Dalla Columbia a Gaza: gli studenti insegnano che manifestare non sarà mai démodé

La voce è ciò che di più potente l’uomo ha per combattere un una battaglia, qualunque essa sia. Il fatto di poter condividere la propria verità rende donne e uomini tali, li trasforma  in soggetti attivi nella storia che solo attraverso l’utilizzo della parola possono distruggere muri, abbattere frontiere e combattere da protagonisti una guerra lontana migliaia di chilometri. Tutto questo, di certo, gli studenti lo hanno sempre capito meglio di tutti gli altri.

Con uno sguardo alla manifestazione degli studenti della Columbia University, capiamo perché il binomio studenti-rivoluzione è destinato a non passare mai di moda.

I PROTAGONISTI DELLE RIVOLUZIONI

Storicamente le più grandi rivoluzioni dell’epoca moderna hanno visto in prima linea la presenza degli studenti. Striscioni, cori, marce e chi più ne ha più ne metta, sono diventati lo spazio prediletto di migliaia di giovani, lo sfondo in cui incastonare le gemme del proprio pensiero attraverso il quale, passo dopo passo, hanno avuto la possibilità di guadagnarsi un posto in prima fila nella rapida ed incessante macchina della Storia. L’exploit di tali movimenti si è raggiunto nel rimpianto 1968, momento in cui le voci di studenti provenienti da Europa e Stati Uniti, si sono unite a quelle dei giovani al fronte, di uomini e donne discriminati e, soprattutto, sono diventate espressione di un malcontento generale rispetto l’ordinamento scolastico. Tra problemi di sovraffollamento e scarsa libertà di espressione, gli studenti hanno occupato aule e combattuto contro i manganelli della polizia per rivendicare dei diritti, a loro avviso, inalienabili. Insomma, gli studenti erano stanchi e per la prima volta lo hanno gridato a gran voce. Tutto questo ha portato al rapido sviluppo di un vero e proprio movimento socio-antropologico che ha avuto un impatto incredibile sulla cultura di massa, delineando una netta separazione tra ciò che c’era prima e ciò che sarebbe venuto dopo. Ebbene è proprio in questa incertezza che si colloca la forza di un pensiero, gridato da pochi e recepito da molti, nato in un luogo ma propagato in tutto il mondo.

LA COLUMBIA PER GAZA

Sulla scorta delle risposte che “soffiano via nel vento”, gli studenti della Columbia University hanno deciso ricorrere alle maniere forti, occupando da due settimane gli spazi dell’ateneo  in sostegno del popolo di Gaza. Centinaia di giovani hanno lasciato il confortevole letto delle loro case e dormito in una tenda per gridare al governo statunitense la loro volontà di non essere più parte silente di un gruppo di muti adulatori, per diffondere la freschezza di un pensiero vissuto nella speranza di un futuro migliore. Imitando anche nell’abbigliamento i militanti palestinesi di Gaza, gli studenti di una delle più importanti università del mondo hanno ribattezzato la celebre Hamilton Hall con il nome “Hind’s Hall” in onore di una bambina di sei anni morta sotto le bombe, utilizzando così la loro posizione di rilievo per erigersi a difensori degli ultimi, per parlare di quelle stesse persone uccise con la complicità dello Stato che dovrebbe rappresentare il volere del popolo. È chiaro quindi che peril governo americano la violenza è ammessa in diverse forme (si pensi alla questione delle armi) ma la manifestazione deve essere punita attraverso la probabile espulsione di tutte le persone coinvolte nello scandaloso atto dell’occupazione. È vero, sono stati riportati dei danni all’interno dell’ateneo ma, diciamocelo, quanto potranno mai essere gravi rispetto ad una guerra che in quasi sette mesi ha ucciso più di 30.000 persone di cui almeno 12.000 bambini?

MANIFESTARE NON È DÉMODÉ

Gli studenti della Columbia sono la prova schiacciante dell’incredibile forza delle parole, l’eco delle quali è giunto sino al popolo di Gaza che ha ricambiato loro il favore con striscioni di ringraziamento. Tutto questo deve servire da monito per tutti quelli che non credono nell’importanza dell’espressione, che criticano le scelte di chi scende in piazza per esprimere un dissenso o una problematica. Ai leoni da tastiera o ai borghesi fustigatori dei loro tempi dall’alto dei loro divani firmati Piero Lassoni, bisognerebbe ricordare che quei diritti di cui godono sono stati ottenuti grazie al coraggio di pochi, grazie a chi non ha avuto paura di alzare la voce. Ma perché sono sempre i giovani a promuovere queste iniziative? Cosa c’è di diverso nei figli della modernità? In loro c’è voglia di ricostruire un mondo dominato dalla superbia, l’avidità e la noncuranza, c’è l’urgenza di costruire pezzo dopo pezzo un’umanità vera, sincera e, soprattutto, unita. È nella celebre mela della discordia che abita il male, è da un piccolo seme che nasce una grande pianta, sta solo al giardiniere curarne i frutti e, se lui non ne avrà voglia o si dimostrerà insufficiente nell’ adempimento di tale compito, è giusto che qualcuno lo faccia notare, a qualunque costo. Ora, supponendo che ad essere stato piantato sia il seme dell’odio, supponendo che questo sia nutrito da un acqua scura come la morte, supponendo che il  giardiniere continui ad uccidere lentamente questa bella pianta importata dall’Oriente nel pieno delle sue facoltà mentali, non sarebbe giusto che qualcuno gli dicesse di fermarsi?

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