Fino a pochi decenni addietro, ragazzi e ragazze erano sottoposti a poche influenze sociali; l’ambito familiare giocava un ruolo fondamentale per la formazione del sistema di credenze e convinzioni culturali, gusti estetici e atteggiamenti psicologici. La televisione era considerato uno strumento pervasivo, ma lasciava la possibilità, alle generazioni precedenti, di fermarsi un attimo a riflettere sui contenuti, era una presenza eliminabile grazie a un telecomando. Esisteva un mondo culturale molto più denso e vivo, che fungeva da critica e barriera per i ragazzi che si avventuravano nella dimensione commerciale. Esisteva la strada come dimensione di socializzazione, le associazioni, i partiti o altre istituzioni culturali come sedi di formazione, crescita e aggregazione. Anche le tendenze e le mode erano ugualmente forti a livello pubblicitario, ma esisteva ancora una differenziazione di individui tra ciò che era “normale”, “alla moda” o addirittura “contro-corrente”, una diversificazione sociale di mode, culture e mentalità (dal discotecaro al punk, dal rapper all’amante della techno). Per intenderci, un ragazzo e una ragazza non dovevano per forza essere “femminile” e “alla moda”. Con l’avvento degli smartphone e dei social, il mondo femminile in particolare è stato preso di mira dal mercato, con la conseguenza di alterare e modificare i gusti estetici delle attuali generazioni. Ne è conseguita una standardizzazione delle mode, dei gusti e dei consumi, dunque un conformismo femminile di massa, caratterizzato dall’ostentazione di brand multinazionali come segno di riconoscimento sociale e un’ evidente mercificazione del corpo.

Da mamme a influencers

La standardizzazione delle identità femminili può essere dovuta alla disgregazione del tessuto familiare e al conseguente rapporto madre/figlia?

Sicuramente il rapporto madre/figlia può essere psicologicamente determinante nello sviluppo della personalità e della mentalità femminile. Dunque, in un assetto sociale dove la famiglia riveste un ruolo più importante e le figure genitoriali hanno un’influenza maggiore,  viene a crearsi un filtro primario rispetto alla realtà esterna. A seconda dei casi, ovviamente, non è detto che il modello genitoriale sia quello prevalente; ciò dipende dalle modalità in cui il genitore impartisce la propria educazione; mentre uno stile “orizzontale” di formazione può comportare un’assimilazione virtuosa del modello educativo fornito, un tono e un atteggiamento autoritari possono generare un modello identitario oppositivo. A tal proposito, emblematico è l’atteggiamento adolescenziale, dove avviene di fatto una ribellione giovanile e un ‘distacco’ rispetto al contesto familiare di provenienza. L’educazione si riversa anche nel gusto estetico. In passato, l’influenza familiare ha avuto una rilevanza primaria nel forgiare i gusti nell’abbigliamento e nell’ ‘abbellire sé stessi’. Compreso l’utilizzo del trucco per adornare il viso. La psicologia ha più volte rimarcato che le bambine guardino alle mamme quale primo modello d’imitazione femminile, soprattutto negli atteggiamenti e nella cura di sé. Ma col passare del tempo, subentrano innumerevoli fattori esterni; la televisione, internet, le abitudini e le tendenze delle compagne di scuola. Allo stesso modo avviene per i maschi, che tendono all’omologazione come forma di accettazione e riconoscimento reciproco. I social, con il passare del tempo, influenzano profondamente i gusti estetici, musicali e artistici, ma soprattutto la mentalità di intere generazioni. La differenza tra chi è nato nell’epoca in cui si viveva senza smartphone e oggi si acuisce sempre di più. Così, se un tempo erano le pubblicità o le serie televisive a condizionare il pubblico, ora vi sono i cosiddetti influencer o, per il pubblico femminile, le cosiddette fashion blogger, modelle o bellissime ragazze che indossano capi d’abbigliamento nelle foto e pubblicizzano la propria bellezza e, conseguentemente, il brand che vestono nelle foto di instagram.

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La morte del pensiero critico verso una società capitalista può aver generato questo ritorno all’omologazione?

Si può sicuramente attribuire questa tendenza all’omologazione all’assenza, o meglio, al ridimensionamento di un orientamento culturale e politico incentrato sulla critica al mondo consumistico e a quello dell’intrattenimento. Si tratta soprattutto di quella critica al modello economico capitalista di derivazione marxista, che ha contraddistinto buona parte del secolo scorso. Una cultura del dissenso, generatasi dal pensiero critico-sociale, ha frenato il dilagare del monoteismo capitalistico e consumista. In questa occasione è opportuno citare la Scuola di Francoforte, dove il pensiero marxista ha sposato le teorie freudiane psicanalitiche, specie per quel che riguarda i meccanismi d’introiezione dell’autorità. In particolare, è bene citare due esponenti di spicco della presente scuola: Max Horkheimer e Theodor Adorno, che si sono dedicati all’analisi del concetto di ‘industria culturale’. Il termine è stato utilizzato dai due studiosi per evidenziare la subdola complessità dell’ideologia capitalista, che volontariamente sopprime la dialettica tra cultura e società. Il ruolo critico della cultura vien meno, lasciando spazio all’idea di un’industria culturale fondata sull’obbedienza e l’omologazione. Vengono in primo luogo esaltati i desideri individuali, i quali vengono prontamente intercettati e canalizzati dal sistema in un meccanismo di conformismo e consenso collettivo nei confronti della mentalità e del sistema egemone. L’industria culturale afferma di voler semplicemente soddisfare i gusti e le esigenze del pubblico, ma in realtà non fa che rafforzare ed estendere il proprio dominio. Qualsiasi forma di anti-conformismo ideologico, artistico e d’intrattenimento generale viene riassorbito in un processo di banalizzazione e massificazione, nonché diviene oggetto di merchandising. Non è difficile immaginare che fine ha fatto l’icona di Che Guevara sulle t-shirt dei teen ager di tutto il mondo. Le generazioni più giovani sono cresciute in un contesto dove la critica sistemica stava già venendo meno, in favore di un processo di spoliticizzazione delle coscienze, della standardizzazione culturale e di un conformismo intellettuale.

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Com’è possibile contrastare il fenomeno dell’omologazione controllata a livello mediatico e sociale?

Sicuramente il web costituisce oggi una delle poche risorse libere e senza filtri, ma anche la scuola e un’educazione improntata al pensiero critico possono contribuire largamente all’acquisizione di una coscienza libera dai meccanismi dell’industria culturale di massa e del consenso.

                                                                                                  Francesco Alex Colaci

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