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Dante Alighieri, poeta magnifico, ispirò molti artisti nei secoli: Gustave Doré è uno di questi

Dante Aligheri, nato nel 1265, grazie alla sua immensità letteraria, spinse Doré, litografo romantico, a studiarlo e a rappresentarlo. 

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Dante Aligheri, protagonista e riformatore della letteratura italiana del Trecento, difficilmente classificabile per  la sua magnificenza, fu rivalutato solo a partire dal Romanticismo. Cionostante, riuscì ad ispirare pittori e registi di tutti i tempi. Gustave Doré, litografo romantico, fu uno di questi .

Gustave Doré ed il fervore parenetico romantico

Gustave Doré, nato a Strasburgo nel 1832, illustrò molte opere a lui antecedenti, compresa la celeberrima “Commedia” di Dante. Le sue litografie, di gusto romantico, riproducono, anche se, mi si consenta, in parte, i tratti psicologici che Dante aveva conferito ai personaggi della Commedia. Per tutto il periodo illuministico, l’opera di Dante era stata considerata medievale -nel senso rinascimentale di questo termine, ovvero oscurantista, molto lontana dai lumi del Settecento e dallo splendore del Neoclassicismo. Il circolo di Jena, riunitosi nel 1800, i cui massimi esponenti erano Schiller, Shelling, ed altri, rivalutavano il sentire, religioso o sentimentale che fosse. Certamente la loro definizione di “Romanticismo” era assai più distante rispetto quella contemporanea: essa comprendeva tutto ciò che non era classico, dunque anche la “Commedia” dantesca. Così lo stesso Doré si mosse lungo questo filone parenetico.

Canto I, Inferno, Dante e le tre fiere

La litografia del primo canto della Commedia

Una delle litografie più note è sicuramente quella relativa alla “selva selvaggia e aspra e forte” di cui Dante parla nel primo canto dell’Inferno. La litografia appare come un fotogramma elaborato, nel quale la figura etimologica dantesca trova sfogo: la foresta (“silva” in latino), è costituita da una vegetazione fitta, impenetrabile. Nella anse della sua impenetrabilità, essa emana i tratti di “quell’atomo opaco di male” di montaliana memoria, che Dante tanto condanna, ovvero la vita terrena, la vita impregnata di mondanità, totalmente dedita all’ambito materialista. E’ bene precisare che Montale, d’altro canto, non suggerisce alcuna visione teologica, essendo un autore novecentesco che si occupa del malessere del singolo uomo. Dante “agens” appare sovrastato dalla selva, che appare “aspra”, appunto, impregnata di dolore, del dolore umano del peccato che l’auctor paventa. Egli appare disperso, completamente inconsapevole di come si sia potuto imbattere in un tale luogo. Il volto, molto turbato, sembra quasi presagire la paura che dovrà da lì a poco affrontare, tremando, come quando nella “Vita Nova” presagisce l’avvento di Beatrice, lo avverte nel corpo prima ancora che lei arrivi. In tal caso l’avvento è naturalmente positivo.

Il primo canto della Commedia, dispersione di un’anima devota

Il primo canto della “Commedia” risulta essere un canto d’introduzione non soltanto alla prima cantica, ma a tutto il poema. Esso introduce infatti il contesto in cui il viaggio avviene, presenta le caratteristiche inziali di Dante personaggio. Il poema inizia presentando la vita come un cammino che ha un inizio ed una fine; un cammino che, come dice Tommaso d’Aquino, “debet tendere ad patriam”, ovvero a Dio. Si tratta di un iter spirituale, filosofico e dialettico. L’opera è infatti densa di contenuti della filosofia scolastica e patristica. E’ un viaggio personale, che però si apre alla collettività, quindi l’aggettivo “nostra” assume tale significato. Dante si fa portatore di un percorso di redenzione ed invita l’intera umanità a perseguirlo. D’altronde, nell’Epistola XIII  a Cangrande della Scala spiega il senso dell’opera :<< removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis>>. Il senso di felicità dantesca ed universale, come chiarisce Singleton, consiste nell’unione perfetta dell’anima a Dio. La si ritrova infatti negli ultimi versi del Paradiso, nei quali Dante osserva, solo per un attimo “l’amor che move il sole e l’altre stelle”,ovvero Dio. Dunque laddove l’anima è lontana da Dio, nell’Inferno, le pene sono asperrime ed ancor di più il dolore che esse causano. Man mano, con l’approssimarsi a Dio, si appropinqua anche un senso di benessere ingressivo. Dante non sa spiegare la ratio per la quale sia giunto in quella selva: <<Tant’era pien di sonno a quel punto, che la verace via abbandonai>>. Il sonno è concepito come torpore dell’anima, ovvero una dimenticanza dell’amore divino. Agostino riferisce:<< Somnium animae est oblivisci Deum suum>>. Dante appare dunque offuscato, momentaneamente lontano dal suo fine ultimo, la sua “patriam”. La sua via di redenzione verrà ritrovata durante tutto il percorso dell’opera, e verrà risolta in quel punto luminoso che è Dio (da “Zeùs , Diòs”, derivante dall’indoeuropeo “diu”, ovvero ‘luce’, ‘giorno’).

 

 

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