perché l’ignoto, seppur affascinante, è anche un elemento perturbante. Di conseguenza non è da biasimare la paura iniziale provocataci dall’incontro con il diverso, ma il passo immediatamente successivo che spesso l’uomo utilizza come mezzo più semplice per affrontare il turbamento: l’immediata esclusione e discriminazione dell’elemento diversificante sentito come una minaccia alla tranquillità della propria vita. È possibile seguire una via diversa? La storia, il mito, il cinema, ci hanno insegnato che questa possibilità è insita nell’animo umano e dipende dal senso di umanità che, seppur spesso e volentieri lasciato sopito, può emergere e riuscire ad abbattere ogni blocco mentale. L’esempio  più emblematico di incontro e confronto con il diverso ce lo offre già Omero nell’Odissea tramite il celebre incontro tra Odisseo e Nausicaa.

Nausicaa incontra lo straniero Odisseo: il timore lascia il posto all’umanità

Siamo nel sesto libro dell’Odissea nel bel mezzo del νόστος (viaggio) di Odisseo verso la sua terra natale, Itaca, in seguito all’espugnazione della città di Troia. Dopo alcuni giorni di tranquilla navigazione su una zattera costruita dalla ninfa Calipso su ordine di Ermes, Odisseo è vittima di una violenta tempesta scatenata da Poseidone che lo tiene lontano da terra per due giorni e due notti finché, tramite l’aiuto di Atena, non riesce ad approdare sulla spiaggia dell’isola di Scheria, dove, stremato, si addormenta. L’isola era sede dei Feaci, popolo di navigatori di cultura diversa rispetto a quella dei Greci e capeggiati dal re Alcinoo, il quale aveva una figlia, la bella Nausicaa. Mentre Odisseo dorme sulla spiaggia, Atena appare in sogno a Nausicaa e la invita a recarsi presso il fiume a lavare le vesti e i pepli ed è proprio qui che la dea fa in modo che avvenga l’incontro tra Odisseo e Nausicaa. La giovane donna, infatti, accompagnata dalle ancelle, finisce per svegliare l’eroe disturbato dagli schiamazzi delle fanciulle e, dopo essersi allontanato dal giaciglio in cui aveva trascorso la notte, si reca proprio dalle giovani in cerca di aiuto. Queste ultime, alla vista di uno straniero, per di più nudo e sporco di salsedine, scappano via impaurite in fretta e furia, ad eccezione di Nausicaa. La figlia di Alcinoo, infatti, resta immobile e tranquilla di fronte allo sconosciuto, il quale,  mostrandosi pieno di riguardi e colmando di lusinghe la fanciulla, ne suscita la compassione per la sua condizione di esule e per la sfortuna che lo perseguita. La giovane gli offre i beni di primaria importanza come cibo, bevande e il ristoro di un bagno caldo ed infine invita lo straniero e recarsi nella reggia del padre Alcinoo dove avrebbe ricevuto ospitalità.

E a lui rispondeva Nausicaa dalle bianche braccia: “Straniero, sembri uomo stolto o malvagio […]” e poi rivolgendosi alle ancelle: “Fermatevi ancelle, per favore. Dove fuggite al veder un uomo? […] Questi è un infelice, giunge qui ramingo. Bisogna prendersi cura di lui, ora: perché vengono tutti da Zeus, forestieri e mendichi, e un dono anche piccolo è caro”

Da queste poche parole pronunciate da Nausicaa emerge con forza e grande chiarezza il tema della ξενία, l’ospitalità, valore portante della società greca e protetto direttamente dal re degli dei. I Greci la consideravano addirittura un’azione sacra ed essa consisteva nel rispetto reciproco tra ospite e ospitante, il quale cercava di soddisfare al meglio i bisogni del proprio ospite, al quale, nel momento del commiato, veniva anche dato un regalo. Ancora una volta il mondo greco ci può essere di grande insegnamento perché, tramite l’incontro di Odisseo con Nausicaa, ci mostra come uno straniero senza viveri e mezzi di sussistenza, seppur destando un iniziale senso di turbamento, può poi essere visti con occhi diversi quando la paura lascia il passo al senso di umanità, impersonificato in questo caso dalla figura di Nausicaa.

Maleficent 2: un inno alla diversità e alla sua accettazione

Come ho già anticipato nel primo paragrafo, esistono varie forme di diversità che devono essere considerate indiscriminatamente. Diversità, infatti, non è solo differenza etnica, ma anche religiosa, culturale, di genere, di orientamento sessuale e molte altre. Come ci insegna la storia, infatti,  a causa di quello strano processo della nostra psiche, tutte queste forme di diversità hanno dovuto subire in tempi diversi attacchi che hanno provocato episodi di esclusione, discriminazionie, emarginazione. Una donna nella fattispecie può subire azioni di questo tipo anche in relazione alla maternità quando essa non è una maternità ‘tradizionale’ ed è proprio questo uno dei temi affrontati in uno degli ultimi capolavori di casa Disney: Maleficent – Signora del male. Il film, sequel di Maleficent, è stato distribuito nelle sale italiane il 17 Ottobre di quest’anno e vede la presenza tra le altre di Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer. La storia di Malefica è largamente nota al grande pubblico, dai più piccoli ai più grandi, e dato il successo ottenuto dal cartone animato nel corso delle generazioni, la Disney ha deciso di riproporne la storia a distanza di quasi 60 anni dall’uscita del cartone in America. La trama, sin dal film d’esordio del 2014, è narrata in una chiave completamente diversa rispetto a quella cui eravamo abituati poiché la perfida Malefica non appare più così perfida e il sortilegio lanciato contro Aurora è qui solo una conseguenza del tradimento subito dalla fata da parte di re Stefano che aveva cercato di ucciderla e di distruggere la Brughiera, regno abitato dalle fate. Addirittura, alla fine del film, si instaurerà un sincero rapporto d’affetto tra Aurora e Malefica, con l’adozione da parte di quest’ultima della giovane figlia di Stefano. Il sequel dunque si apre con Aurora che, pur essendo un’umana e pur essendoci odio tra il regno umano e quello delle fate, è diventata regina della Brughiera. I problemi nascono quando il principe Filippo, innamoratosi di Aurora, chiede la sua mano e la giovane accetta nonostante l’opposizione di Malefica, che prova ancora un forte risentimento nei confronti degli esseri umani, i quali la vedono come una perfida strega. In tutto questo la madre di Filippo, la regina Ingrid di Ulstead, progetta di servirsi del matrimonio per separare per sempre i due regni. Da questa breve ricostruzione della trama appare subito alquanto evidente che il tema intorno al quale ruota l’intera pellicola è la divisone totale tra esseri umani e fate dovuto al senso di estraneità che gli uni nutrono nei confronti degli altri, ma allo stesso tempo il tentativo di superamento di questa barriera tramite una relazione umana, vera e genuina che può nascere anche tra esseri all’apparenza opposti. Usando proprio le parole di Angelina Jolie a Roma per l’anteprima europea del film, Maleficent è una pellicola che “invita all’inclusione e al rispetto delle diversità”. La cattiva, nei panni di Ingrith, arriva a dire a Malefica la frase “tu non sei una vera madre” che tocca nel profondo la fata dato che il rapporto tra lei ed Aurora non è un effettivo rapporto di sangue. Ma qual è il senso di una parola così vaga ed astratta come “diversità” quando alla base c’è un rapporto sincero di affetto tra due persone? In un mondo in cui viene fagocitato l’odio e la violenza nei confronti di chi è altro rispetto a noi e c’è addirittura chi prospera facendo leva sulla paura generata da queste differenze, sarebbe forse auspicabile guardare le cose da una prospettiva diversa, vedendo nella diversità non un qualcosa di pericoloso ed alieno, ma ciò che ci rende realmente quello che siamo e che ci salva da un’omologazione di massa che ci porterebbe ad essere solo automi in mano ad un sistema che ci vuole in un determinato modo. Il diverso è ciò che ci fa scoprire nuove cose, che ci porta in un mondo che prima non conoscevamo permettendoci di arricchire il nostro bagaglio di conoscenze perché, come ci insegna Charles Evans Hughes, quando perdiamo il diritto di essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi.

 

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