Dall’etimologia ai suoi connotati psichici, scopriamo cosa si cela realmente dietro la parola ”paura”

Vi siete mai chiesti da dove derivi la parola ”paura”? Ce lo spiega lo scrittore Stefano Massini, nella sua rubrica ”Parole in corso”.

Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, nella rubrica ”Parole in corso” su Repubblica.it , lo scrittore Stefano Massini scompone e ricompone un termine, svelandone l’etimologia. Tra quelli finora citati troviamo la parola ”paura”. Scopriamo cosa Massini ci ha rivelato a proposito, e cosa essa sia per la nostra mente.

L’origine di ”paura”

Stefano Massini ci spiega che la parola paura deriva da un verbo antichissimo, una radice indoeuropea, che significava ”colpire”. Quando diciamo paura, indichiamo dunque ciò che ci colpisce, qualcosa che ci sta prendendo a pugni , che ci fa del male.

Lo scrittore ci spiega inoltre che, il famoso detto ”La paura fa 90”, fa riferimento all’antica Cabala dei sogni, in cui la paura corrispondeva al numero 90.
Dire che ”La paura fa 90”  è collegare la paura a qualcosa che ha che fare con l’interpretazione dei sogni, con la sfera onirica, ciò che più di strano noi abbiamo come parto dei nostri pensieri.
C’è invece chi dice che l’origine del detto stia nell’altra Cabala, quella dell‘8 , in cui il numero 90 è l’ultimo. Come ad indicare che se scegliamo il 90, scegliamo l’ultimo dei numeri, oltre i quali non ce n’è un altro.
La paura ti porta a tirare fuori l’ultima carta, quella che mai e poi mai andrebbe tirata fuori, l’ultimo passo prima del precipizio.

Cabala deriva dall’ebraico Qabbalàh, un termine che significa rivelazione, ricevere saggezza.
In base alla Cabala nella bibbia non vi è lettera, parola, o segno che non abbia qualche significato misterioso correlato. Tramite quest’arte si cerca di prevedere il futuro, ed in particolare i numeri delle estrazioni del lotto, o l’ interpretazione dei sogni, per mezzo di segni, lettere e numeri.

Tornando all’etimologia della parola paura, come abbiamo già detto, è da ricondursi ad una radice indoeuropea, nello specifico stiamo parlando della radice pat- che significa letteralmente percuotere ed in senso figurato incutere timore, atterrire. Da questa radice derivano poi il greco παίω (paio) = io percuoto e poi il latino pavor = paura, timore dal verbo paveo = sono percosso, sono abbattuto.

Fobia sociale

Cos’è la paura?

Ora che abbiamo scoperto l’originale significato della parola paura, possiamo addentrarci nell’analisi di cosa essa sia.
La paura  è una delle emozioni fondamentali degli esseri viventi, ci mette in guardia dai pericoli e ci spinge alla sopravvivenza. Diventa però un problema quando viene vissuta in maniera esagerata, come nel caso delle fobie.

Le due principali reazioni dinnanzi ad uno stimolo pauroso sono attacco o fuga: la prima ci consente di affrontare l’ostacolo, combatterlo; la seconda ci porta ad abbandonare la situazione prima che divenga eccessivamente minacciosa per la nostra sopravvivenza.
I cambiamenti corporei, cognitivi e comportamentali fanno parte della natura delle emozioni, in particolare della paura, non solo per fare fronte agli stress ma, in ultimo, per garantirci la sopravvivenza. Si tratta, perciò, di esperienze vitali e necessarie. 

Reazioni corporee della paura includono: bocca secca, aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, motilità intestinale, tensione muscolare, aumento della sudorazione. Il nostro corpo si sta preparando ad una reazione immediata. Senza tali cambiamenti, infatti, saremmo del tutto inadeguati di fronte al pericolo.

La reazione psicologa a stimoli pericolosi invece, porta ad un cambiamento nel modo in cui noi pensiamo: ci concentriamo più a lungo ed incrementiamo le nostre capacità di problem-solving. Avvertiamo anche un cambiamento in ciò che proviamo, come l’essere più irritabili o tesi.
Le reazioni comportamentali alla paura consistono sostanzialmente, come precedentemente illustrato, nello scappare o nell’evitare. Sotto la spinta della paura, siamo in grado di fare cose che non avremmo mai pensato di riuscire a compiere.

Ansia e paura sono codificate nella medesima area cerebrale, ma i motivi per cui si manifestano sono diversi. Nel primo caso, quando proviamo paura, siamo spaventati da qualcosa di reale. Se dovessimo sostenere un esame, è normale aver paura, ma nel momento in cui vorremmo andasse tutto secondo i nostri piani, cioè prendere assolutamente un trenta e lode, e chiaramente non si ha la certezza che questa cosa si verifichi, allora parleremo di ansia e non di paura.’ansia si scatena quando si effettuano previsioni negative e catastrofiche su eventi percepiti come importanti o pericolosi.

Da un punto di vista neurofisiologico, una possibile spiegazione di alcuni fenomeni che legano ansia e paura, quali per esempio l’ipervigilanza e l’‎iperallarme, potrebbe essere ricondotta all’attivazione automatica dell’amigdala, in seguito alla percezione di uno stimolo spaventoso.

Le fobie

Le fobie sono paure sproporzionate rispetto a qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, ma la persona percepisce questo stato d’ansia come non controllabile, anche mettendo in atto strategie comportamentali o rimuginii inutili per fronteggiare la situazione.

I sintomi fisiologici provati da chi soffre di fobie sono: tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Ovviamente, tali manifestazioni patologiche si attuano solo alla vista della cosa temuta o al pensiero di poterla vedere. I fobici, sono sostanzialmente degli ansiosi e come tali funzionano, nel senso che tendono ad evitare le situazioni associate alla paura, ma alla lunga questo meccanismo diventa una vera e propria trappola. Infatti, l’evitamento non fa altro che andare a conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara all’evitamento successivo.

Esistono le fobie generalizzate come la fobia sociale, e fobie specifiche legate ad uno stimolo preciso che può essere: un animale, altezza, temporali, sangue, aghi, malattie, ascensore, acqua alta.
Le fobie non celano nessun significato simbolico inconscio e la paura è semplicemente legata a esperienze di apprendimento errato involontario nei confronti di qualcosa. In questo caso, l’organismo associa automaticamente la pericolosità ad un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa.
Questa associazione avviene per condizionamento classico, ovvero la relazione tra pensiero e oggetto si crea grazie alla prima esposizione spaventante che si è verificata, ed è mantenuta nel tempo a causa dell’evitamento messo in atto per non provare quella terribile emozione di forte ansia che ne consegue.

Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, studiò molto attentamente le fobie tanto da comporre nel 1864 il manuale ”Ossessioni, fobie e paranoie”.
Il pensiero di Freud sulle fobia è che essa costituisce un “costrutto” psichico per certi versi ancora misterioso, la cui sistemazione meta psicologica appare difficile e dà tuttora luogo a controversie.
Le difficoltà  non riguardano tanto il riconoscimento clinico di una fobia, quanto la costruzione di una teoria o una eziopatogenesi coerente.
Egli distingue due gruppi di fobie: quelle “comuni”, che esagerano le paure abituali (ad esempio quelle della notte, della solitudine, della morte) e quelle “contingenti”, non abituali (ad esempio la claustrofobia), “paura di condizioni speciali che non ispirano alcun timore all’uomo sano”, nelle quali subentrano meccanismi più complessi.

Il pensiero di Freud sulle fobie include la considerazione che le fobie non debbano essere considerate un processo patologico indipendente quanto piuttosto  “sindromi” facenti parte delle più svariate forme di nevrosi. Nasce così la descrizione fobica nell’ambito delle nevrosi d’angoscia, denominata “isteria d’angoscia”. Freud riconosce un meccanismo di organizzazione sintomatico dell’angoscia simile a quello dell’isteria.
L’ambiente circostante l’oggetto fobico è, nella sua interezza, particolarmente atto a suscitare angoscia, definita in seguito come “segnale” che funge da avvertimento del pericolo. Essa si produce anche in assenza dell’oggetto fobico, suscitando di conseguenza manovre precauzionali, in grado di tutelare il soggetto fobico dalle percezioni, ma non dalle eccitazioni pulsionali.

“Il pericolo reale è un pericolo che conosciamo, l’angoscia reale è angoscia di fronte a questo pericolo. L’angoscia nevrotica è angoscia di fronte a un pericolo che non conosciamo”
Freud

Abbiamo dunque scoperto l’origine etimologica della paura, come e perché nasce nella nostra mente, fino alla sua forma più estrema, la fobia. Ogni giorno conviviamo con la paura nelle sue mille sfaccettature, studiandola però scopriamo che essa ha una natura protettiva nei nostri confronti, sta a noi saperla gestire e sfruttare al meglio.

 

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