Dalle grotte fino ai musei: l’arte che invade le strade

L’arte di strada ha ormai superato ogni aspettativa, giungendo in pochissimo tempo a prendersi una larga fetta di mercato con quote record davvero invidiabili.

Tvboy, street artist italiano (2019)

Dalle prime incisioni sulle pareti delle caverne, alle foto di Brassaï per finire alle più recenti opere da strada: un unico viaggio che è giunto ai massimi livelli di riconoscimento e di ricerca, segnando eventi di assoluta importanza nella storia che hanno reso la street art un linguaggio provocatorio e fuori da ogni contesto.

Grotte di Pech- Merle (fonte Pinterest)

Il graffitismo nella storia

La street art non è solo un movimento nato dal nulla e giunto ormai ai più alti livelli di collezionismo, ma è anche una naturale tendenza dell’uomo. Ogni periodo storico riporta le sue testimonianze grafiche lasciate da qualcuno come noi secoli e secoli fa, tanto da portare lo street Artista Banksy a sostituire di nascosto nel 2005 un’opera della National Gallery con una sua: la lastra di pietra si confuse per otto giorni tra gli altri reperti preistorici per diventare poi un pezzo del museo.

Effettivamente uno dei graffiti che meglio incarna lo spirito del moderno writing è quello ritrovato nelle Grotte di Pech- merle in Francia, risalente al 20.000 a.C.; rappresenta una mano, un primordiale stencil in negativo, che ha lo stesso valore delle tag che colorano le strade: lasciare un segno.

Questa tendenza era consuetudine anche appena dopo Cristo; Pompei conserva una dedica su un muro il cui autore si meraviglia delle tante scritte già presenti. Con l’avvento del medioevo si sperimentano le prime opere polimateriche, pratica cara anche agli street Artist contemporanei. Nei secoli successivi vengono analizzati artisticamente molti temi cari al graffissimo moderno: i disegni di Daumier riportano drammatici momenti di cronaca così come i murales messicani degli anni ’20 del secolo scorso cantano l’agitazione sociale che si respirava per le strade.

Il muralismo messicano non solo sfrutta il momento storico portando una nuova identità nazionale, ma ha il merito di espandere la ricerca tecnica a nuovi strumenti espressivi. Trenta anni dopo è ancora il Sudamerica ad essere protagonista con le brigate di artisti anche non professionisti che in Cile seguono il trionfo di Allende e la successiva vicenda Pinochet, confermando il ruolo di scomodo outsider della street art nei confronti del mondo dell’arte e delle istituzioni. Uno degli slogan del Maggio francese dice proprio i muri hanno le parole, sintomo che il nuovo spirito che animava la scena politico- sociale partiva dalle strade.

H. Daumier, Gargantua, 1831 (fonte Pinterest)

L’arrivo in Italia

I muri italiani non hanno mai avuto tanta importanza quanto nel ventennio fascista quando, sull’insegnamento dei muralisti messicani, il profilo del Duce e le gloriose imprese nazionali vengono riportate per le strade allo scopo propagandistico. Anche se il Regime non ha effettivamente adottato uno stile ufficiale, come in Russia il realismo socialista, il tema del muralismo era così sentito da spingere alcuni artisti a pubblicare nel 1933 il Manifesto della pittura murale. Il vero boom dell’arte di strada si ha però negli anni ’60, per culminare negli anni ’90 alla diffusione del writing e delle tag.

Negli anni euforici della mobilitazione internazionale degli studenti, si ha un processo simile nel mondo dell’arte che porta ad un’atmosfera di sfida dell’artista verso le gallerie. Ecco quindi molti studenti delle Accademie dei Belle Arti unirsi nel Centro di arte pubblica e popolare, con lo scopo di rendere visibili i principali attori della scena internazionale e attuali problematiche socio- politiche.

Lo spirito negli anni ’70 diviene quindi ‘Diamo un’arte nuova tale che tragga la Repubblica dal fango’ come recita la copertina di Murales, fotoreportage del 1977 di innumerevoli opere sparse per l’Italia. Si diffondono così i fumetti underground di Max Capa in ambito situazionista, i libri d’artista di G. Novelli e insieme alle radio libere nascono i giornali murali, forse il fatto più caratteristico dell’intera esperienza. Definiti come ‘l’unico giornale con cui non ci si può pulire il culo’, il giornale murale si propone di esprimere in modo spontaneo e imparziale tutti i dubbi di una società apparentemente pudica ma che coltiva senza saperlo tutti i vizi divenuti noti negli anni ’80 e ’90.

L’uso della strada da parte degli artisti è una tendenza che si manifesta tardi, dopo che due mostre fondamentali permettono la diffusione dell’immaginario americano nella penisola: J. M. Basquiat, nel 1981, e Keith Haring, nel 1983 a Napoli.

Atelier Populaire, gruppo francese di guerriglia urbana (fonte Pinterest)

Le gallerie in strada

Negli anni ’60 e ’70 le nuove ricerche psichedeliche, quelle della Pop Art, e il generale clima culturale rendono la street art il movimento più imprevedibile e promettente: l’eredità degli uomini delle caverne torna, spingendo i primi writer a lasciare le tag in giro per il mondo, puntando via via ad una caratterizzazione stilistica con lo scopo di affermarsi sugli altri pezzi.

La consacrazione di questa attività avviene con l’uscita di due film nel 1983, Style war e Wild Style, che testimoniano l’ampiezza del movimento ormai di carattere mondiale. Il primo serio appuntamento per gli appassionati del writing americano si ha nel 1980 alla Fashion Moda, nel South Bronx, NY, divenendo un centro così importante da guadagnarsi l’invito a Documenta 7 in soli due anni di attività. L’importanza di questo nuovo linguaggio è reso ancora più esplicito quando il muro di Berlino viene ricoperto di opere, alcune delle quali di artisti internazionali.

Con l’entrata nei circuiti internazionali di queste nuove opere si inaugura una stagione felicissima per il mercato e gli artisti: emergono figure come Keith Haring, Shepard Fairei, J. M. Basquiat, venduto per 110 milioni di dollari, e il più recente e ormai leggendario Banksy. Anche lui, partendo dalle strade di Bristol (UK), diffonde il suo inconfondibile stile in tutto il mondo, da Londra a Napoli, da Gaza a San Francisco, creando un alone di mistero intorno alla sua opera fomentato dal documentario Exit Through the Gift Shop.

Ora che però l’arte nata per strada ha assunto questa fama, si pone il problema contrario, ovvero quello di preservare la sua originalità: a tal proposito Banksy ha risposto con la spettacolare asta del 6 ottobre 2018 quando, appena dopo la sessione, il quadro si è autodistrutto lasciando metà opera a brandelli. Ultimamente ha riproposto, subito dopo l’asta record da 10 milioni, varie opere domestiche nello spazio Gross domestic puducts.

Di seguito, un episodio dei Simpson (2010) in cui Banksy interpreta la iconica scena della famiglia seduta sul divano:

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